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Articolo estratto con il permesso dell’autore dal testo di Daniele TrevisaniIl potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance”. Franco Angeli editore, Milano.

La gestione del budget energetico

Quando una prestazione è impegnativa, è necessario apprendere a gestire le energie, durante ma soprattutto prima il momento della performance.

Tra le tecniche si inseriscono la riduzione del consumo di energie nelle fasi di riposo e nei pre-gara o pre-prestazione, utilizzandole proficuamente e solo per riposare o allenarsi con serenità.

Vi sono attività svolte durante le fasi di riposo che sono in realtà assolutamente assorbenti e consumano, come le pubbliche relazioni sgradevoli e le relazioni sociali obbligate. Entrambe le attività attingono alle energie e risorse relazionali.

Un lavoro fisico (es.: nuotare o correre) non è invece in concorrenza con l’assorbimento di risorse di tipo relazionale, e attinge a risorse da budget energetici diversi. Possiamo quindi immaginare il sistema mente-corpo come un insieme di contenitori energetici che scambiano tra di loro energia, come vasi comunicanti. Alcuni di questi vasi comunicanti sono in genere bloccati, altri sono aperti.

Il training bioenergetico insegna al soggetto a regolare intenzionalmente i flussi energetici, ad esempio recuperare energie per l’auto­con­trol­lo attingendo alle tecniche di respirazione, a costruire momenti di recupero in cui lasciarsi andare, ma anche a bloccare intenzionalmente la dispersione di energie che altrimenti accadrebbe senza consapevolezza.

La pratica può riguardare non solo performance atletiche o manageriali, ma anche il piano sociale. Ogni persona può apprendere a staccare al termine della giornata lavorativa, diventare consapevole di quando il budget energetico per le relazioni umane è esaurito, per far si che la sua condizione di esaurimento non vada a discapito del clima familiare (litigio familiare come trascinamento di attività lavorative e stress professionali), e viceversa.

La persona può apprendere come inserire nel proprio stile di vita attività che lo mettono in grado di ricaricare il budget energetico per le relazioni umane, es.: fare una attività sportiva a basso impegno relazionale e ad alto impegno fisico, prima di rientrare a casa.

Questo è solo un esempio di un problema più generale che non va sottovalutato: la gestione delle proprie energie e dei budget di partenza.

 

Principio 25 – Riduzione ed eliminazione delle interferenze sulle performance

  • La performance richiede che l’organismo non venga sottoposto ad ulteriori fonti di assorbimento energetico concorrenti sullo stesso budget energetico, durante la performance stessa.
  • Nelle fasi precedenti la performance, sono positive per la performance le attività di pre-empting (eliminazione di tensioni fisiche e mentali) in grado di ridurre la componente ansiosa e la tensione emotiva eccessiva.
  • La performance può essere aumentata ricercando la condizione bioenergetica ideale nei momenti che la precedono.
  • Le energie cui attinge un budget non devono essere consumate da attività apparentemente diverse ma che in realtà attingono allo stesso budget.

Ogni performance attinge a specifici tipi di risorsa energetica e budget energetici, per cui l’integrità del budget energetico – il suo non uso in altre attività concorrenti – è essenziale per avere il massimo delle performance.

In applicazione del principio evidenziato, ad esempio, manager chiamati a sostenere impegnativi public speaking o riunioni difficili, potranno trarre danno dal doversi impegnare precedentemente in attività relazionali estenuanti, e benefici da attività sportive praticate nelle ore precedenti, che svuotino di energie la componente ansiosa ed emotiva (attività di pre-empting energetico o svuotamento preventivo).

Le energie post-prestazione sono altrettanto preziose: il loro utilizzo mi­gliore è in attività che comprendono la celebrazione del risultato e dell’im­pe­gno profuso, il recupero, ed inoltre l’apprendimento dall’esperienza a caldo, la sua rivisitazione, la ricerca di cosa quell’esperienza possa dare anche per il futu­ro.

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Costruire spazi e tempi di rilassamento e pausa dall’autocontrollo

Le energie biologiche e psicologiche non sono disposte in un “contenitore” unico, ma rispondono a criteri di segmentazione. Sono, cioè, localizzate in giacimenti separati, ciascuno dei quali ha una propria autonomia.

Tra i diversi strati esistono collegamenti, o vasi comunicanti, ma questi non sono automatici.

La limitatezza delle energie specifiche è facilmente sperimentabile ogniqualvolta ci sentiamo stanchi di un’esperienza o situazione: le nostre energie in quel budget di sopportazione sono esaurite, ma non lo sono per attività diametralmente opposte.

Un manager può avere esaurito, a fine giornata, le energie relazionali necessarie a sostenere i rapporti umani basati su conversazioni impegnate (dialogo su temi professionali o “seri”), ma avere integre le energie fisiche per un buon allenamento in palestra o partita di tennis, o le energie sessuali.

Quando la scarica corrisponde ad una precisa performance, come una gara (per un atleta) o il rispetto di una scadenza (per un manager), le interferenze con i meccanismi di carica-scarica assorbono energie e interrompono il buon funzionamento del sistema.

Se un atleta soffre di iperattivazione pre-gara, di ansia da prestazione, brucerà larga parte delle energie prima della competizione, arrivando alla partenza già deprivato e stanco. La condizione ansiosa non gli permetterà di riposare, e ridurrà la capacità digestiva, nonché la concentrazione.

Se un manager litiga con la moglie/marito il giorno prima o il giorno stesso di un importante lavoro, attingerà alle energie relazionali e depriverà pertanto il budget energetico relativo, arrivando al momento in cui deve dare il massimo con il patrimonio emotivo e mentale scarico.

Le energie di ogni persona sono limitate e questo richiede concentrazione. Studi svolti sui meccanismi di autoregolazione (autocontrollo), hanno evidenziato che quando una persona è costretta ad attingere ad energie di autocontrollo per compiere un compito, le energie vengono prosciugate e ne rimangono meno per compiti successivi.

Le ricerche di Baumeister[1] evidenziano che studenti obbligati a controllarsi in qualche campo (es.: mangiare radicchio e astenersi dal mangiare biscotti al cioccolato posti sotto i loro occhi), hanno poi abbandonato più precocemente di altri studenti un puzzle difficile, rispetto agli studenti cui era stato dato permesso di mangiare i dolci al cioccolato.

Resistere ai dolci ha utilizzato alcune delle risorse interne, lasciandoli meno in grado di continuare a provare il puzzle difficile.

Gli studi di Baumeister evidenziano quindi che le energie di autocontrollo sono limitate e non possono essere “stirate” su troppi fronti.

Le energie non sono solo quelle del fare, ma esistono anche le energie del non fare, o dell’autocontrollo, sottoposte alle stesse leggi.

Esperimenti scientifici di Muraven e Baumeister hanno dimostrato che:

esercitare autocontrollo può consumare la forza di autocontrollo, riducendo l’am­mon­tare di forza disponibile per sforzi di autocontrollo successivi.

Affrontare lo stress, cercare di regolare o imbrigliare le proprie emozioni, e resistere alle tentazioni, richiede autocontrollo, e dopo tali sforzi di autocontrollo, tentativi susseguenti ad autocontrollo avranno maggiori probabilità di fallimento.

E non solo, continui sforzi di autocontrollo, come il mantenere una vigilanza elevata per lungo periodo e costantemente, perdono di efficacia nel tempo[2].

L’individuo deve quindi apprendere a costruire spazi e tempi di rilassamento e pausa dal continuo autocontrollo, se vuole sopravvivere.

Deve imparare arti e tecniche del decongestionamento, rilassamento, recupero, spazi di tempo destrutturato e privi di regole assillanti, e non solo l’arte del fare e produrre, soprattutto se vuole dare prestazioni continuative, se ha un futuro davanti a se, e non vuole bruciarsi.

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[1] Vedi, tra gli altri: Baumeister, Roy, F. (2002), Yielding to Temptation: Self-Control Failure, Impulsive Purchasing, and Consumer Behavior, Journal Of Consumer Research, Vol. 28, March.

[2] Nostra traduzione, da Muraven, M., Baumeister, Roy F. (2000), Self-Regulation and Depletion of Limited Resources: Does Self-Control Resemble a Muscle?, Psychological Bulletin, Vol. 126, No. 2, pp. 247-259.

Articolo estratto con il permesso dell’autore dal testo di Daniele TrevisaniIl potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance”. Franco Angeli editore, Milano.

Basi della Bioenergetica

La parola “scarica” ha due possibili significati. Il primo è quello del “sentirsi vuoti” (una persona può dire di sentirsi “scarica”). Il secondo invece fa riferimento all’atto dell’emettere, lanciare, far fuoriuscire (“dare una scarica di pugni”, una “scarica elettrica”, una “scarica di adrenalina”).

Ci interessa qui approfondire un aspetto del secondo piano di significati, la scarica come “liberazione” e rilascio di energie.

Sullo sfondo di questo approccio si collocano le ricerche sperimentali e pionieristiche di Wilhelm Reich sulle energie fisiche e mentali, i concetti di corazza caratteriale, le sue analisi sulla funzione dell’orgasmo, e tutti i contributi successivi delle scuole neo-reichiane e post-reichiane[1].

L’organismo umano risponde al principio di carica-scarica energetica.

La carica energetica si associa ad un incremento di tensione del sistema, mentre la scarica energetica corrisponde ad una liberazione dell’energia accumulata. Il meccanismo assomiglia molto a quello di una molla che può venire compressa per poi rilasciare l’energia accumulata.

La performance umana avviene soprattutto durante la fase di scarica energetica. Possiamo notare questo meccanismo in diversi atti fisici impegnativi: nel sollevamento pesi la fase di massimo sforzo richiede la gestione attenta delle fasi inspirazione ed espirazione, e il massimo sforzo va prodotto nel momento dello scarico dell’aria.

Nelle arti marziali si apprende ad accompagnare i colpi con una scarica potente del respiro (chiai del Karate) o a combinare i colpi con l’espirazione, negli sport da ring come il pugilato, la kickboxing e la Thay Boxe.

Il funzionamento della “carica e scarica” risponde a criteri di ritmicità, di pulsazione, e – fuori dalla performance sportiva – trova nelle energie sessuali una delle manifestazioni più evidenti: le energie sessuali si accumulano e trovano un punto di apice (climax) nell’orgasmo, nel quale l’organismo si libera o scarica di tali energie. La carica corrisponde ad uno stato di potenza, l’organismo accumula tensione che viene poi liberata.

La scarica produce uno stato successivo di quiete e benessere. Entrambi gli stati sono necessari e funzionali, senza uno non si potrebbe avere l’altro.

La permanenza in un costante stato di carica (tensione permanente) senza che avvengano scarica e ricarico, distrugge la capacità dell’organismo di recuperare e lo danneggia.

Un organismo vivo e funzionante pulsa, alterna il “pieno” ed il “vuoto”, e metaforicamente “respira” interagendo con l’ambiente, assorbendo energia e restituendo energia.

I cicli di carica-scarica riguardano ogni processo ed ogni istante della vita: la respirazione (carica di ossigeno, e fuoriuscita di scorie metaboliche e anidride carbonica), l’alimentazione (carica di nutrienti, successiva evacuazione di scorie con il sudore, urine e defecazione), e persino i processi intra-cellulari. L’essere umano non è equilibrato se non alterna le due fasi.

Nell’assenza di attività, nel nulla della non-azione permanente, il corpo si deteriora, e “meno lavora più si consuma”.

L’azione fisica aumenta il tempo e velocità di turnover biologico (sostituzione di cellule, accelerazione del metabolismo).

Come evidenzia Scossiroli, nel campo delle scienze biologiche è possibile identificare un certo livello di turnover o ricambio dell’organismo[2]:

la velocità con cui si realizza il ciclo di un dato elemento è condizionata principalmente dalla durata dei cicli vitali dei vari organismi che lo utilizzano… la velocità di turnover rappresenta la stima relativa (percentuale o unitaria) della quantità di elemento che esce (prelevamento) o che entra (restituzione) in un dato ecosistema per unità di tempo. Se, ad esempio, su 1000 unità di elemento presenti ne escono (o ne entrano) 10 unità (per ora, per giorno, ecc.), la velocità di turnover è pari a 10:1000 = 0,01 in termini unitari, cioè pari all’1%.

Il training bioenergetico si prefigge di “far lavorare” l’organismo e accelerare il turnover, risvegliando le funzioni dell’organismo e attivando le energie vitali.

L’organismo vivente per definizione “scambia energie” con l’ambiente circostante e quando questo scambio è ridotto o assente l’organismo si ammala, non funziona al meglio, si intasa di scorie, non nutre gli organi, non si ricambia fisiologicamente, giungendo alla perdita di funzioni, e alla progressiva riduzione di potenza, sino alla malattia fisica e mentale.

Per ottenere un buon funzionamento del principio di carica-scarica è necessario produrre tensioni significative, scariche profonde e ricariche profonde.

Scariche deboli svuotano le energie in modo insufficiente e non permettono il ricambio metabolico. Ricariche deboli non permettono la supercompensazione, il recupero e la successiva crescita.


Principio 22 – Carica, scarica e ricarica energetica

La crescita bioenergetica richiede che l’organismo si impegni in ritmi di carica-scarica e possa attivare i processi metabolici correlati. L’organismo umano produce la performance soprattutto durante la fase di scarica energetica.

La crescita ottimale richiede:

  • scariche profonde opposte a scariche superficiali;
  • ricariche profonde opposte a ricariche insufficienti;
  • tempi di ricarica adeguati opposti a tempi insufficienti e ri-scariche premature;
  • ritmicità e frequenza, opposte ad attività di carica-scarica saltuarie;
  • consapevolezza delle soglie di resistenza dei vari distretti e dell’organismo in generale, affinché le azioni di carica/scarica non vadano oltre creando danni o non ne stiano troppo distanti, perdendo il potenziale allenante.

 Anelli deboli della catena energetica

La scarica energetica consiste nello svuotamento delle energie (parziale, o totale, sino a casi di completa scarica o depletion) tramite attività fisiche, fisico-mentali o – in alcuni contesti – puramente mentali.

Tra gli errori bioenergetici gravi vi è quello della scarica eccessiva, superiore alla capacità energetiche del sistema, spendendo più energie di quelle disponibili (autoconsumo), o attivando richieste energetiche superiori a quelle dell’anello più debole della catena energetica.

Spieghiamo questo con un caso in campo fisico. Ipotizziamo di fare un allenamento che coinvolga esercizi di sollevamento pesi. Possiamo avere un muscolo (poniamo il bicipite) in gradi di sollevare carichi (e produrre energie) pari a 30 kg di peso, e avere un  sistema tendineo in grado di sopportare senza danni un carico di soli 20 kg. Il peso verrà alzato, ma a rischio della rottura del tendine.

Potrebbe avvenire un’infiammazione, oppure una parziale o completa lacerazione, a seconda dello stato del tendine stesso: il tendine non era pronto per questo tipo di sforzo, mentre il muscolo si, ma il sistema complessivo (muscolo + tendine) nel complesso non è pronto.

Lo stesso meccanismo accade nelle attività manageriali. Un manager può essere un eccellente creativo ma scarso sul fronte organizzativo. La sua prestazione complessiva (sviluppare idee e organizzarle) trova l’anello debole nella capacità di organizzazione, per cui la sua performance complessiva viene limitata e soffre.

Con gli anelli deboli della catena energetica si debbono fare i conti e non ignorarli. L’alternativa fattibile è limitarsi ad agire sempre e solo entro il confine ristretto dei propri anelli più deboli. È fattibile, ma limitante. Più corretto è lavorare per rialzare le energie degli anelli deboli e potenziare così le energie totali della catena, con interventi mirati al riequilibrio. Ad esempio: un lavoro mirato sullo stretching per la flessibilità, invece di concentrarsi solo sulla forza, il potenziamento della sezione posteriore dei muscoli della spalla se quella anteriore è più sviluppata, o per un calciatore veloce ma scoordinato, concentrarsi su esercizi di coordinamento anziché solo di scatto.

La scarica – il massimo grado di energie che un essere umano può “muovere” e gestire fisicamente e mentalmente – deve essere adeguata alle possibilità organismiche, deve procedere per gradi.

Scariche bioenergetiche superiori alle possibilità producono danni, dalla rottura o malattia di organi, all’effetto di drenaggio delle energie di riserva del­l’organismo, e avviano il catabolismo (auto-consumo o autodistruzione del­l’organismo).

Il principio bioenergetico della sintonia prevede che sforzo richiesto ed energie disponibili debbano essere sintonizzati. Questo principio si osserva anche nel lavoro manageriale di équipe. Un progetto di gruppo diviso in fasi temporali (immaginiamo, una presentazione in pubblico gestita da tre persone) può saltare e cadere di efficacia anche solo se uno degli elementi-uomo è stato sopravvalutato, in termini di energie e capacità (o se è stato sottovalutato lo sforzo energetico richiesto dal compito).

 Inpulsione ed espulsione

La bioenergetica nel metodo HPM utilizza i concetti di inpulsione ed espulsione. L’espulsione (scarica energetica) è l’effetto desiderato, l’inpul­sione è il rischio da evitare. Per espulsione si intende la liberazione di energia, la performance, la fuoriuscita.

Per inpulsione si intende una attività che solo apparentemente fa fuoriuscire e produce energie ma in realtà consuma e mette in tensione il sistema (anziché scaricarlo in termini positivi). Esempio, una gita in barca a vela può essere un sistema eccellente per la scarica dello stress, una piacevole esperienza di svago, ma se tra i partecipanti – anche solo con uno di essi – vi è attrito relazionale, l’e­spe­rienza complessiva sarà scaricante, i continui battibecchi o incomprensio­ni creeranno aumento di tensione, non la sua diminuzione.

Principio 23 – Principio di qualità della scarica energetica

La crescita bioenergetica richiede che l’organismo si svuoti di energie per poi potersi ricaricare, avviando in questo modo i processi metabolici energetici, il ricambio organico, e il riequilibrio energetico.

La scarica ottimale richiede:

  • espulsione di energia e tensione (vs. inpulsione o falsa espulsione);
  • concentrazione sul processo e sul tempo psicologico della scarica;
  • volumi e quantità che rispondano al criterio di Scarica Minima Efficace;
  • evitazione di scariche superiori alle capacità dell’anello più debole del sistema energetico.

 Scarica Minima Efficace e Scarica Massima Potenziale

La Scarica Minima Efficace (SME) rappresenta la quantità minima di lavoro svolto che permette uno svuotamento delle energie con effetto allenante e la successiva supercompensazione (es.: l’allenamento minimo in grado di “far bene all’organismo”).

La Scarica Massima Potenziale (SMP) rappresenta il massimo della scarica reso possibile dall’anello più debole della catena (es.: l’allenamento più duro possibile senza causare danni all’organismo). Al di sotto della SME l’allenamento vale solo come blanda manutenzione ma non attiva forte crescita, mentre oltre la soglia superiore (SMP) il training danneggia anziché costruire.

Il training bioenergetico deve collocarsi entro queste soglie, che dipendono dagli stati organismici soggettivi.

Più un organismo è allenato, più sarà in grado di sostenere training impegnativi e innalzare la soglia superiore e sostenere allenamenti gravosi. Quindi, il training bioenergetico ha effetti cumulativi che migliorano nel tempo.

 Scarica bioenergetica reale vs. attività similari erronee

Il tempo della scarica energetica non deve essere confuso con altri tempi che vi assomigliano. Ad esempio, un lavoro manuale, faticoso fisicamente, nel quale si manipolano oggetti pesanti, è certamente un’attività che scarica energie – ma non necessariamente potenzia e rafforza, se non per casi abbastanza fortuiti. I lavori fisicamente duri infatti non sono ingegnerizzati per “far bene” ma per compiere il lavoro, e possono essere sopportati solo per periodi limitati o con accorgimenti particolari. Il lavoro duro ha comunque un effetto allenante positivo soprattutto perché abitua la mente a sopportare fatiche, ma in sé non è per forza ingegneristicamente valido.

La concentrazione di un facchino, mentre si scaricano casse pesanti, non è sul meccanismo allenante, bensì sul lavoro da compiere, e non possiamo identificare in esso un vero training bioenergetico.

Il training bioenergetico è un’attività ingegnerizzata e progettata con fini allenanti. I casi in cui nella vita reale si affrontano fortunosamente ritmi corretti di tensione-scarica-recupero, fatiche e difficoltà realmente simili ad un buon training bioenergetico, sono rari. Per questo motivo, il semplice lavorare duro non è equivalente ad attività allenante.

Nel training bioenergetico, assieme al lavoro deve esistere consapevolezza del processo e volontarietà. La scarica energetica deve essere un atto ricercato e non subìto in conseguenza di altre attività.

 Ricarica energetica vs. intasamento del sistema

Se la scarica è il momento della prestazione, la ricarica è il momento della ricostituzione, fatta di riposo, alimentazione, recupero attivo o passivo, rigenerazione, e questo rende possibili sia la sopravvivenza del sistema che le prestazioni successive.

È pericoloso essere tentati dalla ricerca di una ricarica elevata (es: iperalimentazione) pensando di produrre automaticamente maggiore energia e quindi maggiori prestazioni. Le capacità fisiche di assorbimento sono limitate e le immissioni in eccesso danneggiano anziché aiutare l’organismo.

Uno degli errori bioenergetici più gravi è quello di ricaricare il sistema in continuazione , intasandolo, o ricaricarlo prima che sia avvenuta una scarica adeguata. Ad esempio, un buon pasto darà buoni risultati bioenergetici dopo un allenamento, ma farà danni se l’organismo non abbisogna di quelle calorie e quei nutrienti, perché sedentario o già “intasato”.

Il ceiling effect (effetto tetto, o “effetto soglia”) evidenzia che esiste una soglia oltre la quale la ricarica o immissione di elementi non può andare, e tutto ciò che sarà immesso di superfluo andrà ad intasare il sistema.

Così come l’acqua che eccede la capacità di un vaso finisce per fuoriuscire, e non è opportuno continuare a versarne, il corpo segue lo stesso principio: prima di versare nuova acqua nel “vaso corporeo” (nutrienti) dovremmo occuparci di vuotare il vaso (allenandosi, consumando energie), e più il vaso sarà vuoto più sarà in grado di ricevere.

Principio 24 – Principio di qualità della ricarica energetica

La crescita bioenergetica richiede che l’organismo disponga delle sostanze e principi necessari per il recupero e per rispondere al fabbisogno di supercompensazione generato dagli sforzi precedenti.

La ricarica ottimale richiede:

  • componenti multiple ed equilibrate (varietà degli input nutritivi);
  • assenza di agenti estranei o inquinanti;
  • tempi di assorbimento compatibili con la fisiologia personale;
  • volumi e quantità che rispondano al criterio di Quantità Minima Efficace;
  • attenzione a ricariche superiori al fabbisogno, evitare l’intasamento.

La ricarica deve essere pertanto il minimo efficace per ripristinare le energie del sistema e qualcosa di più per garantire la supercompensazione (la dose supplementare di nutrienti, sempre e solo se in precedenza è avvenuta una scarica allenante).

Ricariche superiori sono dannose e danneggiano il sistema anziché alimentarlo (effetto di intasamento).

Il ceiling effect (effetto tetto) non è limitato al cibo, si estende anche ai concetti e agli stimoli sensoriali. Il rischio degli eccessi di immissione riguarda anche l’assimilazione di concetti: nella didattica, una lezione sovraccarica di teoria rischia di far rimanere poco o nulla nella mente degli allievi, poiché i canali di attenzione sono già stati esauriti.

Lo stesso vale nelle attività di Training Mentale, di meditazione, di analisi o altre forme di esercizio mentale, per cui è necessario curare le giuste dosi e quantità di lavoro in relazione alle capacità di elaborazione individuali.

[1] Reich, W. (1933), L’analisi del carattere, edizione italiana Sugarco, Milano.

[2] Scossiroli, Renzo E. (1987), Elementi di Ecologia (Centro di Studio sulla Ecologia e Genetica Quantitativa e Istituto di Genetica della Università di Bologna), Zanichelli, Bologna.

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Uno stress è un evento negativo se le condizioni energetiche dell’indivi­duo o del sistema non sono all’altezza della sfida.

Ciò che conta ai fini della crescita e del coaching è che le intensità (allenanti, o formative) siano di portata adeguata (né troppo deboli, né devastanti e impossibili da gestire), e che lo stress venga prodotto in modo consapevole (stress conscio, volontario, progettato, ingegnerizzato) e non involontariamente subito.

Lo stress deve quindi essere metabolizzato, utilizzato per crescere, progettando non solo la fase di stress ma anche e soprattutto le tecniche per il recupero psicofisico, la rielaborazione mentale dell’accaduto, e le modalità migliori di ri-generazione successiva agli stressor.

Il ciclo allenante e la sequenza allenante

La creazione di schemi motori fisici nel training manageriale e sportivo è uno degli aspetti più trascurati. Molti training manageriali diffondono concetti ma non allenano l’azione correlata alla loro messa in pratica. Non si sviluppano quindi gli schemi motori verbali e fisici, l’abitudine a parlare in un modo diverso, o a rispondere con diversi comportamenti.

L’active training o formazione esperienziale è una modalità di training in cui viene creata azione, per generare e allenare schemi motori fisici e schemi linguistici. Averli agiti in prima persona permette di poter ripescare dai propri repertori di memoria molto più rapidamente i comportamenti e le abilità, mentre la sola osservazione non lo fa.

Per ciclo allenante, quindi, non si intende solo la pratica di azioni sul piano esclusivamente muscolare o fisico. Può entrare in una sessione allenante anche la pratica di azioni verbali fisicamente poco impegnative, es: imparare a rispondere in modo diverso ad una frase che in genere ci mette in difficoltà, farlo attivamente e ripetutamente, sino alla sua assimilazione completa negli schemi verbali e comportamentali.

Le azioni che vengono praticate in modo diverso possono sbloccare gli schemi precedenti.

Rimanendo sul versante fisico, al termine del ciclo allenante (composto da stress positivo, alimentazione, e recupero/riposo), gli organi o le funzioni mentali o comunicative che hanno lavorato adeguatamente saranno più forti rispetto alla situazione di partenza.

Il lavoro allenante si basa sul principio di supercompensazione: una ricarica di energie che porta lo stato post-training ad un livello superiore rispetto allo stato pre-training. Con stimoli allenanti corretti, la ricostruzione è lievemente superiore rispetto alla distruzione.

Supercompensando le strutture messe in crisi, l’organismo si prepara ad affrontare nuove crisi simili. Questo accade nello sviluppo muscolare (prodotto da attività di forza), nell’abbronzatura (sviluppo della melanina per far fronte alla radiazione solare), nella resistenza aerobica (nella corsa, sci, etc.), e in generale in ogni utilizzo della macchina biologica umana.

Nel caso del culturismo, il funzionamento è estremamente evidente: il muscolo, messo in crisi da un esercizio intenso (stato di depletion, esaurimento),  ricostruisce e supercompensa le proprie strutture per prevenire il ripetersi di un fatto analogo, quindi il volume e la forza del muscolo aumentano. Si potenziano inoltre tendini e densità ossea.

Anche in un training manageriale i principi sono gli stessi: sulla negoziazione, ad esempio, il soggetto, messo in crisi dai trainer con esercizi adeguati, raggiunge lo stato di depletion (scarica). Il debriefing (esame di quanto accaduto), la scoperta di errori compiuti e aree di miglioramento, lo studio successivo, la prova di nuovi comportamenti e schemi conversazionali più efficaci, immettono nutrimento conoscitivo, permettono di recuperare, capitalizzare l’esperienza e trovarsi più forti nelle sfide reali che si incontreranno.

Chiunque abbia frequentato palestre o svolto attività sportive sa bene che i meccanismi di crescita e supercompensazione richiedono tempo, e dopo una singola sessione non si noterà alcuna forte differenza rispetto alla precedente: solo la ripetizione nel tempo e la costanza premiano realmente.

Il lavoro serio richiede costanza.

Le condizioni affinché avvenga la crescita bioenergetica sono evidenziate nel principio seguente:

Principio 21 – Depletion, supercompensazione e condizionamento

La crescita delle energie fisiche richiede sessioni allenanti programmate tali da produrre depletion (esaurimento consapevole) e – obbligatoriamente  – successivo recupero, inducendo supercompensazione (meccanismo in cui l’attività di rigenerazione supera l’attività di distruzione).

L’effetto ricercato è il condizionamento (conditioning): aumento della capacità organismica di sostenere stress e condizioni di difficoltà, capacità aumentata di resistere a stimoli di portata superiore.

Il condizionamento può essere:

  • ad obiettivo generalizzato: maggiore resistenza/energia dell’intero sistema corporeo (intervento sull’economia complessiva dell’organismo);
  • ad obiettivo localizzato: maggiore resistenza/energia di una specifica area o funzione (intervento sull’economia locale di un distretto fisico o cognitivo).

La supercompensazione dipende:

  • dalla qualità dello stimolo allenante, sia esso basato su una singola stimolazione o invece in forma di serie allenante o “circuito allenante” (circuit training);
  • dalla qualità del programma di rigenerazione, recupero e riposo, rielaborazione, tra una sessione allenante e l’altra.

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Articolo estratto con il permesso dell’autore dal testo di Daniele TrevisaniIl potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance”. Franco Angeli editore, Milano.

Lo stress allenante e la legge della supercompensazione

Il fisiologo Hans Seyle (autore del concetto di stress), nei suoi studi pionieristici sul funzionamento dell’essere umano in condizioni gravose[1], ha sviluppato la teoria della Sindrome Generale di Adattamento (General Adaptation Syndrome, GAS).

Secondo la teoria, l’organismo risponde agli stress in funzione della loro intensità, con il tentativo di fondo di trovare il modo di adattarsi agli stress, rafforzarsi strutturalmente, e rendersi più pronti ad affrontare futuri stress simili.

Offrendo una sintesi che integra fisiologia e psicologia, un meccanismo generale di risposta allo stress è il seguente:

stadio di allarme: le sollecitazioni (stressor) impattano il sistema e possono venire subite o (al contrario) possono avviarsi meccanismi di difesa;

stadio di resistenza: l’organismo si attiva al massimo per far fronte alle maggiori richieste e combatte gli stress utilizzando le energie disponibili (accesso alle fonti e riserve energetiche);

stadio di esaurimento: gli organi interessati dallo stress esauriscono le proprie energie;

stadi di recupero energetico e ripristino dei danni subiti.

La fisiologia e psicologia dell’essere umano (come in larga parte degli appartenenti al regno animale) risponde alla legge della supercompensazione: dato (1) uno stimolo allenante sufficiente, e (2) un adeguato tempo e modo di recupero (condizioni ottimali ambientali, di alimentazione, di riposo) gli organi o distretti allenati risponderanno con uno sviluppo che li porta di volta in volta a livelli leggermente superiori rispetto al punto di partenza.

Micro-crescita dopo micro-crescita, l’organismo nel complesso (o il distretto o competenza allenata) diventano più forti.

Una sessione allenante, a differenza di uno stress subito involontariamente, si pone l’obiettivo di ingegnerizzare tipo ed intensità di stress e stimoli, affinché la supercompensazione accada e potenzi le aree lavorate (fisiche o mentali). Ingegnerizzare lo stimolo significa progettare intensità e recupero.

Gli incrementi di sessione in sessione sono minimali, ma nel medio e lungo periodo, sessione dopo sessione, gli effetti diventano cumulativi ed enormi.

Il corpo sottoposto a stress allenante (di portata affrontabile) migliora le proprie difese nelle strutture e funzioni interessate, che possono essere muscolari, respiratorie, articolari, aerobiche, anaerobiche, di coordinamento

Anche la mente, sottoposta a training di intensità adeguata, reagisce aumentando le proprie capacità cognitive, le connessioni neurali, gli schemi concettuali e gli schemi motori che permetteranno di fronteggiare lo stesso tipo di sfida o stress simili in futuro.


[1] Vedi: Selye, H. (1956), The Stress of Life, McGraw-Hill, New York.

Selye, H. (1976), Stress in health and disease, Butterworth, Reading, MA.

Selye, H. (1982), History and present status of the stress concept, in L. Goldberger, S. Breznitz (Eds.), Handbook of Stress: Theoretical and Clinical Aspects, The Free Press, New York.

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Come funziona e che tipologie conosciamo

Il training psicoenergetico consiste nel lavoro mirato e finalizzato ad incrementare le energie psichiche.

Il confine tra training psicoenergetico e terapia è in alcuni casi molto evidente, in altri labile, in altri casi si evidenziano sovrapposizioni.

In ogni caso, il training psicoenergetico si prefigge di portare il soggetto ad una maggiore condizione di sane energie psicologiche, autorealizzazione, potenziamento, nella direzione di ciò che egli stesso considera “miglioramento”, o, come evidenzia Rogers, ad aumentare il livello di potere personale che deriva dalla riduzione della confusione interiore.

Il training psicoenergetico ha una forte componente terapeutica poiché si prefigge di rimuovere i blocchi e cambiare modalità di pensiero disfunzionali per il soggetto, e tuttavia non è assolutamente limitato alla terapia. Ad esempio può usufruire del training psicoenergetico un atleta di livello mondiale, ma anche di livello amatoriale, che non presenti problemi particolari o patologie di tipo psicologico o emozionale, ma sia comunque intenzionato a migliorare le proprie prestazioni ricorrendo ad migliore gestione delle energie psichiche.

Nessun essere umano è perfetto, e lo stesso concetto di perfezione è variabile e indefinito.

I livelli nei quali si può cominciare a parlare di terapia e non più di formazione o sviluppo non sono assolutamente fissi, ed è oramai consolidato (vedi Goffman) che la devianza sociale e la malattia psichica sono gran parte frutto di una valutazione sociale e culturale.

In tempi storici o culturali di iperproduttività, può essere considerato anomalo un soggetto che “si rilassa” o non produce reddito tutto il giorno, ma al contrario può succedere che una persona estremamente dedita al lavoro venga inquadrata come malata (workaholic), da parte di una cultura più spirituale o votata alla ricerca di maggiore equilibrio tra vita e lavoro (work-life balance).

La psicoenergetica quindi deve per quanto possibile evitare di imporre sovrastrutture rigide al percorso di sviluppo delle energie psichiche (es.: sii più produttivo, o al contrario, sii più rilassato, etc., come se questi messaggi andassero bene per tutti) ma aiutare il soggetto a crescere in una direzione di maggior benessere soggettivo, che deriva unicamente da un’analisi dell’in­dividuo, caso per caso. Esistono alcuni parametri universali, salute fisica rispetto di se e degli altri, che fanno comunque da sfondo a qualsiasi lavoro.

Liberare il potenziale dai blocchi crea maggiori capacità di sviluppare il proprio essere, in qualsiasi direzione esso sia: l’ambizione di voler essere un buon padre, un buon manager, un buon atleta, un buon insegnante, il desiderio di voler essere più rilassati, o più attivi e dinamici, o più lucidi mentalmente o e altri stati soggettivi definibili come condizione-target.

Il training psicoenergetico procede – come per il training bioenergetico – tramite sessioni ed esercizi.

Il training psicoenergetico allena diverse porzioni separate, con lo scopo di eliminare i blocchi prioritari responsabili del mancato raggiungimento del potenziale.

Possiamo quindi avere diversi tipi di training, ad esempio:

  • un training sulla cultura dei confini: imparare a dividere e separare le attività, concentrare le energie mentali nello spazio e nel tempo in modo diversificato, imparare a concentrarle su un obiettivo rimuovendo le distrazioni e distorsioni, imparare a riconoscere i propri ruoli multipli, a capire quando un ruolo deve rimanere “zitto” e lasciare spazio ad altri;
  • un training sulla riduzione dell’ansia: l’ansia, abbiamo visto, è un correlato tra livelli di attivazione elevata (arousal) e emozioni negative. Possiamo imparare a mantenere alto il grado di attivazione, spostando invece il baricentro emotivo verso le emozioni positive, ad esempio vivere con gioia una gara, un discorso in pubblico, un viaggio in aereo, e altre condizioni specifiche che per la persona producono ansia;
  • un training sulla gestione dello stress: imparare i meccanismi di riconoscimento del proprio grado di stress, imparare le tecniche di rilassamento, imparare le tecniche di dissipazione dello stress attraverso attività fisiche intense o blande, imparare a costruire e seguire una tabella di stile di vita (lifestyle) e stile di pensiero (thinkstyle) che abbassino i livelli di stress;
  • un training sulle action lines (costruire linee di azioni efficaci verso i propri obiettivi) che aumenti la lucidità tattica, le prioritization skills (tecniche per inquadrare le priorità): imparare tecniche per rivedere le priorità, ricentrare gli obiettivi, focalizzare bene le linee d’azione che possono creare risultato;
  • un training sulle capacità di percezione e timing, ovvero sulla capacità di percepire in modo aumentato e di intervenire nel momento giusto, sulle situazioni nelle quali si deve agire.

Ciascun tipo di intervento deve essere consolidato in uno sfondo scientifico (un modello di intervento) e deve essere portato allo stato della comprensione da parte del soggetto, amplificato nel senso, anche tramite metafore, aforismi, studio di casi. Le azioni ed attività elencate sono puramente indicative, ogni area che abbiamo menzionato, attiva nel produrre o ridurre energie mentali, è suscettibile di essere esercitata, allenata, lavorata, anche e soprattutto con l’aiuto di coach, trainer o counselor professionali.

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Superare le situazioni di stress e fatica aumenta l’apprendimento

Esistono apposite tecniche denominate “tecniche di intensità” che puntano a far rimanere la persona entro la zona allenante di picco, per più tempo di quanto normalmente possibile. Tra queste:

In campo sportivo:

  • ripetizioni forzate: nell’uso di pesi, essere aiutati da qualcuno a completare qualche altra ripetizione dopo l’avvenuto cedimento, soprattutto nella fase iniziale del movimento, per sfruttare le energie residue;
  • carichi discendenti: il peso viene diminuito immediatamente dopo il cedimento, continuando a lavorare con un carico minore, con diminuzioni progressive sino allo sfinimento della zona allenata;
  • contrazioni di picco: mantenere la contrazione per alcuni secondi nel punto di massimo sforzo o in altro punto di forte intensità;
  • cheating: aiuto di altre parti del corpo per compensare il cedimento di una zona muscolare che ha esaurito le forze;
  • serie di preaffaticamento: esercizi finalizzati a pre-affaticare una zona muscolare, affinché gli esercizi successivi siano più difficili e intensi;
  • serie parziali: compiere solo la parte di movimento che rimane con le forze residue, anche se esse non sono più sufficienti a produrre l’intero mo­­vimento;
  • attività residuali: compiere solo le azioni di dispendio basso, rese possibili dalla poche energie rimaste. Es.: nella boxe, continuare a fare shadow boxing o “vuoto”, o solo movimenti di gambe, quando le energie per com­bat­tere sono esaurite, o per un corridore, continuare con una corsa leggerissima per qualche tempo al termine di una corsa intensa;
  • attività complementari: continuare a far lavorare un’area con un movimento alternativo, dopo che le forze sono esaurite sul movimento primario, es.: superset tra distensioni su panca e croci, per lo sviluppo dei pettorali;
  • superset: attività diverse condotte in sequenza, con pause minimali;
  • circuit training: circuiti allenanti con ampia varietà di esercizi.

La combinazione e permutazione di queste tecniche di intensità può amplificare ancora di più il tempo trascorso nella zona allenante e creare potenziamento elevato.

L’atleta deve prolungare il proprio allentamento oltre la soglia abituale, con una strategia programmatica, alternando fasi di sforzo elevato e fasi di recupero efficace, con riposo di qualità, alimentazione di qualità, intervalli intelligenti tra sforzo e recupero, fasi di rilassamento.

Lo stesso meccanismo avviene nell’apprendimento delle competenze relazionali e comunicative, come l’apprendimento di una lingua: vi sono momenti e fasi in cui ci si avvicina al senso di fatica, e una conversazione diventa difficile e dispendiosa. In molti gruppi di studenti all’estero si nota la tendenza a sfuggire da questo tipo di fatica e fare congrega tra connazionali, per evitare il disagio e la difficoltà di interazione in un lingua che si padroneggia poco. L’approccio di chi invece ricerca attivamente conversazioni con i madrelingua è quello di una consapevolezza: più si affronteranno parole nuove e sconosciute più si apprende, più si starà lontani dai connazionali più si farà una vera immersione linguistica (apprendimento in full-immersion), anche se inizialmente difficile.

Altrettanto vale nelle capacità manageriali: ogni capacità manageriale è frutto di apprendimento, e questo passa attraverso la gestione di situazioni di stress e fatica, superate, rielaborate e utilizzate come apprendimento (gestire una riunione difficile, parlare in pubblico, elaborare dati, prendere decisioni, esercitare la leadership in contesti sfidanti).

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“No pain, no gain”

Accanto alla abilità di trasformazione del vissuto del dolore, e gestione delle proprie forze, troviamo la capacità di percepire finemente il tipo di dolore o fatica in corso e distinguerne le tipologie.

Il dolore (negativo) di una articolazione infiammata è completamente diverso dal dolore di un muscolo in fase di allenamento intenso.

Continuare ad allenare un articolazione infiammata è distruttivo, avere questo tipo di dolore non è un obiettivo, è il dolore che porta alla distruzione. Il dolore muscolare positivo ha una sua riconoscibilità. L’atleta viene allenato e apprende a distinguere diversi tipi di dolore, quello che si accompagna ad un trauma, quello da fatica (es. acido lattico) e quello che fa crescere.

Lo stesso vale per la fatica mentale, la fatica che distrugge e quella che fa crescere hanno colori diversi e bisogna imparare a riconoscerle.

Esiste un dolore mentale legato al cambiamento di abitudini, e la psicoterapia porta spesso a momenti di dolore legato ad uno stacco dalle proprie abitudini consolidate.

Anche lo studio può portare fatica ma successivo appagamento.

Il dolore e la fatica possono anche riguardare l’intero corpo, e non zone specifiche, come in sport completi quali la boxe, il nuoto, il tennis e altri. Il senso generale di affaticamento pervade tutto il corpo. Vivere entro questo stato e continuare a lavorare entro lo stato è una competenza mentale.

La crescita di un bodybuilder si costruisce proprio tramite esaurimenti programmati. Avviene unicamente quando il muscolo viene portato ad esaurire le proprie energie sino (o vicino) al punto di cedimento, il punto in cui non si riesce più a muovere un certo carico allenante.

Questo sfinimento programmatico produce dolore, e il recupero successivo produce crescita.

Un celebre motto del pluricampione del mondo Arnold Schwarzenegger, in campo agonistico, recita “no pain, no gain”, cioè senza dolore non c’è crescita. Messaggio utile in alcune fasi di preparazione, ma pericoloso se applicato da incoscienti o preso come religione di vita da applicare in ogni campo e momento.

Attenzione: il fattore di crescita non è il dolore in sé. Non è il dolore a far crescere, ma il tipo di lavoro e di sforzo intenso necessario. Spesso questo sforzo si accompagna a stati dolorosi, soprattutto nella parte finale degli esercizi. Un coaching di qualità deve anche lavorare sulle training experience, le esperienze e sensazioni allenanti, e far capire il valore e il piacere che si può legare a questi momenti di fatica in cui però si genera crescita.

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Quando lo sforzo e la fatica sono positivi per raggiungere un fine

La preparazione e il training necessari per ottenere crescita sono spesso accompagnati da sforzo fisico e fatica mentale.

Questo tipo di sforzo può arrivare anche a superare la soglia del dolore.

Nella concezione classica,  il rapporto fisiologico dell’uomo con il dolore è di evitazione, salvo i casi patologici di masochismo.

Chi affronta il dolore e la fatica volontariamente rientra nella sfera degli eroi, o dei martiri, o dei coraggiosi e impavidi.

Per il performer è utile differenziare il tipo di dolore utile dall’inutile, localizzare il dolore distruttivo da quello associato alla crescita.

Il dolore distruttivo è quello che danneggia ma non crea, il dolore gratuito, o un trauma, come lo strappo di un muscolo.

Il dolore costruttivo è quello che funziona da rito di passaggio, una sofferenza che accompagna una crescita, un dolore senza il quale non è raggiungibile un livello successivo.

Sono sofferenze coscienti, ad esempio, i ricordi dolorosi necessari per la rielaborazione difficile di un brano del proprio passato con il quale non erano stati fatti i conti, o sul piano fisico un dolore associato ad uno sforzo muscolare intenso ma praticato coscientemente, vissuto in fase di allenamento e di performance.

Osserviamo la seguente testimonianza sulle tecniche di intensità utilizzate dal pluricampione di bodybuilding Arnold Schwarzenegger:

… utilizzavo anche altre tecniche, per sfruttare ogni briciola di intensità e stimolare la crescita. A parte le ripetizioni forzate, eseguite con l’aiuto di un compagno, le mie tecniche preferite erano la contrazione di picco e quella che io definivo “azione di pompaggio”. La prima consiste semplicemente nel mantenere la posizione superiore di ogni ripetizione … per 3 -4 secondi prima di scendere. Si tratta di una tecnica molto dolorosa, ma io ho sempre goduto di quel bruciore, sapendo che mi avrebbe fatto crescere[1].

La carriera del campione del mondo di bodybuilding Schwarzenegger, la sua capacità di avere successo anche in campi diversi, persino in politica come Governatore della California, parte da uno scantinato del piccolo borgo in cui nasce, in Austria, antro nel quale egli si allenava anche d’inverno senza riscaldamento. Saper andare avanti anche nella fatica e senza molti comfort ha permesso di forgiare doti di resistenza e spessore morale elevati. Anche la sua carriera nell’industria cinematografica è da lui stesso attribuita alla capacità acquisita nello sport di lavorare intensamente e impegnarsi a fondo.

Alcuni momenti di sofferenza accompagnano il raggiungimento di un goal, mentre il dolore gratuito ed inutile come quello che si può soffrire da un dentista non è positivo, così come non lo è lo stress distruttivo, il continuo “stare nella fatica” senza tregue. Ma nemmeno fuggirla sempre è utile.

Molti atleti di picco citano il “piacere del dare tutto”, dal fare fatica, e lo associano al concetto di “svuotarsi” fisicamente e mentalmente in modo positivo, avviando una sorta di “pulizia” dalle scorie mentali e fisiche, resa possibile dalla totale concentrazione e dall’intensità. Uno svuotamento che lascia spazio ad uno stato di benessere successivo, riposo e recupero indispensabili, senza i quali la fatica precedente diventa solo dannosa.

Tutti sappiamo che la preparazione in qualsiasi campo richiede impegno e questo può anche diventare fatica, sforzo. La soglia tra utilizzo positivo del dolore e patologia sta proprio nel grado di consapevolezza: sapere di lavorare in condizione di dolore entro un range di dolore ragionato, con un criterio di crescita e con un programma positivo di sviluppo.

I migliori atleti utilizzano un trucco mentale: la trasformazione del dolore da troppo negativo a compagno di viaggio in un percorso di crescita. In alcuni ambiti, la sua assenza diventa utile anche per segnalare la mancanza di un impegno allenante sufficiente e consistente.


[1] Schwarzenegger, A. (2007), I primi 60 anni, Muscle and Fitness.

Osserviamo questa testimonianza su Dean Karnazes, specialista in ultramaratone. Ad oltre 40 anni ha stabilito record quali la corsa ininterrotta per 80 ore percorrendo 563 km, e la sfida di resistenza denominata North Face Endurance, consistente nel correre una maratona al giorno per 50 giorni, qualcosa di disumano anche per corridori professionisti.

(Intervistatore): Che rapporto ha col dolore fisico?

(Karnazes): Ho imparato ad accettarlo. In genere nessuno cerca il dolore, tutti vogliono la felicità, la comodità. Nella cultura occidentale il dolore viene spesso associato a qualcosa di negativo. Nell’ultramaratona il dolore ti accompagna sempre, è una sfida da superare, ma che ti fa sentire vivo[1].

[1] Aiello, E. (2007), Dean Karnazes, Sport Week, la Gazzetta dello Sport, 1 /09/2007, p. 28

Osserviamo anche in questo passaggio una trasformazione completa della percezione, una Gestalt Switch (salto di paradigma): dal dolore come punizione al dolore associato ad un momento di crescita, come risorsa.

Karnazes cita tra i propri fattori di motivazione la scomparsa della sorella Pary, deceduta a 18 anni, e gli insegnamenti del padre “che mi ha insegnato a vedere lo sport come un modo per dare il meglio di me stesso”, o messaggi formativi di imprinting ricevuti da preparatori, come il coach Cummings “il coach di cross all’epoca delle scuole superiori mi ha inculcato una regola: non correre con le gambe, corri con il cuore”.

In generale, i motori psicologici che producono impegno morale sono diversi, dalla sfida con se stessi alla ricerca interiore, possono includere potenti messaggi genitoriali, sino al riscatto psicologico o la promessa d’onore.

In ogni caso, numerose persone sono sottoposte a stimolazioni psicologiche forti ma non tutte (anzi pochissime) compiono le elaborazioni mentali interiori che li portano a utilizzare correttamente questi stimoli. L’individuo e le sue scelte, la sua volontà, al di la dell’ambiente e degli stimoli, giocano un ruolo cruciale.

Il messaggio che vogliamo lanciare qui è complesso:

non è bene accettare la fatica come condizione esistenziale permanente, è  distruttivo, soffrire per soffrire non è il fine dell’umanità;

è bene accettare anche con gioia momenti o periodi di sforzo, anche inten­so, e fatica correlata, per raggiungere un certo fine;

la fatica va realizzata con grande consapevolezza delle proprie risorse (self-monitoring), con tempi e modalità di recupero adeguati. Solo con que­ste attenzioni si potrà utilizzare  la fatica come alleata, senza che essa distrugga chi la affronta spesso e a dosi elevate senza recupero.

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Perché avere valori forti migliora la presa di decisione

Disporre di valori forti, di ideali e principi guida, è una delle principali fonti di energie mentali.

Il decision making (presa di decisione) è una delle attività più energicamente dispendiose e pertanto diventa necessario apprendere come ottimizzare le energie decisionali.

Correlare i due fattori (valori e decisione) permette di ridurre lo sforzo decisionale e attivare il commitment (massimo impegno e dedizione verso l’obiettivo, senza tentennamenti).

Principio 20 – Valori personali, commitment e decision making

Le energie mentali diminuiscono o si esauriscono quando:

  • l’individuo non ha valori guida che indirizzano le grandi scelte da prendere (vuoto di valori, crisi di senso, assenza di ideali);
  • l’individuo intraprende un’azione o obiettivo con riserve e non riesce a produrre il necessario commitment (impegno personale).

Le energie mentali aumentano quando:

  • l’individuo localizza (e viene supportato a farlo) grandi valori guida e ideali, che aiutano ad indirizzarne le grandi scelte;
  • le strategie e percorsi intrapresi vengono assunti con vigore e impegno (commitment), sino al compimento, o all’eventuale fallimento, dirottando successivamente le energie verso nuovi progetti e stimoli.

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