La formazione esperienziale per allenare la performance

© Articolo estratto dal libro di Daniele Trevisani “Self Power. Psicologia della motivazione e della performance”. Franco Angeli editore, Milano. Pubblicato con il permesso dell’autore.
Mick, in campo aziendale, osserva il bisogno di coltivare maggiormente le doti di saggezza manageriale, anziché riempire i manager di skills e concetti che poi verrebbero applicati male o senza coscienza[1]. Anche questo contributo va ben oltre l’azienda e si estende alla vita di ogni organizzazione o team.
La cultura in se non serve a niente se non viene messa al servizio di qualcosa di importante.
Come si osserva in questo dialogo di Thomas Henry Huxley, siamo sempre al servizio di qualcosa, per cui è bene decidere cosa merita e cosa no:
– Vescovo anglicano di Oxford: Ma è da parte di padre o di madre che voi discendete dalla scimmia?
– Huxley: Preferisco discendere da una scimmia che da un uomo di cultura che ha prostituito il sapere al servizio del pregiudizio e della falsità.
Discussione riguardante “L’origine delle specie” di Charles Darwin.
Compiamo ancora un altro balzo, in un territorio di natura completamente diversa, quello militare. Osserviamo questa testimonianza da un formatore di Forze Speciali:
Gli istruttori del Commando Krav Maga (CKM) mettono i loro allievi sotto gradi di stress progressivi, cercando così di simulare la pressione dei confronti reali. La prova della pressione è una sorta di grande rivelatore di bugie. Ci dice quello che funziona e quello che non funziona e quali sono i nostri punti forti e i nostri punti deboli. In situazioni controllate è molto facile fare in modo che sembri ragionevole anche la tecnica meno pratica, se il tuo compagno collabora e l’ambiente è libero da ogni pressione. Quando si aggiunge la pressione, la resistenza ed il caso, ti rendi rapidamente conto di quello che in realtà funziona e di quello che è meglio lasciare ai film[2].
Se esiste una variabile comune a molti campi (azienda, sport, forze di sicurezza) è che i risultati arrivano con la preparazione, e che le teorie hanno bisogno di essere validate e verificate sul campo.
Questi messaggi sono fondamentali anche fuori dai settori di provenienza.
Emergono quindi continuamente forti implicazioni nel fare quotidiano, dinamiche che toccano profondamente ciascuno di noi, quando ci impegniamo per raggiungere un obiettivo, anche minimale, o desideriamo passare da un sogno alla sua realizzazione.
È una performance non solo vincere una gara (prestazione agonistica) ma anche trovare la cura per una malattia (o darvi un contributo), crescere dei figli, e ogni altra azione umana. Il nesso comune è trovare strade per l’emancipazione di se stessi e degli altri. Senza emancipazione e liberazione dalle catene non vi sono vere performance, ma solo atti meccanici.
Ho evidenziato come il lavoro sulle performance richiede attenzione a tre variabili: (1) le energie, (2) le competenze (abilità, skills), e (3) le aspirazioni (sfide, mete, ideali).
L’intreccio tra queste tre variabili o “universi” è una alchimia complicata.
Questo lavoro è reso tortuoso dall’esigenza di trovare una giusta sinergia ed interazione tra l’intervento su vari livelli.
Come formatore ho scoperto che a nulla servivano le migliori lezioni e workshop formativi (azione sulle competenze) se i destinatari erano privi di “fame”, “fuoco sacro”, o volontà di mettere in pratica i concetti.
In altre parole, ho scoperto che non era sufficiente insegnare le tecniche per “spostare il sasso” (skills), ma occorreva anche dare un motivo e stimolare la volontà di farlo, o coltivare lo spessore morale e saggezza che inducano la voglia di farlo.
Questo significa scavare nel profondo delle persone. Capire se il sasso vogliano davvero spostarlo o meno, in altre parole – accedere e stimolare le energie individuali. Le sole competenze, le tanto decantate skills, diventano carta straccia, quando mancano volontà ed energie per applicarle.
Le armi non servono a nulla se non vi è volontà di lottare, o – similmente – le competenze sono inutili se non si sa cosa farsene.
Il valore di un uomo dovrebbe essere misurato in base a quanto dà e non in base a quanto è in grado di ricevere. Albert Einstein
[1] Mick, David & Thomas Bateman (2006), The Ultimate Virtue. Article Proposal for the Harvard Business Review, Version: 15 February 2006. McIntire School of Commerce, University of Virginia.
[2] Aizik, Moni (2008), Sotto pressione. In: Budo International, 02-2008, p. 40.
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