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Articolo estratto con il permesso dell’autore dal testo di Daniele TrevisaniIl potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance”. Franco Angeli editore, Milano.

Tecniche a prevalenza fisica, mentale e combinata

La composizione organizzata e strutturata strategicamente di tutti gli elementi evidenziati produce la cosiddetta tabella di allenamento bioenergetico. Si utilizzano tabelle di gruppo o tabelle personalizzate.

Tecniche a prevalenza fisica

Di derivazione sportiva, le tecniche a prevalenza fisica impegnano notevolmente il corpo e riguardano:

  • sviluppo della forza, es.: allenamento con sovraccarico. La differenza so­stanziale tra il bodybuilding e il training bioenergetico con sovraccarico con­siste nella concentrazione mentale sull’atto. Non si pratica la ricerca del massimo sviluppo muscolare possibile, ma della migliore condizione fisica possibile. Vengono inoltre esaltati gli esercizi che provocano maggiore flusso energetico e non quelli che provocano maggiore massa muscolare;
  • sviluppo della resistenza (resistenza alla fatica e stress fisico): tecniche in­centrate prevalentemente sulla resistenza allo sforzo continuato;
  • sviluppo della flessibilità: tecniche operanti prevalentemente sulla liberazione e aumento della flessibilità nelle articolazioni, sulla mobilità articolare, sull’allungamento muscolare;
  • sviluppo del coordinamento: tecniche finalizzare ad incrementare la con­sapevolezza corporea, la percezione delle parti e del tutto, il raccordo tra input mentale e risposta fisica;
  • alimentazione, dietologia: principi e tabelle finalizzate ad eliminare abitu­dini alimentari errate e assumere nuove consapevolezze e abitudini su co­me incrementare le energie fisiche attraverso l’alimentazione e l’inte­gra­zione alimentare strategica.

Tecniche a prevalenza mentale

Tra le tecniche bioenergetiche che attivano prevalentemente la componente mentale segnaliamo (un breve elenco, rispetto alla enorme varietà di stili e approcci):

  • rilassamento muscolare frazionato;
  • training autogeno;
  • tecniche di sovraccarico emotivo e comunicazionale (es.: colloquio under stress) seguite da rielaborazione e recupero;
  • ristrutturazione cognitiva;
  • Imagery (immaginazione guidata);
  • ascolto di musica (selezionata);
  • letture (selezionate, di sfondo rilassante);
  • tecniche di meditazione;
  • lavoro sulle componenti comunicazionali (es.: assertività, apprendere a stop­pare le pressioni esterne nelle relazioni, imparare a “dire no” a specifici stressor);
  • il lavoro sulla propria rete di supporto personale (network analysis personale).

Tecniche combinate

Tra le tecniche bioenergetiche che attivano sia la parte fisica che mentale dell’organismo segnaliamo:

  • metafore bioenergetiche. Riguardano l’eseguire con il corpo esercitazioni che toccano sfere relazionali, per studiare il comportamento da un punto di vista diverso. Es.: sulla leadership, seguire i movimenti imposti da un conduttore in un ambiente difficoltoso, in piscina, o in un terreno leggermente accidentato, valutando bene se il leader è consapevole o meno dei diversi stili di guida che sta utilizzando, dell’ambiente in cui agisce, e di come reagisce la persona o collaboratore alle proprie strategie;
  • ricerca e consapevolizzazione dei blocchi corporei e contratture;
  • lavoro sul corpo, es.: tecniche di massaggio, o esercizi che derivano da tecniche di riabilitazione, es.: il “dialogo tonico”;
  • ricerca delle tensioni psicofisiche e blocchi emotivi;
  • lavoro di grounding e ricerca di equilibrio, risposta a stimoli che alterano gli equilibri;
  • analisi della respirazione e miglioramento della respirazione, pranayama (tecniche di respirazione di origine indiana).

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Articolo estratto con il permesso dell’autore dal testo di Daniele TrevisaniIl potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance”. Franco Angeli editore, Milano.

Nella programmazione del training bioenergetico i fattori da considerare sono i seguenti:

  • stato organismico,
  • tools disponibili,
  • frequenza del training,
  • frazionamento,
  • durata,
  • intensità,
  • continuità.

Vediamo i seguenti punti in maggiore dettaglio.

Stato organismico, tools disponibili

 L’ana­lisi delle condizioni generali e momentanee dello stato organismico permette di evidenziare le priorità su cui intervenire.

L’analisi delle condizioni momentanee evidenzia i livelli di energia disponibili al momento del training, al fine di modularlo ed evitare sovraccarico o ipo-stimolazioni. Tools disponibili: La programmazione del training deve valutare gli strumenti disponibili, consistenti sia negli apparati fisici (attrezzi) che negli strumenti ambientali (set­ting, aule, sale, strutture, ambienti fisici quali mare, montagna, bosco, acque, attrezzi). In particolare per gli outdoor training, la disponibilità di aree naturali e strutture attrezzate deve essere attentamente progettata.

Frequenza del training

È necessario progettare la cadenza delle sessioni allenanti. La frequenza è determinata dall’intensità e dalle capacità di recupero. Sessioni molto intense richiedono frequenza allenante minore, maggiore dilatazione tra una sessione la successiva, per consentire tempi di recupero adeguati. Sessioni moderate possono richiedere invece tempi di recupero brevi e maggiore frequenza.

È da notare che per “training”, in campo organismico o bioenergetico, si intende un’attività fisica, mentre in termini di lifecoaching può essere training anche svolgere una attività non fisica ma mentale, o un training relazionale.

Frazionamento del training

Il frazionamento del training consiste nel dividere le sessioni in base a criteri, per far si che ogni sessione alleni specifiche aree o abilità, e l’intero organismo e le intere aree e abilità di interesse vengano ad essere allenate – area per area, abilità per abilità – con maggiore specificità e localizzazione.

È possibile allenare singoli distretti (esercizi di isolamento bioenergetico) o intere catene di distretti (esercizi a catena lunga). Il frazionamento consiste nella divisione del training in sessioni separate e dedicate a specifiche aree o distretti fisici, o a separate funzioni umane (es.: resistenza, forza, o in campo manageriale – decisione, ragionamento, logica, comunicazione, creatività).

In campo sportivo si possono creare frazionamenti in molti modi, ne esponiamo alcuni:

esercizi per la parte superiore vs. esercizi per la parte inferiore;

esercizi di trazione vs. esercizi di spinta;

esercizi lineari vs. esercizi angolari (tipo di movimento svolto);

esercizi a catena lunga (multi-articolari) vs. esercizi a catena singola (mo­no­-articolari);

esercizi singoli o a coppie;

esercizi di sollevamento vs. esercizi di percussione;

esercizi di forza vs. esercizi di abilità e coordinamento;

esercizi a prevalenza mentale vs. esercizi a prevalenza fisica;

esercizi sequenziali vs. esercizi in circuito (circuit training);

esercizi isometrici (tenere una posizione) vs. esercizi balistici (movimento);

… ogni altra forma di frazionamento efficace su base scientifica.

In campo manageriale possiamo frazionare il training organizzativo in molti modi, ad esempio:

esercitazioni a bassa difficoltà vs. esercizi ad alta difficoltà;

esercitazioni di ripasso o manutenzione vs. esercizi di nuova acquisizione;

esercitazioni creative vs. esercitazioni applicative;

esercitazioni individuali vs. esercitazioni di gruppo;

esercitazioni d’aula vs. esercizi outdoor;

esercitazioni in casi reali vs. simulazioni;

esercizi di apprendimento vs. esercizi di rimozione (unlearning)

training centrato sul sistema nervoso simpatico (attività di tipo agonistico, aggressivo, competitivo, ad alta tensione, under pressure) vs. training centrato sul sistema nervoso parasimpatico (attività di tipo rilassato, calmo, sereno, tranquillo, meditativo, low pressure).

La modalità di frazionamento e differenziazione tra attività che interessano il sistema nervoso simpatico (alta attivazione agonistica) vs. attività che interessano e stimolano prevalentemente il sistema nervoso parasimpatico (rilassamento e recupero), riguarda indistintamente il lavoro sul corpo così come la formazione relazionale e il coaching.

Nel metodo HPM viene utilizzata in particolare la “cartografia di Fisher”[1], una metodica poco nota, di frontiera, nata per mappare gli stati mentali, la percezione, sino agli stati alterati di coscienza (ASC – Altered States of Consciousness).

Si tratta di un’area di studi di alto interesse negli anni ‘60 e ‘70, oggi poco frequentata, ma assolutamente utile per localizzare i tipi di attivazione mentale. Questa scala è stata da noi ulteriormente rielaborata ed utilizzata su più fronti, per progettare training variati in termini di intensità e tipo di esperienza.

In generale, le tecniche di frazionamento servono per evitare la monotonia e la noia, ma anche la perdita di efficacia di una tecnica che derivano da una mancanza di varietà nel tipo di lavoro allenante svolto.

Permettono inoltre di creare tabelle allenanti e percorsi formativi basati su cicli allenanti, sequenze di input e stimoli, in cui le varie tipologie di esercizio o esercitazione vengono combinate nel tempo, dando luogo a maggiore varietà e maggiore efficacia.

Durata del training

La durata è un fattore soggettivo e non standardizzabile. Alcuni training manageriali hanno effetto operativo forte e significativo solo quando ci si dedica per una intera settimana ad un tema (es.: la negoziazione avanzata), così come si possono praticare micro-training di pochi minuti in un role-playing dedicato a preparare uno specifico incontro.

Anche sul piano fisico le durate sono variabili, da i ritiri di più settimane sino ai training di alta intensità e breve durata, in cui in un quarto d’ora l’organismo viene portato ad esaurimento (nello sport), o viene acquisita una micro-abilità molto localizzata.

Intensità del training e continuità

L’intensità riguarda il volume di lavoro nel tempo. Il fatto di racchiudere uno sforzo entro un tempo limitato, aumentando le necessità di attivazione dell’organismo, aumenta l’intensità. L’intensità può essere determinata dal tipo di esercizio, dalla riduzione dei tempi di recupero, dal grado di sovraccarico e di stress personale esperito durante il training.

La continuità richiede la progettazione di un ciclo di training in un arco temporale lungo. La continuità è uno dei fattori di maggiore successo nel training bioenergetico e manageriale, poiché gli effetti di condizionamento, supercompensazione, e incremento delle energie disponibili, sono cumulativi.

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[1] Fisher, Roland (1971), A Cartography of the Ecstatic and Meditative States, in: Science 26 November 1971: Vol. 174. no. 4012, pp. 897 – 904.

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Le attività di Conditioning nel training bioenergetico

Per realizzare lo sviluppo bioenergetico è necessario conoscere i meccanismi descritti – in particolare i meccanismi di supercompensazione, carica e scarica, e limiti fisiologici al training e le catene energetiche.

È quindi necessario applicare tecniche in grado di agire sui diversi distretti o sull’energia complessiva organismica.

Il training bioenergetico consiste quindi in attività finalizzate a far crescere e ottimizzare i livelli energetici, tramite:

  • interventi localizzati su un singolo distretto/sistema, es.: tecniche di respirazione, tecniche di sviluppo muscolare, tecniche per l’elasticità articolare, e altre (lavoro sulle economie locali dell’organismo);
  • interventi di ottimizzazione, revisione o gestione complessiva dello stile di vita (lifestyle training), es.: tabelle di attività settimanale, mensile, trimestrale, annuale (lavoro sull’economia corporea complessiva).

Principio 26 – Substrato energetico e autoregolazione

La performance umana è correlata:

  • allo stato di carica dei sottosistemi biologici individuali e del team;
  • alla capacità di identificare e correggere prassi, comportamenti, abitudini, stili di vita, che squilibrano l’organismo;
  • alla conquista di capacità di autoregolazione da parte dell’individuo stesso, interiorizzando tecniche e principi sani e validi con i quali la persona autoregola il proprio comportamento senza bisogno di controllo esterno;
  • alla capacità di elevare e mantenere elevati i sistemi energetici tramite un lifestyle training adeguato;
  • alla realizzazione di specifiche sessioni allenanti, progettate e ingegnerizzate per tipologia ed intensità, sia generali che per zona o variabile-target di lavoro.

Un progetto di lifecoaching ha proprio lo scopo di sostenere e armonizzare gli interventi specifici e gli interventi generali, entro un quadro di insieme.

Molte attività di rafforzamento dell’organismo, soprattutto sul piano muscolare, utilizzano il conditioning (strategie di adattamento e potenziamento). Le attività di conditioning (condizionamento, adattamento) si basano sul sovraccarico, e si prefiggono di accrescere le capacità dell’apparato biologico nel sostenere stress, sforzi e stimoli, incrementando le energie totali di una zona o più in generale dell’essere umano.

Nel training bioenergetico abbiamo quindi attività di conditioning generalizzato ed attività di conditioning localizzato, con specializzazione funzionale (es.: condizionamento per un distretto muscolare, condizionamento alla resistenza o condizionamento alla forza).

Un punto di destinazione essenziale, in ogni programma, rimane comunque la capacità di autoregolazione: aiutare la persona a trovare i propri equilibri, mantenerli, capire quando sta per commettere un errore prima che esso accada, essere guida di se stessi e non vittima di errori o dipendente dal continuo controllo esterno. La progressione verso l’autonomia ed indipendenza, è e rimane uno dei principi cardine cui ispirarsi.

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Per poter agire efficacemente nei programmi personalizzati è necessario conoscere il punto di partenza della condizione o stato di forma.

L’analisi dello stato di forma bio-energetico può essere svolta tramite:

  • test oggettivi di performance: test e prove che misurano una specifica va­riabile legata ad un distretto del sistema o alla prestazione congiunta di più distretti;
  • test di laboratorio: analizzano aspetti chimici e fisici di diverse aree e si­ste­mi;
  • autovalutazioni soggettive: analisi impressionistica praticata dal sogget­to stesso (spesso distorta da fenomeni di distorsione percettiva e atten­zione selettiva);
  • autovalutazioni guidate da check-list: analisi della presenza di sintomi e segnali correlati agli stati dei diversi sistemi, così come percepiti dal sog­getto stesso;
  • colloqui interpersonali con un coach o specialista (medico, preparatore, consulente, terapeuta), il quale utilizzi specifici modelli di que­stionario o intervista atta ad analizzare il tema, o abbia proprie esperien­ze e sensibilità per cogliere segnali deboli da approfondire successiva­mente.

 I test oggettivi di performance e i test di laboratorio

I test di performance analizzano il risultato complessivo del sistema corpo-mente a fronte di un input.

L’input può essere semplice (es.: ruotare le spalle per verificare la mobilità articolare e la rigidità dei muscoli), o complesso: realizzare un percorso ad ostacoli che richiede differenti abilità (salite, discese, passaggi), o la misura di un tempo di reazione ad uno stimolo.

Poiché vi è la compartecipazione di più apparati è necessario essere consapevoli di quali aree effettivamente vengono ad essere misurate con i test.

Sul piano fisico, prendendo a prestito alcuni parametri di valutazione sportiva, sarà possibile analizzare:

  • la resistenza allo sforzo prolungato (endurance);
  • la forza muscolare (forza massimale, es.: peso spostabile in un certo eser­cizio);
  • forza esplosiva (capacità di generare movimenti rapidi);
  • la flessibilità (articolare e muscolare).

Questi test impegnano soprattutto i sistemi cardiovascolari, muscolari e articolari. Altri test, quali quelli di coordinamento motorio, riguardano invece il funzionamento congiunto dei sistemi muscolari e del sistema nervoso.

Tutte le aree e distretti corporei possono essere monitorati nella funzionalità e nello stato di forma, tramite test opportuni.

I test di laboratorio consentono di misurare aspetti non visibili dello stato di carica di diversi sistemi. Rientrano tra questi tutti gli strumenti di diagnostica medica, tra cui:

  • esami di laboratorio (es.: esami del sangue);
  • test di laboratorio in setting controllato (es.: VO2 max per l’analisi dello stato di forma del sistema aerobico, e altri test);
  • test strutturali, es., la composizione corporea (massa grassa e massa ma­gra).

 Autovalutazioni soggettive

Sono le formule più semplici ma anche più suscettibili di errore, in quanto si basano sulla percezione stessa dell’individuo.

Ogni individuo vive all’interno di una serie di filtri percettivi (percezione selettiva, attenzione selettiva, memoria selettiva) che riducono la sua oggettività e rendono difficile una autovalutazione corretta.

Sono comunque utili per avviare un percorso di autoconoscenza e una prima identificazione delle aree critiche auto-percepite, che hanno comunque importanza sul piano soggettivo e psicologico.

 Autovalutazioni guidate da check-list

Sono basate sulla compilazione di test o di batterie di domande a risposta multipla (check-list) in cui sono presentati sintomi di problemi. Dalle risposte fornite è possibile ricavare una serie di indicazioni rispetto al funzionamento dei sistemi analizzati.

Colloquio interpersonale di coaching

Il colloquio interpersonale può utilizzare strumenti strutturati, come un questionario predisposto, strumenti semi-strutturati, come un questionario con parti libere e parti preconfezionate, o strumenti non strutturati, il colloquio in profondità, il colloquio basato su libere associazioni.

L’essenziale, nel colloquio di coaching, è che – mentre procede la rassegna sui vari temi di analisi – il coach impari ad osservare le espressioni non verbali che accompagnano il tema specifico, i segnali che possono trasmettere stati di disagio o problematiche senza che il soggetto le verbalizzi esplicitamente.

La consapevolezza dello stato corporeo

Nessun disagio, nessuna lacuna o mancanza è realmente grave se sappiamo dove è localizzata, da dove viene, come arrestarla.

Il “problema dei problemi” è invece la mancata conoscenza/consape­volezza dei dettagli di un disagio bioenergetico: la (1) misura, (2) localizzazione, e (3) motivazione (il perché è nato o persiste).

Se si riesce a capire la matrice di lifestyle (lo stile di vita, i comportamenti attuati, le abitudini) e di thinkstyle (stili di pensiero) che generano un disagio fisico o problema, è possibile sradicarlo, rimuoverlo alla radice.

Questo vale su ampia scala, sia esso un problema di alimentazione scorretta appresa, un problema di gestione del tempo per il riposo vs. tempo produttivo vs. tempo per il fitness (gestione dei macro-tempi personali), o ancora un problema dovuto a fattori genetici, o ancora a fattori ambientali.

È essenziale appurare ove si colloca e quale è la radice di un malessere bioenergetico.

Prendiamo una indigestione: cosa la ha generata? È stato il cibo o la combinazione di cibi (problema di scelta degli alimenti e delle associazioni alimentari)? È stato il momento della giornata in cui abbiamo mangiato quel cibo (relazione tra capacità digestiva del momento e assunzione di determinate qualità e quantità)? È stata l’attività svolta subito dopo mangiato (elemento di gestione del proprio stile di vita)? O è uno stato di stress emotivo che rende difficile la digestione? Siamo in grado di capire cosa l’ha provocata e come non farla più accadere?

Se non vengono compresi alla radice i comportamenti che provocano disagio bioenergetico, non sarà possibile fare avanzamenti, gli errori si ripeteranno e si aggraveranno.

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Le macro-aree del substrato bioenergetico

Quali sono gli elementi del substrato bioenergetico? Vediamo una rassegna di macro-aree:

  • sistema respiratorio;
  • sistema muscolare;
  • pelle;
  • sistema digestivo integrato (food processing);
  • sistema scheletrico e articolare;
  • sistema circolatorio;
  • sistema nervoso centrale e periferico;
  • sistemi percettivi (uditivo, visivo, tattile, gustativo, olfattivo, cenestesico) che recepiscono e integrano gli stimoli sensoriali;
  • sistema degli organi ed energie sessuali e riproduttive;

… ogni altra area corporea e distretto dell’organismo, comunque lo si voglia suddividere o categorizzare.

È sufficiente che uno solo dei sistemi non sia in condizioni ottimali per ridurre la performance e il benessere soggettivo.

Si definisce grounding bioenergetico la condizione nella quale l’individuo può appoggiarsi ai propri substrati bioenergetici, può fidarsi di essi, può contare sul loro contributo per realizzare la prestazione (grounding: – letteral­mente “appoggio al suolo” – la sensazione dell’“essere ben solido”, “essere ben saldo”, e “sentirsi appoggiato”).

In condizione ottimale il grounding bioenergetico richiede che i diversi ele­menti del sistema possiedano lo stato di carica adeguato, e che nessuno di essi interferisca negativamente con la prestazione.

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La gestione del budget energetico

Quando una prestazione è impegnativa, è necessario apprendere a gestire le energie, durante ma soprattutto prima il momento della performance.

Tra le tecniche si inseriscono la riduzione del consumo di energie nelle fasi di riposo e nei pre-gara o pre-prestazione, utilizzandole proficuamente e solo per riposare o allenarsi con serenità.

Vi sono attività svolte durante le fasi di riposo che sono in realtà assolutamente assorbenti e consumano, come le pubbliche relazioni sgradevoli e le relazioni sociali obbligate. Entrambe le attività attingono alle energie e risorse relazionali.

Un lavoro fisico (es.: nuotare o correre) non è invece in concorrenza con l’assorbimento di risorse di tipo relazionale, e attinge a risorse da budget energetici diversi. Possiamo quindi immaginare il sistema mente-corpo come un insieme di contenitori energetici che scambiano tra di loro energia, come vasi comunicanti. Alcuni di questi vasi comunicanti sono in genere bloccati, altri sono aperti.

Il training bioenergetico insegna al soggetto a regolare intenzionalmente i flussi energetici, ad esempio recuperare energie per l’auto­con­trol­lo attingendo alle tecniche di respirazione, a costruire momenti di recupero in cui lasciarsi andare, ma anche a bloccare intenzionalmente la dispersione di energie che altrimenti accadrebbe senza consapevolezza.

La pratica può riguardare non solo performance atletiche o manageriali, ma anche il piano sociale. Ogni persona può apprendere a staccare al termine della giornata lavorativa, diventare consapevole di quando il budget energetico per le relazioni umane è esaurito, per far si che la sua condizione di esaurimento non vada a discapito del clima familiare (litigio familiare come trascinamento di attività lavorative e stress professionali), e viceversa.

La persona può apprendere come inserire nel proprio stile di vita attività che lo mettono in grado di ricaricare il budget energetico per le relazioni umane, es.: fare una attività sportiva a basso impegno relazionale e ad alto impegno fisico, prima di rientrare a casa.

Questo è solo un esempio di un problema più generale che non va sottovalutato: la gestione delle proprie energie e dei budget di partenza.

 

Principio 25 – Riduzione ed eliminazione delle interferenze sulle performance

  • La performance richiede che l’organismo non venga sottoposto ad ulteriori fonti di assorbimento energetico concorrenti sullo stesso budget energetico, durante la performance stessa.
  • Nelle fasi precedenti la performance, sono positive per la performance le attività di pre-empting (eliminazione di tensioni fisiche e mentali) in grado di ridurre la componente ansiosa e la tensione emotiva eccessiva.
  • La performance può essere aumentata ricercando la condizione bioenergetica ideale nei momenti che la precedono.
  • Le energie cui attinge un budget non devono essere consumate da attività apparentemente diverse ma che in realtà attingono allo stesso budget.

Ogni performance attinge a specifici tipi di risorsa energetica e budget energetici, per cui l’integrità del budget energetico – il suo non uso in altre attività concorrenti – è essenziale per avere il massimo delle performance.

In applicazione del principio evidenziato, ad esempio, manager chiamati a sostenere impegnativi public speaking o riunioni difficili, potranno trarre danno dal doversi impegnare precedentemente in attività relazionali estenuanti, e benefici da attività sportive praticate nelle ore precedenti, che svuotino di energie la componente ansiosa ed emotiva (attività di pre-empting energetico o svuotamento preventivo).

Le energie post-prestazione sono altrettanto preziose: il loro utilizzo mi­gliore è in attività che comprendono la celebrazione del risultato e dell’im­pe­gno profuso, il recupero, ed inoltre l’apprendimento dall’esperienza a caldo, la sua rivisitazione, la ricerca di cosa quell’esperienza possa dare anche per il futu­ro.

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Costruire spazi e tempi di rilassamento e pausa dall’autocontrollo

Le energie biologiche e psicologiche non sono disposte in un “contenitore” unico, ma rispondono a criteri di segmentazione. Sono, cioè, localizzate in giacimenti separati, ciascuno dei quali ha una propria autonomia.

Tra i diversi strati esistono collegamenti, o vasi comunicanti, ma questi non sono automatici.

La limitatezza delle energie specifiche è facilmente sperimentabile ogniqualvolta ci sentiamo stanchi di un’esperienza o situazione: le nostre energie in quel budget di sopportazione sono esaurite, ma non lo sono per attività diametralmente opposte.

Un manager può avere esaurito, a fine giornata, le energie relazionali necessarie a sostenere i rapporti umani basati su conversazioni impegnate (dialogo su temi professionali o “seri”), ma avere integre le energie fisiche per un buon allenamento in palestra o partita di tennis, o le energie sessuali.

Quando la scarica corrisponde ad una precisa performance, come una gara (per un atleta) o il rispetto di una scadenza (per un manager), le interferenze con i meccanismi di carica-scarica assorbono energie e interrompono il buon funzionamento del sistema.

Se un atleta soffre di iperattivazione pre-gara, di ansia da prestazione, brucerà larga parte delle energie prima della competizione, arrivando alla partenza già deprivato e stanco. La condizione ansiosa non gli permetterà di riposare, e ridurrà la capacità digestiva, nonché la concentrazione.

Se un manager litiga con la moglie/marito il giorno prima o il giorno stesso di un importante lavoro, attingerà alle energie relazionali e depriverà pertanto il budget energetico relativo, arrivando al momento in cui deve dare il massimo con il patrimonio emotivo e mentale scarico.

Le energie di ogni persona sono limitate e questo richiede concentrazione. Studi svolti sui meccanismi di autoregolazione (autocontrollo), hanno evidenziato che quando una persona è costretta ad attingere ad energie di autocontrollo per compiere un compito, le energie vengono prosciugate e ne rimangono meno per compiti successivi.

Le ricerche di Baumeister[1] evidenziano che studenti obbligati a controllarsi in qualche campo (es.: mangiare radicchio e astenersi dal mangiare biscotti al cioccolato posti sotto i loro occhi), hanno poi abbandonato più precocemente di altri studenti un puzzle difficile, rispetto agli studenti cui era stato dato permesso di mangiare i dolci al cioccolato.

Resistere ai dolci ha utilizzato alcune delle risorse interne, lasciandoli meno in grado di continuare a provare il puzzle difficile.

Gli studi di Baumeister evidenziano quindi che le energie di autocontrollo sono limitate e non possono essere “stirate” su troppi fronti.

Le energie non sono solo quelle del fare, ma esistono anche le energie del non fare, o dell’autocontrollo, sottoposte alle stesse leggi.

Esperimenti scientifici di Muraven e Baumeister hanno dimostrato che:

esercitare autocontrollo può consumare la forza di autocontrollo, riducendo l’am­mon­tare di forza disponibile per sforzi di autocontrollo successivi.

Affrontare lo stress, cercare di regolare o imbrigliare le proprie emozioni, e resistere alle tentazioni, richiede autocontrollo, e dopo tali sforzi di autocontrollo, tentativi susseguenti ad autocontrollo avranno maggiori probabilità di fallimento.

E non solo, continui sforzi di autocontrollo, come il mantenere una vigilanza elevata per lungo periodo e costantemente, perdono di efficacia nel tempo[2].

L’individuo deve quindi apprendere a costruire spazi e tempi di rilassamento e pausa dal continuo autocontrollo, se vuole sopravvivere.

Deve imparare arti e tecniche del decongestionamento, rilassamento, recupero, spazi di tempo destrutturato e privi di regole assillanti, e non solo l’arte del fare e produrre, soprattutto se vuole dare prestazioni continuative, se ha un futuro davanti a se, e non vuole bruciarsi.

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[1] Vedi, tra gli altri: Baumeister, Roy, F. (2002), Yielding to Temptation: Self-Control Failure, Impulsive Purchasing, and Consumer Behavior, Journal Of Consumer Research, Vol. 28, March.

[2] Nostra traduzione, da Muraven, M., Baumeister, Roy F. (2000), Self-Regulation and Depletion of Limited Resources: Does Self-Control Resemble a Muscle?, Psychological Bulletin, Vol. 126, No. 2, pp. 247-259.

Articolo estratto con il permesso dell’autore dal testo di Daniele TrevisaniIl potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance”. Franco Angeli editore, Milano.

Basi della Bioenergetica

La parola “scarica” ha due possibili significati. Il primo è quello del “sentirsi vuoti” (una persona può dire di sentirsi “scarica”). Il secondo invece fa riferimento all’atto dell’emettere, lanciare, far fuoriuscire (“dare una scarica di pugni”, una “scarica elettrica”, una “scarica di adrenalina”).

Ci interessa qui approfondire un aspetto del secondo piano di significati, la scarica come “liberazione” e rilascio di energie.

Sullo sfondo di questo approccio si collocano le ricerche sperimentali e pionieristiche di Wilhelm Reich sulle energie fisiche e mentali, i concetti di corazza caratteriale, le sue analisi sulla funzione dell’orgasmo, e tutti i contributi successivi delle scuole neo-reichiane e post-reichiane[1].

L’organismo umano risponde al principio di carica-scarica energetica.

La carica energetica si associa ad un incremento di tensione del sistema, mentre la scarica energetica corrisponde ad una liberazione dell’energia accumulata. Il meccanismo assomiglia molto a quello di una molla che può venire compressa per poi rilasciare l’energia accumulata.

La performance umana avviene soprattutto durante la fase di scarica energetica. Possiamo notare questo meccanismo in diversi atti fisici impegnativi: nel sollevamento pesi la fase di massimo sforzo richiede la gestione attenta delle fasi inspirazione ed espirazione, e il massimo sforzo va prodotto nel momento dello scarico dell’aria.

Nelle arti marziali si apprende ad accompagnare i colpi con una scarica potente del respiro (chiai del Karate) o a combinare i colpi con l’espirazione, negli sport da ring come il pugilato, la kickboxing e la Thay Boxe.

Il funzionamento della “carica e scarica” risponde a criteri di ritmicità, di pulsazione, e – fuori dalla performance sportiva – trova nelle energie sessuali una delle manifestazioni più evidenti: le energie sessuali si accumulano e trovano un punto di apice (climax) nell’orgasmo, nel quale l’organismo si libera o scarica di tali energie. La carica corrisponde ad uno stato di potenza, l’organismo accumula tensione che viene poi liberata.

La scarica produce uno stato successivo di quiete e benessere. Entrambi gli stati sono necessari e funzionali, senza uno non si potrebbe avere l’altro.

La permanenza in un costante stato di carica (tensione permanente) senza che avvengano scarica e ricarico, distrugge la capacità dell’organismo di recuperare e lo danneggia.

Un organismo vivo e funzionante pulsa, alterna il “pieno” ed il “vuoto”, e metaforicamente “respira” interagendo con l’ambiente, assorbendo energia e restituendo energia.

I cicli di carica-scarica riguardano ogni processo ed ogni istante della vita: la respirazione (carica di ossigeno, e fuoriuscita di scorie metaboliche e anidride carbonica), l’alimentazione (carica di nutrienti, successiva evacuazione di scorie con il sudore, urine e defecazione), e persino i processi intra-cellulari. L’essere umano non è equilibrato se non alterna le due fasi.

Nell’assenza di attività, nel nulla della non-azione permanente, il corpo si deteriora, e “meno lavora più si consuma”.

L’azione fisica aumenta il tempo e velocità di turnover biologico (sostituzione di cellule, accelerazione del metabolismo).

Come evidenzia Scossiroli, nel campo delle scienze biologiche è possibile identificare un certo livello di turnover o ricambio dell’organismo[2]:

la velocità con cui si realizza il ciclo di un dato elemento è condizionata principalmente dalla durata dei cicli vitali dei vari organismi che lo utilizzano… la velocità di turnover rappresenta la stima relativa (percentuale o unitaria) della quantità di elemento che esce (prelevamento) o che entra (restituzione) in un dato ecosistema per unità di tempo. Se, ad esempio, su 1000 unità di elemento presenti ne escono (o ne entrano) 10 unità (per ora, per giorno, ecc.), la velocità di turnover è pari a 10:1000 = 0,01 in termini unitari, cioè pari all’1%.

Il training bioenergetico si prefigge di “far lavorare” l’organismo e accelerare il turnover, risvegliando le funzioni dell’organismo e attivando le energie vitali.

L’organismo vivente per definizione “scambia energie” con l’ambiente circostante e quando questo scambio è ridotto o assente l’organismo si ammala, non funziona al meglio, si intasa di scorie, non nutre gli organi, non si ricambia fisiologicamente, giungendo alla perdita di funzioni, e alla progressiva riduzione di potenza, sino alla malattia fisica e mentale.

Per ottenere un buon funzionamento del principio di carica-scarica è necessario produrre tensioni significative, scariche profonde e ricariche profonde.

Scariche deboli svuotano le energie in modo insufficiente e non permettono il ricambio metabolico. Ricariche deboli non permettono la supercompensazione, il recupero e la successiva crescita.


Principio 22 – Carica, scarica e ricarica energetica

La crescita bioenergetica richiede che l’organismo si impegni in ritmi di carica-scarica e possa attivare i processi metabolici correlati. L’organismo umano produce la performance soprattutto durante la fase di scarica energetica.

La crescita ottimale richiede:

  • scariche profonde opposte a scariche superficiali;
  • ricariche profonde opposte a ricariche insufficienti;
  • tempi di ricarica adeguati opposti a tempi insufficienti e ri-scariche premature;
  • ritmicità e frequenza, opposte ad attività di carica-scarica saltuarie;
  • consapevolezza delle soglie di resistenza dei vari distretti e dell’organismo in generale, affinché le azioni di carica/scarica non vadano oltre creando danni o non ne stiano troppo distanti, perdendo il potenziale allenante.

 Anelli deboli della catena energetica

La scarica energetica consiste nello svuotamento delle energie (parziale, o totale, sino a casi di completa scarica o depletion) tramite attività fisiche, fisico-mentali o – in alcuni contesti – puramente mentali.

Tra gli errori bioenergetici gravi vi è quello della scarica eccessiva, superiore alla capacità energetiche del sistema, spendendo più energie di quelle disponibili (autoconsumo), o attivando richieste energetiche superiori a quelle dell’anello più debole della catena energetica.

Spieghiamo questo con un caso in campo fisico. Ipotizziamo di fare un allenamento che coinvolga esercizi di sollevamento pesi. Possiamo avere un muscolo (poniamo il bicipite) in gradi di sollevare carichi (e produrre energie) pari a 30 kg di peso, e avere un  sistema tendineo in grado di sopportare senza danni un carico di soli 20 kg. Il peso verrà alzato, ma a rischio della rottura del tendine.

Potrebbe avvenire un’infiammazione, oppure una parziale o completa lacerazione, a seconda dello stato del tendine stesso: il tendine non era pronto per questo tipo di sforzo, mentre il muscolo si, ma il sistema complessivo (muscolo + tendine) nel complesso non è pronto.

Lo stesso meccanismo accade nelle attività manageriali. Un manager può essere un eccellente creativo ma scarso sul fronte organizzativo. La sua prestazione complessiva (sviluppare idee e organizzarle) trova l’anello debole nella capacità di organizzazione, per cui la sua performance complessiva viene limitata e soffre.

Con gli anelli deboli della catena energetica si debbono fare i conti e non ignorarli. L’alternativa fattibile è limitarsi ad agire sempre e solo entro il confine ristretto dei propri anelli più deboli. È fattibile, ma limitante. Più corretto è lavorare per rialzare le energie degli anelli deboli e potenziare così le energie totali della catena, con interventi mirati al riequilibrio. Ad esempio: un lavoro mirato sullo stretching per la flessibilità, invece di concentrarsi solo sulla forza, il potenziamento della sezione posteriore dei muscoli della spalla se quella anteriore è più sviluppata, o per un calciatore veloce ma scoordinato, concentrarsi su esercizi di coordinamento anziché solo di scatto.

La scarica – il massimo grado di energie che un essere umano può “muovere” e gestire fisicamente e mentalmente – deve essere adeguata alle possibilità organismiche, deve procedere per gradi.

Scariche bioenergetiche superiori alle possibilità producono danni, dalla rottura o malattia di organi, all’effetto di drenaggio delle energie di riserva del­l’organismo, e avviano il catabolismo (auto-consumo o autodistruzione del­l’organismo).

Il principio bioenergetico della sintonia prevede che sforzo richiesto ed energie disponibili debbano essere sintonizzati. Questo principio si osserva anche nel lavoro manageriale di équipe. Un progetto di gruppo diviso in fasi temporali (immaginiamo, una presentazione in pubblico gestita da tre persone) può saltare e cadere di efficacia anche solo se uno degli elementi-uomo è stato sopravvalutato, in termini di energie e capacità (o se è stato sottovalutato lo sforzo energetico richiesto dal compito).

 Inpulsione ed espulsione

La bioenergetica nel metodo HPM utilizza i concetti di inpulsione ed espulsione. L’espulsione (scarica energetica) è l’effetto desiderato, l’inpul­sione è il rischio da evitare. Per espulsione si intende la liberazione di energia, la performance, la fuoriuscita.

Per inpulsione si intende una attività che solo apparentemente fa fuoriuscire e produce energie ma in realtà consuma e mette in tensione il sistema (anziché scaricarlo in termini positivi). Esempio, una gita in barca a vela può essere un sistema eccellente per la scarica dello stress, una piacevole esperienza di svago, ma se tra i partecipanti – anche solo con uno di essi – vi è attrito relazionale, l’e­spe­rienza complessiva sarà scaricante, i continui battibecchi o incomprensio­ni creeranno aumento di tensione, non la sua diminuzione.

Principio 23 – Principio di qualità della scarica energetica

La crescita bioenergetica richiede che l’organismo si svuoti di energie per poi potersi ricaricare, avviando in questo modo i processi metabolici energetici, il ricambio organico, e il riequilibrio energetico.

La scarica ottimale richiede:

  • espulsione di energia e tensione (vs. inpulsione o falsa espulsione);
  • concentrazione sul processo e sul tempo psicologico della scarica;
  • volumi e quantità che rispondano al criterio di Scarica Minima Efficace;
  • evitazione di scariche superiori alle capacità dell’anello più debole del sistema energetico.

 Scarica Minima Efficace e Scarica Massima Potenziale

La Scarica Minima Efficace (SME) rappresenta la quantità minima di lavoro svolto che permette uno svuotamento delle energie con effetto allenante e la successiva supercompensazione (es.: l’allenamento minimo in grado di “far bene all’organismo”).

La Scarica Massima Potenziale (SMP) rappresenta il massimo della scarica reso possibile dall’anello più debole della catena (es.: l’allenamento più duro possibile senza causare danni all’organismo). Al di sotto della SME l’allenamento vale solo come blanda manutenzione ma non attiva forte crescita, mentre oltre la soglia superiore (SMP) il training danneggia anziché costruire.

Il training bioenergetico deve collocarsi entro queste soglie, che dipendono dagli stati organismici soggettivi.

Più un organismo è allenato, più sarà in grado di sostenere training impegnativi e innalzare la soglia superiore e sostenere allenamenti gravosi. Quindi, il training bioenergetico ha effetti cumulativi che migliorano nel tempo.

 Scarica bioenergetica reale vs. attività similari erronee

Il tempo della scarica energetica non deve essere confuso con altri tempi che vi assomigliano. Ad esempio, un lavoro manuale, faticoso fisicamente, nel quale si manipolano oggetti pesanti, è certamente un’attività che scarica energie – ma non necessariamente potenzia e rafforza, se non per casi abbastanza fortuiti. I lavori fisicamente duri infatti non sono ingegnerizzati per “far bene” ma per compiere il lavoro, e possono essere sopportati solo per periodi limitati o con accorgimenti particolari. Il lavoro duro ha comunque un effetto allenante positivo soprattutto perché abitua la mente a sopportare fatiche, ma in sé non è per forza ingegneristicamente valido.

La concentrazione di un facchino, mentre si scaricano casse pesanti, non è sul meccanismo allenante, bensì sul lavoro da compiere, e non possiamo identificare in esso un vero training bioenergetico.

Il training bioenergetico è un’attività ingegnerizzata e progettata con fini allenanti. I casi in cui nella vita reale si affrontano fortunosamente ritmi corretti di tensione-scarica-recupero, fatiche e difficoltà realmente simili ad un buon training bioenergetico, sono rari. Per questo motivo, il semplice lavorare duro non è equivalente ad attività allenante.

Nel training bioenergetico, assieme al lavoro deve esistere consapevolezza del processo e volontarietà. La scarica energetica deve essere un atto ricercato e non subìto in conseguenza di altre attività.

 Ricarica energetica vs. intasamento del sistema

Se la scarica è il momento della prestazione, la ricarica è il momento della ricostituzione, fatta di riposo, alimentazione, recupero attivo o passivo, rigenerazione, e questo rende possibili sia la sopravvivenza del sistema che le prestazioni successive.

È pericoloso essere tentati dalla ricerca di una ricarica elevata (es: iperalimentazione) pensando di produrre automaticamente maggiore energia e quindi maggiori prestazioni. Le capacità fisiche di assorbimento sono limitate e le immissioni in eccesso danneggiano anziché aiutare l’organismo.

Uno degli errori bioenergetici più gravi è quello di ricaricare il sistema in continuazione , intasandolo, o ricaricarlo prima che sia avvenuta una scarica adeguata. Ad esempio, un buon pasto darà buoni risultati bioenergetici dopo un allenamento, ma farà danni se l’organismo non abbisogna di quelle calorie e quei nutrienti, perché sedentario o già “intasato”.

Il ceiling effect (effetto tetto, o “effetto soglia”) evidenzia che esiste una soglia oltre la quale la ricarica o immissione di elementi non può andare, e tutto ciò che sarà immesso di superfluo andrà ad intasare il sistema.

Così come l’acqua che eccede la capacità di un vaso finisce per fuoriuscire, e non è opportuno continuare a versarne, il corpo segue lo stesso principio: prima di versare nuova acqua nel “vaso corporeo” (nutrienti) dovremmo occuparci di vuotare il vaso (allenandosi, consumando energie), e più il vaso sarà vuoto più sarà in grado di ricevere.

Principio 24 – Principio di qualità della ricarica energetica

La crescita bioenergetica richiede che l’organismo disponga delle sostanze e principi necessari per il recupero e per rispondere al fabbisogno di supercompensazione generato dagli sforzi precedenti.

La ricarica ottimale richiede:

  • componenti multiple ed equilibrate (varietà degli input nutritivi);
  • assenza di agenti estranei o inquinanti;
  • tempi di assorbimento compatibili con la fisiologia personale;
  • volumi e quantità che rispondano al criterio di Quantità Minima Efficace;
  • attenzione a ricariche superiori al fabbisogno, evitare l’intasamento.

La ricarica deve essere pertanto il minimo efficace per ripristinare le energie del sistema e qualcosa di più per garantire la supercompensazione (la dose supplementare di nutrienti, sempre e solo se in precedenza è avvenuta una scarica allenante).

Ricariche superiori sono dannose e danneggiano il sistema anziché alimentarlo (effetto di intasamento).

Il ceiling effect (effetto tetto) non è limitato al cibo, si estende anche ai concetti e agli stimoli sensoriali. Il rischio degli eccessi di immissione riguarda anche l’assimilazione di concetti: nella didattica, una lezione sovraccarica di teoria rischia di far rimanere poco o nulla nella mente degli allievi, poiché i canali di attenzione sono già stati esauriti.

Lo stesso vale nelle attività di Training Mentale, di meditazione, di analisi o altre forme di esercizio mentale, per cui è necessario curare le giuste dosi e quantità di lavoro in relazione alle capacità di elaborazione individuali.

[1] Reich, W. (1933), L’analisi del carattere, edizione italiana Sugarco, Milano.

[2] Scossiroli, Renzo E. (1987), Elementi di Ecologia (Centro di Studio sulla Ecologia e Genetica Quantitativa e Istituto di Genetica della Università di Bologna), Zanichelli, Bologna.

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Articolo estratto con il permesso dell’autore dal testo di Daniele TrevisaniIl potenziale umano. Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance”. Franco Angeli editore, Milano.

Uno stress è un evento negativo se le condizioni energetiche dell’indivi­duo o del sistema non sono all’altezza della sfida.

Ciò che conta ai fini della crescita e del coaching è che le intensità (allenanti, o formative) siano di portata adeguata (né troppo deboli, né devastanti e impossibili da gestire), e che lo stress venga prodotto in modo consapevole (stress conscio, volontario, progettato, ingegnerizzato) e non involontariamente subito.

Lo stress deve quindi essere metabolizzato, utilizzato per crescere, progettando non solo la fase di stress ma anche e soprattutto le tecniche per il recupero psicofisico, la rielaborazione mentale dell’accaduto, e le modalità migliori di ri-generazione successiva agli stressor.

Il ciclo allenante e la sequenza allenante

La creazione di schemi motori fisici nel training manageriale e sportivo è uno degli aspetti più trascurati. Molti training manageriali diffondono concetti ma non allenano l’azione correlata alla loro messa in pratica. Non si sviluppano quindi gli schemi motori verbali e fisici, l’abitudine a parlare in un modo diverso, o a rispondere con diversi comportamenti.

L’active training o formazione esperienziale è una modalità di training in cui viene creata azione, per generare e allenare schemi motori fisici e schemi linguistici. Averli agiti in prima persona permette di poter ripescare dai propri repertori di memoria molto più rapidamente i comportamenti e le abilità, mentre la sola osservazione non lo fa.

Per ciclo allenante, quindi, non si intende solo la pratica di azioni sul piano esclusivamente muscolare o fisico. Può entrare in una sessione allenante anche la pratica di azioni verbali fisicamente poco impegnative, es: imparare a rispondere in modo diverso ad una frase che in genere ci mette in difficoltà, farlo attivamente e ripetutamente, sino alla sua assimilazione completa negli schemi verbali e comportamentali.

Le azioni che vengono praticate in modo diverso possono sbloccare gli schemi precedenti.

Rimanendo sul versante fisico, al termine del ciclo allenante (composto da stress positivo, alimentazione, e recupero/riposo), gli organi o le funzioni mentali o comunicative che hanno lavorato adeguatamente saranno più forti rispetto alla situazione di partenza.

Il lavoro allenante si basa sul principio di supercompensazione: una ricarica di energie che porta lo stato post-training ad un livello superiore rispetto allo stato pre-training. Con stimoli allenanti corretti, la ricostruzione è lievemente superiore rispetto alla distruzione.

Supercompensando le strutture messe in crisi, l’organismo si prepara ad affrontare nuove crisi simili. Questo accade nello sviluppo muscolare (prodotto da attività di forza), nell’abbronzatura (sviluppo della melanina per far fronte alla radiazione solare), nella resistenza aerobica (nella corsa, sci, etc.), e in generale in ogni utilizzo della macchina biologica umana.

Nel caso del culturismo, il funzionamento è estremamente evidente: il muscolo, messo in crisi da un esercizio intenso (stato di depletion, esaurimento),  ricostruisce e supercompensa le proprie strutture per prevenire il ripetersi di un fatto analogo, quindi il volume e la forza del muscolo aumentano. Si potenziano inoltre tendini e densità ossea.

Anche in un training manageriale i principi sono gli stessi: sulla negoziazione, ad esempio, il soggetto, messo in crisi dai trainer con esercizi adeguati, raggiunge lo stato di depletion (scarica). Il debriefing (esame di quanto accaduto), la scoperta di errori compiuti e aree di miglioramento, lo studio successivo, la prova di nuovi comportamenti e schemi conversazionali più efficaci, immettono nutrimento conoscitivo, permettono di recuperare, capitalizzare l’esperienza e trovarsi più forti nelle sfide reali che si incontreranno.

Chiunque abbia frequentato palestre o svolto attività sportive sa bene che i meccanismi di crescita e supercompensazione richiedono tempo, e dopo una singola sessione non si noterà alcuna forte differenza rispetto alla precedente: solo la ripetizione nel tempo e la costanza premiano realmente.

Il lavoro serio richiede costanza.

Le condizioni affinché avvenga la crescita bioenergetica sono evidenziate nel principio seguente:

Principio 21 – Depletion, supercompensazione e condizionamento

La crescita delle energie fisiche richiede sessioni allenanti programmate tali da produrre depletion (esaurimento consapevole) e – obbligatoriamente  – successivo recupero, inducendo supercompensazione (meccanismo in cui l’attività di rigenerazione supera l’attività di distruzione).

L’effetto ricercato è il condizionamento (conditioning): aumento della capacità organismica di sostenere stress e condizioni di difficoltà, capacità aumentata di resistere a stimoli di portata superiore.

Il condizionamento può essere:

  • ad obiettivo generalizzato: maggiore resistenza/energia dell’intero sistema corporeo (intervento sull’economia complessiva dell’organismo);
  • ad obiettivo localizzato: maggiore resistenza/energia di una specifica area o funzione (intervento sull’economia locale di un distretto fisico o cognitivo).

La supercompensazione dipende:

  • dalla qualità dello stimolo allenante, sia esso basato su una singola stimolazione o invece in forma di serie allenante o “circuito allenante” (circuit training);
  • dalla qualità del programma di rigenerazione, recupero e riposo, rielaborazione, tra una sessione allenante e l’altra.

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Lo stress allenante e la legge della supercompensazione

Il fisiologo Hans Seyle (autore del concetto di stress), nei suoi studi pionieristici sul funzionamento dell’essere umano in condizioni gravose[1], ha sviluppato la teoria della Sindrome Generale di Adattamento (General Adaptation Syndrome, GAS).

Secondo la teoria, l’organismo risponde agli stress in funzione della loro intensità, con il tentativo di fondo di trovare il modo di adattarsi agli stress, rafforzarsi strutturalmente, e rendersi più pronti ad affrontare futuri stress simili.

Offrendo una sintesi che integra fisiologia e psicologia, un meccanismo generale di risposta allo stress è il seguente:

stadio di allarme: le sollecitazioni (stressor) impattano il sistema e possono venire subite o (al contrario) possono avviarsi meccanismi di difesa;

stadio di resistenza: l’organismo si attiva al massimo per far fronte alle maggiori richieste e combatte gli stress utilizzando le energie disponibili (accesso alle fonti e riserve energetiche);

stadio di esaurimento: gli organi interessati dallo stress esauriscono le proprie energie;

stadi di recupero energetico e ripristino dei danni subiti.

La fisiologia e psicologia dell’essere umano (come in larga parte degli appartenenti al regno animale) risponde alla legge della supercompensazione: dato (1) uno stimolo allenante sufficiente, e (2) un adeguato tempo e modo di recupero (condizioni ottimali ambientali, di alimentazione, di riposo) gli organi o distretti allenati risponderanno con uno sviluppo che li porta di volta in volta a livelli leggermente superiori rispetto al punto di partenza.

Micro-crescita dopo micro-crescita, l’organismo nel complesso (o il distretto o competenza allenata) diventano più forti.

Una sessione allenante, a differenza di uno stress subito involontariamente, si pone l’obiettivo di ingegnerizzare tipo ed intensità di stress e stimoli, affinché la supercompensazione accada e potenzi le aree lavorate (fisiche o mentali). Ingegnerizzare lo stimolo significa progettare intensità e recupero.

Gli incrementi di sessione in sessione sono minimali, ma nel medio e lungo periodo, sessione dopo sessione, gli effetti diventano cumulativi ed enormi.

Il corpo sottoposto a stress allenante (di portata affrontabile) migliora le proprie difese nelle strutture e funzioni interessate, che possono essere muscolari, respiratorie, articolari, aerobiche, anaerobiche, di coordinamento

Anche la mente, sottoposta a training di intensità adeguata, reagisce aumentando le proprie capacità cognitive, le connessioni neurali, gli schemi concettuali e gli schemi motori che permetteranno di fronteggiare lo stesso tipo di sfida o stress simili in futuro.


[1] Vedi: Selye, H. (1956), The Stress of Life, McGraw-Hill, New York.

Selye, H. (1976), Stress in health and disease, Butterworth, Reading, MA.

Selye, H. (1982), History and present status of the stress concept, in L. Goldberger, S. Breznitz (Eds.), Handbook of Stress: Theoretical and Clinical Aspects, The Free Press, New York.

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