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marketing interculturale

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Articolo a cura della dott.ssa Ginevra Bighini, www.negoziazioneinterculturale.wordpress.com; mentoring a cura del dott. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.it

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Come si può dedurre dal titolo, il tema di oggi ruota attorno al global marketing e, in particolare, alle sue sfaccettature interculturali. Cerchiamo quindi di capire cosa si intende per marketing internazionale, di spiegarne le strategie più diffuse e di addentrarci nel training interculturale che ogni specialista della materia dovrebbe sostenere.

L’argomento è davvero molto ampio, perciò mi è impossibile seguirne ogni dettaglio, ma cercherò in ogni caso di essere il più esaustiva possibile.

In un mercato che, giorno dopo giorno, si fa sempre più internazionalizzato è impossibile limitare le proprie strategie ad un area prescritta. Le imprese quindi, se vogliono sopravvivere, devono adattarsi, evolversi ed ampliarsi verso nuove aree di mercato, sviluppando un piano marketing con un obiettivo che sia internazionale, non più locale.

Marketing interculturale. Una definizione

Di seguito è riportata la definizione di global marketing, perfettamente sintetizzata dal sito web www.socialwebconsulting.it:

“Il global marketing (in italiano, marketing globale) è  il “marketing”, su scala mondiale, tramite il quale poter trarre vantaggi, solitamente di natura economico-commerciale, dalle differenze operative globali, dalle somiglianze e dalle opportunità. Il fine è quello di raggiungere obiettivi di caratura internazionale“. (1)

Ma quali sono le tattiche da utilizzare se si vogliono raggiungere traguardi globali?

Per raggiungere traguardi globali, il marketing contemporaneo ha sviluppato numerose tecniche innovative, grazie anche alle nuove tecnologie, che hanno permesso una diffusione sempre maggiore non solo di prodotti, ma anche di servizi e, soprattutto, di informazioni. Esempi sono il web marketing e il social media marketing che sfruttano rispettivamente le potenzialità del web e dei social media, traendo beneficio dall’enorme fetta di popolazione mondiale che li utilizza.

Ma oltre alle tecniche specifiche, che sono innumerevoli, è necessario introdurre quelle che possono definirsi come le due politiche principali del marketing internazionale:

  1. Standardizzazione
  2. Localizzazione e adattamento

La prima cerca di fare leva su ciò che le persone nel mondo hanno in comune, dai bisogni, agli interessi, ecc…, mentre la seconda applica strategie mirate alla cultura locale, cercando di beneficiare delle differenze di abitudini, di consumi, di costumi, ecc…

Chiaramente non è sempre possibile standardizzare le strategie, poiché le differenze culturali, anche minime, possono influenzare la buona riuscita del piano marketing. Allo stesso modo, non possiamo negare che tutto sommato gli esseri umani siano esseri umani e abbiano quindi determinate necessità che li accomunano.

Marketing interculturale. La strategia aziendale

La corretta politica da adottare è quindi quella di far conciliare entrambe, sviluppando tattiche commerciali, che prevendano una parziale standardizzazione, abbinata ad un certo grado di localizzazione.

In altre parole dobbiamo essere in grado di capire cosa le persone possono avere in comune e cosa no, cercando di sfruttare in egual misura somiglianze e differenze.

L’ostacolo maggiore però non sono mai le uguaglianze, ma le diversità culturali. Sono proprio queste ultime infatti che possono metterci in seria difficoltà nella stesura di un piano marketing e su cui moltissime aziende hanno commesso errori.

Vediamo alcuni esempi presi dal sito www.0ptim1ze.com/it:

“In occasione della Coppa del Mondo del 1994, Heineken ha avuto la bella idea di mostrare le bandiere dei paesi partecipanti all’interno dei tappi delle bottiglie. Questo ha prodotto rumorose proteste da parte dell’Arabia Saudita. La loro bandiera contiene un verso religioso e l’associazione a una bevanda alcolica è contraria ai principi della loro religione. Questo è un esempio di cattiva pubblicità per il proprio brand”.

E ancora:

“Nella cultura Giapponese, a differenza di quella europea, i neonati vengono trasportati da grandi pesche, ma la Pampers ha pensato bene di inserire una cicogna nel proprio spot.” (2)

Questo è ciò che può capitare se non si pone attenzione alle differenze culturali, o peggio, se si danno addirittura per scontate.

Detto ciò, è sempre meglio assumere uno o più membri della cultura locale, su cui si è deciso di improntare il piano marketing, per avere una visione chiara e completa delle differenze culturali e delle similitudini. In assenza di un esperto o di un rappresentante culturale, è fondamentale che ogni specialista di questa disciplina segua un training interculturale, facendo ricerche approfondite sulla cultura destinataria della propria strategia, in modo da assorbire le competenze necessarie per comprendere e agire consapevolmente nel rispetto di quella stessa cultura.

Solo così possiamo parlare di marketing interculturale.

 

(1) http://www.socialwebconsulting.it/global-marketing-globalizzazione/#:~:text=Il%20global%20marketing%20(in%20italiano,raggiungere%20obiettivi%20di%20caratura%20internazionale.

(2) https://www.0ptim1ze.com/it/le-gaffe-del-marketing-internazionale/

Articolo a cura della dott.ssa Ginevra Bighini, www.negoziazioneinterculturale.wordpress.com; mentoring a cura del dott. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.it

Articolo a cura della dott.ssa Ginevra Bighini, www.negoziazioneinterculturale.wordpress.com; mentoring a cura del dott. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.it

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Quante volte, mentre ero all’università, mi è capitato che amici e parenti non comprendessero le differenze tra Cina, Giappone e Corea del Sud. Ricordo che, quando raccontavo di essere impegnata nello studio della lingua e della cultura giapponese, la maggior parte dei miei interlocutori se ne usciva con frasi del tipo: ” Ah… che bello il Giappone! Ma cosa cambia dalla Cina, o dalla Corea? A me sembra tutto uguale….”

Non sto neanche a spiegare il motivo della mia profonda irritazione, ma la realtà è che fino a qualche anno fa, e ancora oggi purtroppo, le informazioni legate ai paesi dell’estremo oriente che circolano sul territorio italiano sono scarse e spesso legate a stereotipi difficili a morire.

In questo articolo quindi inizierò con lo spiegare, seppur in maniera superficiale, alcune delle similitudini e delle differenze tra il Giappone e la Corea del Sud, due paesi molto vicini e al contempo molto lontani tra loro. Voglio ribadire che di seguito non troverete la verità assoluta, ma solo una parte di ciò che ho potuto constatare nelle varie esperienze di vita svolte, sia in prima persona, che da racconti assimilati passivamente.

Innanzitutto è bene partire dalla storia che lega indissolubilmente questi due paesi. Per semplificare riporterò qui di seguito una sintesi estrapolata dalla pagina di riferimento di Wikipedia:

“Nel 1905 la Corea divenne un protettorato giapponese e successivamente, nel 1910, fu completamente annessa come colonia nell’Impero giapponese con il nome di Chōsen. Il dominio coloniale finì ufficialmente con la resa del Giappone nella seconda guerra mondiale il 15 agosto 1945, ma terminò completamente di fatto solo con la destituzione del governatore generale giapponese il 12 settembre 1945 e di diritto con l’entrata in vigore del trattato di pace di San Francisco il 28 aprile 1952.” (1)

La conclusione della guerra in realtà non mise mai fine ad alcune delle rivendicazioni politiche da parte di entrambi gli stati: da una parte abbiamo la contesa territoriale delle isole Dokdo/Takeshima, ora di proprietà della Corea del Sud, ma reclamate dal Giappone; dall’altra abbiamo il grave crimine di guerra compiuto dall’impero del Giappone durante la Seconda guerra mondiale ai danni di un numero incalcolabile di donne provenienti in larga parte dalla Corea, costrette contro la propria volontà a servire come schiave sessuali per l’Esercito Imperiale. (2)

Gli scontri politici tra le due nazioni quindi non sono ancora terminati, ma nonostante ciò, è impossibile per entrambe non cooperare. Sia il Giappone che la Corea del Sud infatti sono considerati ormai due potenze economiche mondiali che hanno bisogno l’una dell’altra per non soccombere all’immensa crescita economica della Cina.

Come potete immaginare le costanti relazioni passate e presenti, così come le influenze derivate dagli scambi inevitabili con la Cina, li hanno resi in qualche modo simili. Basti pensare per esempio all’impostazione sociale di derivazione confuciana:

  1. forte stratificazione gerarchica;
  2. rispetto assoluto per il prossimo, in particolare per i più anziani e per i superiori;
  3. rispetto delle distanze;
  4. impegno, estrema serietà e dedizione nel lavoro, spesso a discapito della vita privata, ecc…

Esistono poi anche similitudini nel sistema scolastico molto competitivo, oppure nella struttura linguistica a livello grammaticale e di vocabolario (alcune parole coreane per esempio assomigliano molto a quelle della controparte giapponese), ecc…

Oltre alle similitudini troviamo anche delle disuguaglianze, che hanno origine nella componente geografica e storica dei due paesi:

La Corea del Sud ha subito in maniera molto più significativa le influenze cinesi, al contrario del Giappone, che ha potuto condurre uno sviluppo culturale solitario in quanto isola. La prima inoltre, proprio a causa della sua posizione geografica, ha sofferto soprusi costanti da entrambi i suoi vicini, rimanendo però forte nella sua identità culturale.

Queste differenze le possiamo notare per esempio nei comportamenti tipici delle due popolazioni: il rispetto profondo per le gerarchie e la tendenza al quieto vivere fa sì che sia coreani, che giapponesi mantengano correttamente le distanze e cerchino di evitare il conflitto quanto più possibile. Questa cosa però riesce più facile ai giapponesi, di temperamento più cauto e silenzioso. Il popolo nipponico infatti tende a mantenere sempre la calma, anche nelle situazioni più complicate, per evitare di turbare l’armonia collettiva. Questo significa però che il giapponese medio non esprimerà mai in maniera diretta la propria opinione sincera.

I coreani invece, nonostante attribuiscano la stessa importanza alle apparenze, sia estetiche che sociali, sono molto più spontanei ed espliciti e non hanno paura di esprimere ciò che pensano. Sono inoltre generosi e passionali e questo li rende un pochino più simili agli italiani, poiché non si tirano indietro quando c’è da litigare o da fare un po’ di sano chiasso per la città, cosa invece impossibile da trovare in Giappone.

Tutto ciò si rispecchia anche nel mondo del business e in particolare nelle negoziazioni interculturali, più fredde e diplomatiche con i giapponesi, più calde ed amichevoli con i coreani. Attenzione però a non pensare che l’una sia meglio dell’altra, poiché nonostante i giapponesi appaiano più distanti e le negoziazioni siano solitamente lunghe e tortuose, questo popolo, una volta preso fiducia nella vostra azienda, continuerà il rapporto con voi in maniera solida e duratura. I coreani invece, nonostante siano più accoglienti per certi versi, sono abili e astuti negoziatori da non sottovalutare.

Bisogna ricordare infine che, in entrambi i casi, è sempre cosa buona e giusta arrivare alla negoziazione preparati, avendo a propria disposizione un professionista della cultura con cui si va a negoziare che ci aiuti a capire cosa si cela dietro ogni parola, il detto e il non detto, in modo da evitare spiacevoli inconvenienti e risolvere positivamente qualsiasi problema di natura negoziale e/o culturale.

a sinistra il leader della corea del sud Moon Jae-in e a destra l'ex primo ministro giapponese Shinzo Abe
a sinistra il leader della corea del sud Moon Jae-in e a destra l’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Corea_sotto_il_dominio_giapponese

(2) https://ilcaffegeopolitico.net/52548/giappone-corea-sud-rapporto-complicato

Articolo a cura della dott.ssa Ginevra Bighini, www.negoziazioneinterculturale.wordpress.com; mentoring a cura del dott. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.it

Articolo estratto dal testo “Negoziazione Interculturale. Comunicazione oltre le barriere culturali“, copyright FrancoAngeli Editore e Daniele Trevisani, pubblicato con il permesso dell’autore.

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In ogni negoziazione diventa inevitabile confrontare i rispettivi status. Gli status tuttavia sono elementi intra-culturali e non cross-culturali. Non possiamo dare per scontato che una persona appartenente ad una cultura “altra” riconosca uno status che proviene da un sistema ad egli sconosciuto e viceversa.

Una gestione più o meno consapevole della propria “faccia sociale” è presente in ogni negoziazione. Tuttavia, a livello interculturale, è facilissimo lanciare messaggi inconsapevoli e produrre danni negoziali: tante, troppe volte, i negoziatori non si rendono conto di praticare un abuso di posizione dominante (ostentare una superiorità eccessiva a danno dell’altro) o di praticare una “presunzione di posizione dominante” (pensare di se in termini superiori).   

La comunicazione fa trasparire queste concezioni di sè e della relazione anche senza volerlo

La strategia giusta è quindi di evitare di mettere la controparte in condizioni di presunta inferiorità o di assegnarsi automatiche superiorità, imparando a riconoscere i meccanismi altrui di scalata allo status e di conquista del potere nella negoziazione, e le contromosse difensive. Dobbiamo evitare – con la consapevolezza di chi sa – di far predominare l’ansia da status e sforzarci di ricercare una soluzione negoziale utile per entrambi. 

Le principali domande della negoziazione interculturale sono quindi: 

  • Quali sono le affermazioni da evitare, quelle che possono produrre attacco allo status del mio interlocutore, lette dal punto di vista della sua cultura di appartenenza? 
  • Come ri-bilanciare le posizioni quando l’interlocutore si mette in posizione di superiorità? 
  • Come posso io stesso produrre un’immagine positiva mia e della mia azienda, senza dare la sensazione di superiorità e scatenare risentimenti e meccanismi vendicativi? 
  • Come la cultura cui mi rivolgo valuta lo status, cosa conferisce status? 
  • Quanta parte della negoziazione dedicare alla negoziazione dello status e quanta alla valutazione delle materie di discussione? 
  • Quando si ripresentano le questioni di status nella negoziazione, oltre che nella fase di conoscenza reciproca? Nella negoziazione delle condizioni? Nella fissazione dei prezzi o della logistica, nelle prassi legali, nelle frasi inserite all’interno dei contratti? 

Il successo della negoziazione interculturale in termini di gestione del conflitto di superiorità-inferiorità dipende quindi: 

  • dalla capacità di creare una percezione di status adeguato, all’interno del sistema di giudizio dell’interlocutore; 
  • dalla capacità di creare impressioni positive (identity management e impression management); 
  • dalla capacità di acquisire status e faccia senza ricorrere a meccanismi di attacco indebito alla faccia altrui (aggressione alla “faccia” o riduzione dell’immagine, evitazione dell’approccio top-down “a priori”); 

Nella creazione di partnership e nella negoziazione avanzata servono quindi forti competenze negoziali e studio della strategia stessa: saper trattare nuovi soggetti, spesso dalle grandi dimensioni ed elevato potere economico e politico, significa saper proporre il proprio valore come partner (vendita dell’immagine globale dell’impresa, piuttosto che la semplice vendita di un prodotto), che è diverso dall’imporre o trasmettere uno status di superiorità.

La negoziazione competitiva richiede la creazione di forza contrattuale. La forza contrattuale dipende dal livello di unicità dell’offerta (o dalla mancanza di alternative valide o succedanee) e dal livello di bisogno esistente nella controparte, mediati dalle abilità comunicative.   

Per questi motivi riproponiamo qui il principio della leva contrattuale già identificato in ALM1: 

Per il venditore o proponente, la forza dipende: 

  • Dall’unicità dell’offerta: un’offerta non comparabilità con altre offerte ha più valore; 
  • dalla mancanza di alternative prossime: l’impossibilità di trovare con ragionevole sforzo soddisfazione tramite altrove; 
  • dalla mancanza di beni succedanei (beni diversi che possono svolgere una funzione simile, es: treno al posto dell’aereo); 
  • dall’impellenza del bisogno nel destinatario: un bisogno importante genera minori freni e incertezze; 
  • dal prestigio di cui gode il proponente: un proponente credibile e prestigioso crea minori barriere legate alla valutazione a priori del partner; 
  • dalla forza dei fattori oggettivi dell’offerta: le caratteristiche della prestazione – la sua tecnologia, il servizio reale. 
  • Ciascuna di queste leve anche se presente in misura elevata non si dispiega automaticamente ma richiede abilità di valorizzazione e comunicazione
  • Il dispiego ottimale della forza contrattuale (per chi offre) si correla positivamente con il livello di competenze comunicative specifiche del negoziatore (abilità negoziale del venditore) e negativamente con le competenze dell’acquirente (abilità del buyer). 
libro "Negoziazione Interculturale" di Daniele Trevisani

Per approfondimenti vedi:

Articolo a cura della dott.ssa Ginevra Bighini, www.negoziazioneinterculturale.wordpress.com; mentoring a cura del dott. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.it

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Ci sono moltissime aree della comunicazione interculturale che spesso vengono date per scontate: una di queste è la musica. La musica infatti viene riconosciuta come linguaggio universale, eppure come mai certi brani si diffondono in tutto il mondo, mentre altri rimangono fermi alla cultura di origine che li ha prodotti? Cerchiamo di scoprirlo attraverso l’esempio attuale del K-POP.

Innanzitutto dobbiamo definire il termine K-POP o Korean Pop, che in italiano si traduce semplicemente con Pop Coreano. Questa parola fa riferimento in maniera più ampia alla musica popolare coreana, anche se negli ultimi anni, per i paesi occidentali, l’immagine mentale che si ricollega al K-POP è quello delle Idol bands, che hanno una nascita e uno sviluppo proprio rispetto al resto della musica popolare coreana.

Sono proprio queste boy bands e girl groups formate da Idols, adolescenti di bell’aspetto che vengono assunti da grandi agenzie di entertainment per formare gruppi musicali con l’obiettivo di raggiungere enorme popolarità, ad avere la meglio nel mercato musicale occidentale.

Prima di capire a cosa sia dovuto questo successo dobbiamo però ripercorrere brevemente alcuni eventi chiave della musica coreana:

  1. 1880 – 1900: alcuni brani occidentali arrivano in Corea e vengono riscritti in lingua coreana
  2. 1910 – 1945: l’occupazione giapponese permise la diffusione della musica popolare nipponica in Corea e la condizionò.
  3. 1945 – 1990: Nel ’45 termina la Guerra di Corea e, a causa delle numerose truppe americane stanziate in Corea e del sentimento anti giapponese, la musica pop americana si sostituisce a quella nipponica. Successivamente, dagli anni 60 in avanti, la produzione canora coreana trae spunto dal movimento hippy e si diffondono generi come trot e ballads.
  4. 1990 – 2000: all’inizio degli anni ’90 il K-POP come lo conosciamo noi oggi inizia a svilupparsi grazie alle nuove sperimentazioni musicali della band Seo Taiji and Boys, che fonde generi diversi provenienti dall’occidente, come il rap, l’hip-pop, rock, ecc… creando un mix giovane ed internazionale. Oltre alla fusione dei generi, il gruppo sfrutta coreografie di stampo hip-hop americano e testi di profonda criticità sociale indirizzati prevalentemente alle nuove generazioni. Nella seconda metà del decennio il presidente Lee Soo-man (MS Entertainment) trasformò il K-POP in un vero e proprio prodotto consumistico, che vide il successo degli H.O.T.. Seguendo la scia dell’ agenzia americana Motown Records, che aveva dato vita a gruppi come i Jackson Five, Lee Soo-man iniziò a raggruppare giovani coreani di bell’aspetto e a fornirgli un’educazione comunicativa e musicale (canto, ballo, ecc…) trasformandole in veri e propri prodotti commerciali.
  5. 2000 – oggi: nei primi anni del 2000 la Corea visse una periodo di recessione durante il quale le band sviluppatesi in precedenza si spensero. La crisi aveva permesso al governo di comprendere l’importanza della cultura coreana come possibile prodotto da esportare a livello globale e iniziò ad incentivare largamente diverse agenzie di intrattenimento. Nacquero così nuove band di Idols che con l’aiuto dei nuovi social media si espansero nel vicino mercato asiatico. Il boom del K-POP in Europa e negli USA arriva però nel 2012 con PSY e la sua “Gangnam Style”, che raggiunse 1 miliardo di visualizzazioni su YouTube, e successivamente nel 2017 con i BTS, prima band coreana a vincere il Billboard Music Award. Nel 2019 il mercato musicale coreano è stato indicato come sesto più grande al mondo dalla International Federation of the Phonographic Industry. (1)

Ma quali sono le caratteristiche che rendono questi brani così attraenti e fruibili al pubblico occidentale? Partiamo dal punto di vista visivo.

I bei ragazzi e le belle ragazze, le coreografie di stampo occidentale, i costumi ricercati e i video musicali complessi e curati alla perfezione che sfruttano colori sgargianti sono sicuramente un mix in grado di attirare l’occhio e, come sappiamo tutti, anche l’occhio vuole la sua parte.

Se da un lato c’è sicuramente un’attenzione specifica per l’immagine, dall’altra non è da sottovalutare lo stile comunicativo sfruttato nelle canzoni.

Come abbiamo già accennato in precedenza, il K-POP fa uso di un mix di generi diversi, normalmente tutti già molto popolari in occidente. Oltre a ciò sfrutta parole inglesi, soprattutto nei ritornelli, che rende i brani catchy: cantabili, orecchiabili e impossibili da dimenticare.

Gli stessi testi, nonostante parlino prettamente di problematiche sociali giovanili legate a contesti culturali coreani, vengono scritti spesso da compositori o produttori europei e americani, che sviluppano queste canzoni come dei veri e propri prodotti commerciali indirizzati al mercato globale e non più solo a quello coreano.

Da ciò possiamo concludere che il successo del K-POP sta proprio nella grande capacità comunicativa interculturale di questo genere musicale, in grado di trattare tematiche vicine agli adolescenti coreani, attraverso però uno stile musicale e visivo legato alla cultura occidentale.

Riuscire ad ascoltare la cultura altrui, ad assorbirne le qualità, mantenendo però la propria identità culturale intatta, è il segreto per vincere le barriere culturali dell’incomunicabilità.

i BTS

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/K-pop

Articolo a cura della dott.ssa Ginevra Bighini, www.negoziazioneinterculturale.wordpress.com; mentoring a cura del dott. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.it

Articolo a cura della dott.ssa Ginevra Bighini, www.negoziazioneinterculturale.wordpress.com; mentoring a cura del dott. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.it

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Parlare di personal branding oggi non è una novità. Al contrario possiamo affermare con tranquillità che il termine sia largamente sdoganato, nonostante se ne parli con sempre maggiore superficialità, senza approfondirne tecniche e metodi.

Nell’articolo qui di seguito, oltre a definire la valenza semantica del termine e a raccontarne la storia, cercheremo di elencare sinteticamente le strategie più diffuse.

Il significato più contemporaneo del termine personal branding risale ad un articolo del 1997 di Tom Peters, mentre il concetto di self-branding (o brand individuale) si ricollega al testo Positioning: The Battle for your Mind”, scritto da Al Ries e Jack Trout nel 1980. Qui si conia per la prima volta, in questo tipo di contesto, il verbo to brand, che letteralmente significa “Marchiare”.

Per quanto riguarda il suo significato attuale invece, questi si esprime perfettamente attraverso le parole del sito www.insidemarketing.it:

“Con l’espressione Personal branding si fa riferimento a quel complesso di strategie messe in atto per promuovere se stessi, le proprie competenze ed esperienze, la propria carriera alla stregua appunto di un brand.”(1)

Unendo i due significati possiamo sintetizzare che il personal branding non è altro che un modo per pubblicizzarsi, veicolando un’immagine di sé in grado di fare breccia nella mente altrui, quasi come se marchiassimo a fuoco la parte migliore di noi, così da distinguere noi stessi dal resto della massa di professionisti che opera nel nostro campo.

Ma quali sono le strategie da adottare per essere un brand di successo?

Innanzitutto bisogna sottolineare che fare personal branding non significa soltanto avere un blog o postare sui social. Di fatto è possibile diventare oggetto di marketing tramite canali esterni alla rete, come giornali, cartelloni pubblicitari, ecc…

Bisogna anche ammettere che i canali cosiddetti offline sono molto costosi e non ci danno grande libertà di movimento, nonostante appaiano generalmente più autorevoli.

Ecco perché il web è il canale più sfruttato: è libero, costa poco e raggiunge un pubblico più ampio.

Detto ciò, vediamo passo per passo alcuni punti strategici di personal branding:

1 – Costruire la propria brand identity

La brand identity (o identità di brand) è la chiave per raggiungere il successo. Essa si costituisce di tutti i valori, competenze e obiettivi, che formano il contenuto distintivo strategico da veicolare per permettere alla nostra immagine, e quindi al nostro brand, di spiccare sugli altri. Chiaramente, diventando noi stessi il brand, è importante essere veri e onesti, rimanendo fedeli ai propri ideali, altrimenti si creerebbe un contrasto tra “noi in quanto persone” e “noi in quanto brand” vanificando l’efficacia di tutto il lavoro di personal branding.

2 – Curare i dettagli

Una volta definiti i tratti distintivi che vogliamo diffondere, è necessario soffermarsi sui punti di forza e sui dettagli apparentemente marginali capaci in qualche modo di attirare l’attenzione dell’utenza. Questi dettagli possono essere collegati alla nostra vita privata o a quella professionale, e quindi essere più o meno legati al contesto, ma il segreto sta sempre nell’essere originali, poiché l’obiettivo rimane comunque quello di distinguersi dal resto dei competitors.

3 – Scegliere attraverso quale mezzo e con che stile comunicare il nostro brand

Molto semplicemente, come già spiegato in precedenza, bisogna decidere se sfruttare canali online, come blog, social network, ecc…, meno dispendiosi e di più ampia distribuzione, oppure canali offline. La scelta dipende dal tipo di strategia comunicativa che si è deciso di adottare per raggiungere gli obiettivi prefissati e il tipo di pubblico a noi più congeniale. Una volta scelto il mezzo è importante non dimenticarsi dello stile, che potrà essere più spontaneo ed empatico o più distaccato e professionale, sempre in base al “cosa” desideriamo valorizzare di noi.

4 – Creare una rete di contatti

Infine è fondamentale utilizzare gli stessi mezzi di comunicazione scelti per creare una rete di contatti utili a diffondere le nostre idee e il nostro brand. Costruire delle relazioni solide e sfruttare il passaparola sono due degli elementi alla base di qualsiasi strategia di personal branding e non è possibile prescindere da essi. Di fatto anche il brand più interessante del mondo, senza nessuno disposto a veicolarlo, non sarà in grado di superare le mura di casa.

5 – diffondere un messaggio tramite emozioni

Ora che abbiamo i mezzi e le persone, non dobbiamo fare altro che esprimere il nostro messaggio facendo leva sulle emozioni. Uno stile da non sottovalutare in questo senso è lo storytelling , che permette di raccontarsi in maniera più diretta e introspettiva, comunicando sogni, progetti e aspirazioni, così da creare empatia nel pubblico e diventarne oggetto di ispirazione.

Questi sono solo alcuni dei metodi da cui prendere spunto per avviare un processo di personal branding. Come specificato all’inizio, questa disciplina strategica, se così vogliamo chiamarla, è molto più complessa di quello che appare e servono anni di esperienza per poterla gestire con abilità ed efficacia, ma così come per molte altre discipline, anche per il personal branding possiamo far valere il detto: “la pratica vale più della grammatica”.

personal branding

(1) https://www.insidemarketing.it/glossario/definizione/personal-branding/

Articolo a cura della dott.ssa Ginevra Bighini, www.negoziazioneinterculturale.wordpress.com; mentoring a cura del dott. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.it