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L’ikigai (生き甲斐?) è l’equivalente giapponese di espressioni italiane quali “ragione di vita”, “ragion d’essere”.
Nella zona di Okinawa l’ikigai è visto come “una ragione per svegliarsi al mattino”. La parola può inoltre indicare una persona di cui si è profondamente innamorati.
Tutti, secondo la cultura giapponese, avrebbero il proprio ikigai. Trovare quale sia la ragione della propria esistenza richiede però una ricerca interiore che può spesso essere lunga e difficile. Tale ricerca viene considerata molto importante e la sua conclusione positiva porta alla persona una profonda soddisfazione.
Oltre che aspetti positivi per chi segue il proprio ‘ikigai possono esserci anche aspetti negativi: coloro che vivono la vita con estrema passione rischiano infatti di esserne consumati sino alla degradazione.
Alcuni esempi di ikiga
Natura – giardinaggio
Famiglia – bambini
Espressione artistica
Pratica sportiva
Amore – affetto
Lavoro – professione

Senso della vita
Amleto contemplando un cranio s’interroga sul senso della vita
La domanda sul senso della vita è un tema ricorrente nella filosofia e nella psicologia, oltre che in letteratura, poesia e altre forme espressive.
Secondo la filosofia greca, la risposta è nella filosofia stessa come discorso e modo del vivere[1]; emblematica, a questo proposito, è la figura di Socrate, a cui Platone attribuisce questo apoftegma: «una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta»[2]. La filosofia ellenistica indica altresì la strada degli esercizi spirituali, dell’«imparare a vivere»[1]. Per Zenone di Cizio, fondatore dello stoicismo, «lo scopo della vita è di vivere in accordo con la natura»[3].

Nel Medioevo viene meno la domanda sul senso della vita inteso come piacere del vivere, dato che il Cristianesimo indirizza la riflessione sul peccato.

In epoca moderna, l’esistenzialismo indaga la problematicità del senso della vita, soprattutto in relazione al nichilismo. Søren Kierkegaard, nella sua critica alla vita estetica, afferma: «Chi scorge nel godimento il senso e lo scopo della vita, sottopone sempre la sua vita a una condizione che, o sta al di fuori dell’individuo, o è nell’individuo, ma in modo da non essere posta per opera dell’individuo stesso»[5]. Tuttavia, la realizzazione dell’individuo è rivendicata anche da Oscar Wilde, massimo esponente dell’estetismo, che scrive: «Lo scopo della vita è l’autosviluppo. Sviluppare pienamente la nostra individualità, ecco la missione che ciascuno di noi deve compiere»[6]. In polemica col razionalismo, Fëdor Dostoevskij esorta: «Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso».

ikigai italiano 2

Cos’è l’Ikigai e a cosa serve. Video sul modello Ikigai. Articolo sul tema ascolto avanzato con utilizzo del modello Ikigai immediatamente dopo il video.

  • Anteprima editoriale esclusiva per i lettori del blog, realizzata dall’autore del libro, articolo

    condivisibile, si prega di citare sempre la fonte.

  • © Daniele Trevisani, Volume “L’ascolto Attivo: Metodi e Strumenti per l’ascolto attivo ed empatico”. Anteprima editoriale, Franco Angeli editore Milano, 2019.
  • Per ricevere altri articoli appena escono, iscriversi al blog https://studiotrevisani.it sulla destra in alto, inserire la mail e fare clic su “segui il blog”.

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Possiamo potenziare l’ascolto tramite modelli che ci aiutano a fare domande più corrette e centrate, sia

  1. nel modo (modalità di ascolto) che
  2. nei contenuti (contenuti delle domande).

Se centriamo entrambe, avremo fatto un centro perfetto.

Anticipiamo per questo fine il modello, centrale per questo libro, della “scala dei livelli di ascolto”, che riguarda soprattutto il “modo” di ascoltare.

La scala è esposta nella figura che segue.

Approfondiremo i dettagli di questa scala nel capitolo successivo. Per ora, ci basti sapere che gli strumenti per fare salti di qualità nell’ascolto attivo esistono, e si possono fare enormi passi in avanti, sino a farne uno dei punti di forza della propria vita e cambiare il nostro modo di essere.

L’ascolto è parte della comunicazione, la comunicazione è parte della vita delle persone, e la vita delle persone è parte dell’universo.

Ascoltando, stiamo dando un contributo alla comprensione anche della parte di universo che vive in noi.

Lo sforzo di capire l’universo è tra le pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa,

conferendole un pò della dignità di una tragedia.

 (Steven Weinberg)

Come vediamo, si parte dal basso, con un ascolto impreciso, giudicante, agressivo, sino ad arrivare ad un ascolto attivo, empatico, positivo, attraversando tratti intermedi.

Queste sono le modalità di ascolto.

Se applichiamo queste modalità ad un modello, che sia psicosociale o organizzativo, otteniamo un “ascolto modellizzato”.

Il modello su cui ci concentriamo brevemente ora è l’Ikigai.

L’Ikigai (生き甲斐) è l’equivalente giapponese di significati quali “ragione di vita”, “ragion d’essere”, “scopo della vita”. Nella zona di Okinawa l’ikigai è visto come “una ragione per svegliarsi al mattino”, e certamente, “qual’è la tua ragione per svegliarti al mattino” è sia una domanda potente che una domanda che richiede poi empatia potente e ascolto attivo avanzato.

Infatti,

“Tutti, secondo la cultura giapponese, avrebbero il proprio ikigai. Trovare quale sia la ragione della propria esistenza richiede però una ricerca interiore che può spesso essere lunga e difficile. Tale ricerca viene considerata molto importante e la sua conclusione positiva porta alla persona una profonda soddisfazione.

Oltre che aspetti positivi per chi segue il proprio ‘ikigai possono esserci anche aspetti negativi: coloro che vivono la vita con estrema passione rischiano infatti di esserne consumati sino alla degradazione.”[1]

Occorre innanzitutto vedere il modello per capire di cosa tratta.

Lo vedremo prima nella versione ufficiale in lingua inglese:

 

 

 

 

 

I quattro grandi vettori o variabili sono

  1. Cioè che ami (What you LOVE)
  2. Ciò che serve nel mondo (What the world NEEDS)
  3. Ciò per cui puoi essere pagato (What you can be PAID FOR)
  4. Ciò che sei abile a fare (What you are GOOD AT)

L’Ikigai rappresenta il centro perfetto, la condizione che soddisfa tutte le altre condizioni, per cui riusciamo a fare un lavoro che amiamo, un lavoro utile al mondo, un lavoro per cui siamo pagati, e un lavoro nel quale siamo abili.

In psicologia, questa condizione assomiglia molto ad una vita o esistenza in stato di Flow, o Flusso, “il momento magico in cui tutto scorre perfettamente e il tempo sembra svanire”, concetto introdotto nel 1975 dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi poi diffuso in vari campi di applicazione della psicologia, alel performance, allo sport, sino alla a spiritualità, all’istruzione e al lavoro, all’immersività dell’esperienza nella vita quotidiana, alla creatività, e persino alla meditazione.[2]

Nei momenti di flow, tutto sembra funzionare magicamente e perfettamente, nonostante le sfide ci siano e siano anche alte. Possiamo dire che l’ascolto in stato di Flow esiste, ed è reso possibile da una nostra totale “Presenza Mentale” nell’ascolto unita alla presenza mentale dell’altro e alla disponibilità reciproca.

Figura 3 Modello Ikigai, italiano

Notiamo come le intersazioni imperfette, quegli spazi in cui una o più delle quattro esigenze di base non sono soddisfatte, generano diverse tipologie di “stato di vita”, esaminabili nella figura stessa.

Un ascolto potenziato arriva dall’unire il modello della “scala di ascolto” all’Ikigai, come nella figura seguente:

Figura 4 Combinazione tra scala dei livelli di ascolto e modello Ikigai

Avremo quindi domande come:

  • Cosa ami fare nella vita?
  • Cosa pensi serva al pianeta e al mondo in questo momento?
  • Quali sono i lavori per cui puoi ricevere una remunerazione?
  • Quali sono le cose che ti fanno stare bene?

L’ascolto può farsi via via più complesso, come in un coaching manageriale dove vogliamo poter capire in che condizione è una persona rispetto al suo vissuto lavorativo. Quindi ad esempio:

  • Ami quello che stai facendo ora?
  • Pensi che quello che stai facendo ora sia utile?
  • Sei soddisfatto della tua remunerazione?
  • Ottieni gratificazioni sul lavoro, al di la della remunerazione?
  • Come vivi la tua giornata lavorativa?
  • In quali momenti senti che stai dando il massimo sul lavoro con piacere?

E tante altre domande, un numero non infinito, ma decisamente ampio, e allargabile quando poi le risposte possono permetterci di realizzare dei “ganci” su quanto emerge per approfondire e allargare il discorso, o invece entrare nei dettagli con un ascolto selettivo quando troviamo un problema, o centrare un dettaglio emotivo di un conflitto con un collaboratore o un problema di leadership, e applicare un ascolto empatico.

Non importa quanto o quando finiremo, all’inizio. All’inizio occorrono modelli di partenza utili, che ci aiutino a partire con il piede giusto, per poi correggere la rotta strada facendo.

L’ascolto è una delle attività umane più sensibili, l’utilizzo di modelli la potenzia di certo, ma non sostituisce mai la sensibilità umana che serve per praticare un ascolto di qualità.

Cogliere le sfumature delle persone, sul lavoro o nella vita, richiede enorme volontà empatica, metodo, e un pizzico di arte.

Le persone sono universi, sono mondi infiniti, guardarci dentro può far venire le vertigini, ma ne vale la pena. Perchè conoscere una persona è conoscere un brano di universo.

È strano come la tua vita possa prendere una direzione.

Poi conosci una persona e tutto cambia.

Sophia Danko (Britt Robertson)

dal film “La risposta è nelle stelle” di George Tillman Jr.

 

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Ikigai

[2] Csikszentmihalyi, Mihaly (1975). “Beyond Boredom and Anxiety“. Jossey-Bass: San Francisco, CA. 36. ISBN 0875892612, ISBN 978-0875892610

Csikszentmihalyi, Mihaly (1990). Flow: The Psychology of Optimal Experience. New York: Harper & Row ISBN 0-06-092043-2

Csikszentmihalyi, Mihaly (1996). Creativity: Flow and the Psychology of Discovery and Invention. New York: Harper Perennial. ISBN 0-06-092820-4

Csikszentmihalyi, Mihaly (1998). Finding Flow: The Psychology of Engagement With Everyday Life. Basic Books. ISBN 0-465-02411-4

Csikszentmihalyi, Mihaly (2003). Good Business: Leadership, Flow, and the Making of Meaning. New York: Penguin Books. ISBN 0-14-200409-X

Langer, Ellen J. (1989). Mindfulness. Reading, Mass: Addison Wesley. ISBN 0-201-52341-8

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  • Anteprima editoriale esclusiva per i lettori del blog, realizzata dall’autore del libro, articolo condivisibile, si prega di citare sempre la fonte.
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Copyright Daniele Trevisani. Anticipazione dal libro “Psicologia della Libertà”. Per aggiornamenti sull’uscita vedi la rivista online presso il link http://eepurl.com/b727Pv

Amore per…

Più dolce sarebbe la morte

se il mio sguardo avesse come ultimo orizzonte il tuo volto,

e se così fosse.. mille volte vorrei nascere per mille volte ancor morire.

Shakespeare, Amleto[1]

 

Le performance più profonde richiedono amore e passione.

L’amore è uno dei motori psicologici più potenti in assoluto.

Per amore si intende un sentimento forte e universale di unione, che può toccare sia il vissuto sentimentale di un uomo o una donna, ma anche il rapporto genitore e figlio, amicizie fortissime, e persino l’amore per un ideale, per un oggetto o una produzione (si pensi all’arte), o la natura.

Ed ancora, importantissimo, l’amore per un progetto, l’amore per il risultato che vogliamo produrre.

Esiste una sterminata e interessantissima letteratura su ogni tipo di sfera inerente la “psicologia dell’amore”, ad esempio, cosa significa per una persona il “primo amore” e quando avviene nel tempo in diverse culture[2].

L’approccio allo studio dell’amore avviene in numerose discipline: si studia l’amore come fenomeno in psicologia, sociologia, antropologia, zoologia, religione, letteratura.

Nelle scienze della comunicazione viene studiato il linguaggio dell’amore o la comunicazione seduttiva. In chimica, biologia, in campo medico e neurologico, l’amore viene addirittura analizzato per scoprire i meccanismi biochimici ed elettrici che avvengono nel “cervello che ama”.

In sede di Coaching analitico non sono tanto i meccanismi chimici a interessare l’impostazione del lavoro, quanto i meccanismi affettivi, il loro risveglio, la loro canalizzazione verso obiettivi importanti.

Obiettivi che accendano la passione delle persone e li riempiano di vita.

Se non si ama ciò che si fa, le performance non accadono, o, se avvengono, non sono atti di espressione, ma costrizioni, risultati destinati a durare poco.

Individuare concetti da amare, risultati da ottenere, localizzali bene, significa iniziare a dare forma a vaghe rappresentazioni mentali.

Localizzare per cosa vivere, è uno dei lavori di Coaching e formazione più importanti: far scoprire concetti, amarli, farli scoprire agli altri.

Questo può significare fare scouting (scovare nuovi orizzonti per il soggetto e con il soggetto, accompagnarlo in questa delicata operazione), ma anche fare archeologia umanistica, andare a trovare ciò che la persona era, riscoprire passioni, ambizioni, aspirazioni, amori per…, progetti abbandonati, sogni giovanili o di altri stadi di vita, qualcosa che è stato sepolto dal Self-Silencing (il meccanismo di auto-silenziamento dei propri bisogni profondi e delle proprie aspirazioni).

Questi dati a volte confusi sono localizzati nel passato del soggetto, e questo è un’altro forte motivo per non fuggire dall’analisi del passato in operazioni di Coaching analitico.

[1] Fonte: http://it.wikiquote.org/wiki/William_Shakespeare

[2] Vedi il paper di Janssen, Diederik F. (2008), First Love: A Case Study in Quantitative Appropriation of Social Concepts, in: Qualitative Report, v.13 n.2 p.178-203 June 2008.

Fermare il Self Silencing

Uno dei meccanismi più forti notati nella psicologia dell’amore è il Self-Silencing, mettere il silenziatore alle proprie passioni[1].

È un fenomeno esaminato nel campo delle relazioni amorose romantiche, ma la sua validità, come variabile da analizzare, si estende a ogni ambito umano, soprattutto alle ambizioni personali che la persona ha “silenziato”.

Nel Coaching HPM si pratica una tecnica specifica denominata Scouting Affettivo, per indicare l’attività di scavo in cosa alimenta le passioni di un individuo. Quali sono ora? Quali erano in passato? Quanto sono sopite o attive? Quanto la persona è “spenta” o “accesa”, morta o attivata, sul piano delle passioni? A quante passioni, idee e aspirazioni è stato messo il silenziatore, e cosa ne è rimasto?

E, soprattutto, cosa può produrre passione per il futuro?

Le domande da praticare sono numerose, tra queste:

  • Cosa ti appassiona?
  • Cosa è una passione?
  • Cosa è l’amore per te?
  • Come lo definiresti?
  • Che ruolo ha nella tua vita?
  • Cosa ti ha appassionato di più sinora?
  • Che passioni hai adesso?
  • Cosa ti dà energia?
  • Con chi vorresti vivere qualche progetto importante? Cosa hai “silenziato” nella tua vita, a cosa hai rinunciato?
  • Ci sono state delle ambizioni cui hai rinunciato, cose a cui tenevi?
  • Cosa faresti se tornassi indietro?
  • Cosa vorresti fare ancora guardando avanti, sognando?
  • Cosa possiamo fare di concreto, anche solo qualche piccolo step praticabile?

Il senso di un Coaching è produrre e alimentare amore verso…, amore per… amore per se stessi, per un’azione terapeutica di autostima, amore verso una causa, amore verso un progetto.

Nel Coaching, l’amore per un concetto o per un’idea deve accrescere la passione per l’attività, e far meglio sopportare la fatica che si rende necessaria a generare cambiamento.

Una forma di amore, di tipo puramente umano e professionale, deve anche svilupparsi tra Coach, formatore, terapeuta, docente, o altro ruolo di aiuto, e cliente/fruitore. È il tipo di amore non sessuale che desidera unicamente il bene altrui e si adopera per costruirlo.

Il concetto più utile a tal fine viene dagli studi di psicologia evolutiva[2], ed è quello di engrossment, il sentimento di affetto che un padre sviluppa verso il figlio.

Questo stato comprende una forma di coinvolgimento emotivo più forte rispetto a quello medio, un desiderio di vedere il proprio cliente ottenere risultati, che diventano anche in parte i propri risultati, e questo può fare la differenza tra un lavoro serio e dedicato e un lavoro superficiale.

Il contrario di engrossment è un approccio distaccato e superficiale, anaffettivo, tra Coach/formatore/consulente e soggetto ricevente, un approccio, che tiene le distanze, che non si arrabbia quando vede una scarsa partecipazione, e non gioisce nemmeno per i risultati, vive il tutto in modo puramente meccanico e poco umano.

Essere passionali, in questo caso, è positivo.

La stessa passione dobbiamo applicare verso noi stessi, verso ciò che possiamo essere quando coltiviamo le nostre energie, competenze, progettualità.

Il concetto di Self-Engrossment può essere usato tecnicamente, in questo caso, per esprimere l’atteggiamento di amore verso se stessi, non narcisistico o egoistico, ma un amore per il lavoro di avvicinamento al proprio benessere, al divenire sempre più autentici e padroni delle proprie potenzialità.

Amarsi e volersi bene significa avere un primo grande amico, se stessi. Se sai che questo amico non ti lascerà mai, se sai che puoi contarci sempre, allora larga parte dei problemi sono risolti.

Se invece ogni tanto non stai bene con te stesso, senti di non avere fatto ancora ciò che volevi nella vita, hai delle ambizioni cui vorresti dare ascolto, hai delle “spie rosse” che si accendono ma non sai bene per cosa, è bene lavorarvi sopra. Perché la vita è una.

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Copyright Daniele Trevisani. Anticipazione dal libro “Psicologia della Libertà”. Per aggiornamenti sull’uscita vedi la rivista online presso il link http://eepurl.com/b727Pv

[1] Collins, Kerry A.; Cramer, Kenneth M.; Singleton-Jackson, Jill A. (2005), Love Styles and Self-Silencing in Romantic Relationships, in: Guidance & Counselling, v.20 n.3-4 p.139-146 Spring-Summer 2005.

[2] Greenberg, J., Morris, N. (1974), Engrossment: The Newborn’s Impact upon the Father, in: American Journal of Orthopsychiatry, 44, pp. 520-531.

Estratto dall’Audiolibro sulla Crescita Personale, Area 51 Editore, Bologna.

Audiolibro disponibile a questo link

audiolibro daniele trevisani crescita personale e professionale

Quali sono gli elementi del coaching per la tua crescita personale a 360
gradi? In questo audio ti illustrerò i principali. Innanzitutto parleremo del
corpo come elemento centrale per il coaching evolutivo, il corpo è quella
struttura nella quale siamo inseriti e che dà alla nostra mente la possibilità
di essere. Si parla di embodied minds, menti che vivono nel corpo che capta
tutti gli stimoli esterni. Spesso la mente dimentica il corpo, lo maltratta e lo
ignora. Il corpo deve essere manutenuto per far funzionare meglio anche la
mente. In particolare ci soffermeremo sul benessere del corpo con gli stru-
menti della Bioenergetica, della percezione di sé. Non siamo solo macchine
muscolari ma creature che possono percepire il proprio corpo in azione, sen-
tire il respiro nei suoi tre livelli (diaframmatico, toracico e clavicolare), ricono-
scere che a un certo tipo di respirazione corrisponde un certo stato emotivo.
Il corpo quindi è il primo strumento per conoscerci e migliorare.
Un altro elemento fondamentale di coaching evolutivo è riconoscere gli
obiettivi e formulare sotto-obiettivi intermedi che conducano alla crescita e
a uno stato sempre migliore. Il coaching è proprio quella scienza che aiuta
a capire non solo quali obiettivi voglio raggiungere e come raggiungerli ma
anche come migliorarmi nelle sotto-fasi degli specifici progetti.
Un altro tema importantissimo è la psicologia degli archetipi, cioè quali
sono i nostri modelli di riferimento. Esempi di figure archetipiche sono l’or-
fano, il guerriero e le relative azioni e reazioni ne rispecchiano le caratteri-
stiche. La scienza degli archetipi è molto importante per capire quali sono
i nostri modelli di riferimento, quali sono giusti e quali sono tossici da cui
dobbiamo stare alla larga. Accanto alla scienza degli archetipi un altro stru-
mento fondamentale è la memetica che studia come le idee si diffondono,
le idee sono come virus che nascono, si diffondono, a volte si estinguono.
La memetica studia proprio le tracce mentali, le idee che ci definiscono, che
abitano nei nostri corpi. La domanda che ti invito a fare è proprio questa:
“quali sono le idee che ti aiutano a migliorare?”. Questo esame è di grandis-
sima importanza per la tua crescita personale.
Infine parleremo dell’elemento supremo per il coaching e la crescita perso-
nale: l’amore. Per me il coaching è umanistico, cioè basato sull’amore, l’amo-
re per qualcosa, per un progetto, per un ideale, per un sogno. I sogni diven-
tano realtà grazie all’amore. L’amore per la crescita personale ci fa scoprire
cosa è veramente importante per noi, ci fa scoprire che in noi spesso è atti-
vato il meccanismo del Self-Silencing (il meccanismo di auto-silenziamento
dei nostri bisogni profondi, delle nostre passioni e delle nostre aspirazioni).
Chi di noi non ha mai avuto una passione per qualcosa che poi è sparita?
Cosa è successo? Insieme scopriremo quali sono i progetti a cui abbiamo
messo il silenziatore, faremo un’archeologia per tirarli fuori perché lì dentro
molto probabilmente c’è tanto da valorizzare per un futuro di crescita. Per-
ché la crescita non è solo guardare in avanti ma anche guardare indietro a
scoprire cosa abbiamo sopito.

Daniele Trevisani

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Estratto dall’Audiolibro sulla Crescita Personale, Area 51 Editore, Bologna.

Audiolibro disponibile a questo link

Copyright Daniele Trevisani. Anteprima dal libro in lavorazione. Per ricevere notizie aggiornate sull’uscita e nuovi articoli, si prega di iscriversi alla rivista online Communication Research, da questo url http://eepurl.com/b727Pv

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Una forma di amore, di tipo puramente umano e professionale, deve anche svilupparsi tra Coach, formatore, terapeuta, docente, o altro ruolo di aiuto, e cliente/fruitore. È il tipo di amore non sessuale che desidera unicamente il bene altrui e si adopera per costruirlo.

Il concetto più utile a tal fine viene dagli studi di psicologia evolutiva[1], ed è quello di engrossment, il sentimento di affetto che un padre sviluppa verso il figlio.

Questo stato comprende una forma di coinvolgimento emotivo più forte rispetto a quello medio, un desiderio di vedere il proprio cliente ottenere risultati, che diventano anche in parte i propri risultati, e questo può fare la differenza tra un lavoro serio e dedicato e un lavoro superficiale.

Il contrario di engrossment è un approccio distaccato e superficiale, anaffettivo, tra Coach/formatore/consulente e soggetto ricevente, un approccio, che tiene le distanze, che non si arrabbia quando vede una scarsa partecipazione, e non gioisce nemmeno per i risultati, vive il tutto in modo puramente meccanico e poco umano.

Essere passionali, in questo caso, è positivo.

La stessa passione dobbiamo applicare verso noi stessi, verso ciò che possiamo essere quando coltiviamo le nostre energie, competenze, progettualità.

Il concetto di Self-Engrossment può essere usato tecnicamente, in questo caso, per esprimere l’atteggiamento di amore verso se stessi, non narcisistico o egoistico, ma un amore per il lavoro di avvicinamento al proprio benessere, al divenire sempre più autentici e padroni delle proprie potenzialità.

Amarsi e volersi bene significa avere un primo grande amico, se stessi. Se sai che questo amico non ti lascerà mai, se sai che puoi contarci sempre, allora larga parte dei problemi sono risolti.

Se invece ogni tanto non stai bene con te stesso, senti di non avere fatto ancora ciò che volevi nella vita, hai delle ambizioni cui vorresti dare ascolto, hai delle “spie rosse” che si accendono ma non sai bene per cosa, è bene lavorarvi sopra. Perché la vita è una.

dott. Daniele Trevisani www.studiotrevisani.it

Formazione, Coaching, Counseling

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[1] Greenberg, J., Morris, N. (1974), Engrossment: The Newborn’s Impact upon the Father, in: American Journal of Orthopsychiatry, 44, pp. 520-531.

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo con commenti inediti di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore.

Quando un uomo siede vicino ad una ragazza carina per un’ora, sembra che sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa accesa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.

 (Albert Einstein)

Una delle variabili più significative nel denotare la presenza di uno stato di flow è la sensazione che il tempo si arresti, la perdita di coscienza del tempo, dovuta al grande livello di immersività nell’esperienza e al piacere del vissuto.

Anche durante tecniche di rilassamento particolarmente riuscite, possono trascorrere 40 minuti senza che la persona se ne renda assolutamente conto.

Ciascuno può fare le proprie riflessioni.

Posso citare personalmente situazioni di conferenze o corsi in cui ho visto i partecipanti perdere il senso del tempo e saltare la pausa, o andare oltre l’orario perché rapiti dall’esperienza. Evidentemente in quei momenti il relatore è stato in grado di innescare uno stato di picco o di flusso.

Lo stesso mi è accaduto come maestro di arti marziali durante lezioni particolarmente sentite, o come agonista, durante alcune competizioni, o quando in uno sparring (combattimento svolto in allenamento) sembra non esistere nient’altro che l’esperienza in sé, ogni altro pensiero va sullo sfondo, e la piacevolezza dell’esperienza riempie tutta l’attenzione cosciente.

Ma non va sempre così.

In altri momenti riconosco situazioni in cui il tempo non scorre, o va a rilento, e si crea una condizione di stallo, e non ci si riesce ad esprimere.

Ho anche visto pubblici cadere assonnati dopo pochi minuti in cui un relatore parlava in modo monotono e senza espressività.

Ciascuno può fare una propria autoanalisi.

Trattare il potere personale richiede di valutare come creare e ricercare la  condizione di picco, le peak performance, lo stato di flusso (flow-state) o esperienza di flusso (flow-experience), lo sblocco della tendenza attualizzante e una incessante volontà di lasciarla fluire.

La tendenza attualizzante è un potente concetto della psicologia umanistica, riferito all’attualizzare (far diventare atto e non solo sogno) il proprio potenziale umano.

Come Coach, consulenti, trainer o formatori, lavoriamo per produrlo negli altri, questo obiettivo interessa ogni essere umano.

Quando questi obiettivi vengono raggiunti, la condizione del lavoro o del vivere quotidiano diventa essa stessa esperienza di crescita.

Il lavoro si trasforma da incombenza a esperienza di autorealizzazione, e le performance semplicemente accadono, succedono, perché le condizioni energetiche raggiunte lo consentono, naturalmente.

Le stesse dinamiche avvengono all’interno di un team sportivo, di una squadra professionistica, di un team aziendale che funziona bene, o di un club legato da una passione comune.

Copertina Libro Il Coraggio delle Emozioni compressaArticolo con commenti inediti di Daniele Trevisani, dal libro Il Coraggio delle Emozioni. Energie per la vita, la comunicazione e la crescita personale. Franco Angeli editore

 

 

 

 

Approfondimento sul Flow (da Wikipedia)

Flusso

In psicologia, il flusso (in inglese flow), o esperienza ottimale (spesso citato come trance agonistica nel linguaggio sportivo), è uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività.

Questa condizione è caratterizzata da un totale coinvolgimento dell’individuo: focalizzazione sull’obiettivo, motivazione intrinseca, positività e gratificazione nello svolgimento di un particolare compito. Il concetto di flusso fu introdotto nel 1975 dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi nella sua teoria del flusso, e si è poi diffuso in vari campi di applicazione della psicologia, come lo sport, la spiritualità, l’istruzione, o la seduzione.[1]

Il meccanismo

In ogni momento, ciascun individuo riceve una grande quantità di informazioni provenienti dal mondo circostante; gli psicologi hanno scoperto che la mente ne può gestire solo un certo numero alla volta: circa 126 bit di dati al secondo in base allo studio di Csíkszentmihályi del 1956. Al contrario, un’intera conversazione “pesa” circa 40 bit, cioè un terzo della nostra capacità, e questo è il motivo per cui non è facile focalizzare l’attenzione su altre attività quando si sta tenendo un discorso.

Generalmente ogni individuo è in grado di decidere su cosa vuole concentrare la propria attenzione. Tuttavia, quando si è in stato di flusso si è completamente assorbiti nell’azione e, senza prendere coscientemente una decisione, si perde la consapevolezza di tutte le altre cose: tempo, persone, distrazioni e persino esigenze fisiologiche. Ciò si verifica perché tutta l’attenzione è occupata da quella particolare azione e non ne resta per le altre attività, pur necessarie.

Per testare il flusso nell’esperienza cosciente, Csíkszentmihályi ha utilizzato il metodo del campionamento dell’esperienza: per tutta la durata dello studio i partecipanti devono indossare un cercapersone e, contattati a intervalli di tempo casuali, devono fornire un resoconto dei propri pensieri su un questionario. Questi studi hanno dimostrato che le persone si sentivano più attivate positivamente quando svolgevano compiti impegnativi, per i quali ritenevano di possedere le abilità necessarie.

Le condizioni identificate nel flusso coincidono con le condizioni di massima motivazione e prestazione riscontrate a proposito del goal setting. Se le persone si percepiscono efficaci, i compiti con obiettivi impegnativi non rappresentano un peso, ma sfide gratificanti.

Componenti dell’esperienza ottimale

Bambino concentrato in un’attività

Csikszentmihalyi individua i seguenti fattori che, pur potendo apparire indipendentemente l’uno dall’altro, in realtà sono in combinazione tra loro e costituiscono la cosiddetta esperienza di flusso:[2][3]

  1. Obiettivi chiari: le aspettative e le modalità di raggiungimento sono chiare.
  2. Concentrazione totale sul compito: un alto grado di concentrazione in un limitato campo di attenzione (la persona non ragiona su passato e futuro ma solo sul presente).
  3. Perdita dell’autoconsapevolezza: il soggetto è talmente assorto nell’attività da non preoccuparsi del suo ego.
  4. Distorsione del senso del tempo: si altera la percezione del tempo. Non si rende conto del suo scorrere.
  5. Retroazione diretta e inequivocabile: l’effetto dell’azione deve essere percepibile dal soggetto immediatamente ed in modo chiaro.
  6. Bilanciamento tra sfida e capacità: l’attività non è né troppo facile né troppo difficile per il soggetto.
  7. Senso di controllo: la percezione di avere tutto sotto controllo e di poter dominare la situazione.
  8. Piacere intrinseco: l’azione dà un piacere intrinseco, fine a se stesso (esperienza autotelica).
  9. Integrazione tra azione e consapevolezza: la concentrazione e l’impegno sono massimi. La persona è talmente assorta nell’azione da fare apparire l’azione naturale.[4]

Etimologia

Csikszentmihaly utilizzò il termine inglese flux: flusso, corrente per definire nel 1975 uno stato mentale descritto da molte persone da lui intervistate come una corrente d’acqua che li trascinava[3]. Nei libri Optimal Experience: Psychological Studies of Flow in Consciousness[5] e “Flow: The Psychology of Optimal Experience”[6] del 1990 egli parlò dell’esperienza che si prova durante il flusso come un'”esperienza ottimale”, in cui la prestazione è al culmine e lo stato d’animo è positivo. Quando le sfide e le capacità son contemporaneamente sopra la media, l’esperienza ottimale emerge.

Flusso di gruppo

Csikszentmihalyi suggerì varie maniere in cui un gruppo può lavorare in modo che ciascun membro si trovi in uno stato di esperienza ottimale. Le caratteristiche che tali gruppi devono includere sono:

  • Spazio di lavoro organizzato in maniera creativa con sedie, pareti decorate, cartine ma niente tavoli per permettere il lavoro in piedi, con il movimento.
  • Spazio ricreativo con grafici indicanti le informazioni in ingresso, diagrammi di flusso, riassunti del progetto, spazio alla follia, luoghi franchi dove si può dire tutto ciò che altrove è solo pensato, parete con i risultati, temi aperti.
  • Lavoro parallelo e organizzato.
  • Concentrazione sugli obiettivi di gruppo.
  • Sviluppo di obiettivi esistenti (prototipi).
  • Incremento dell’efficienza attraverso la visualizzazione.
  • Differenze tra i partecipanti sono un’opportunità, più che un ostacolo.

Applicazioni

Apparentemente Csikszentmihalyi è il solo ad aver pubblicato suggerimenti specifici per il raggiungimento dello stato di flusso, come metodi per la progettazione di spazi per il gioco che facilitino l’ottenimento dell’esperienza ottimale. Altri autori invece si sono concentrati sull’uso dello stato per migliorare attività, come la spiritualità, il rendimento in molte aree tipo negli affari,[7] improvvisazione libera, psicologia sportiva e stand-up comedy.[8]

Religione e spiritualità

Csikszentmihalyi è stato forse il primo a descrivere questo concetto nella psicologia occidentale ma, come lui stesso riconosce, non è stato il primo a quantificare il concetto di flusso o a sviluppare applicazioni basate sul concetto.

Per millenni i seguaci delle religioni orientali come l’Induismo, il Buddismo ed il Taoismo hanno perseguito il superamento della dualità tra mente e corpo come elemento centrale dello sviluppo spirituale, sviluppando una serie di teorie sul superamento di tale dualità, attraverso la pratica spirituale.

I praticanti di varie scuole di Buddismo Zen applicano concetti simili a quello di “flusso” nella pratica della loro arte, come nel caso dell’aikido, kendo e ikebana. Nella tradizione yoga si fa riferimento allo stato di “flusso”[9] per quanto riguarda la pratica dello Samyama, la focalizzazione della psiche sull’oggetto della meditazione.[10]

Istruzione

In materia di istruzione esiste il concetto di sovrapprendimento che sembra essere strettamente collegato all’esperienza ottimale, secondo lo stesso Csikszentmihalyi.[6] Infatti il sovrapprendimento permette la concentrazione mentale, visualizzando i risultati desiderati, come qualcosa di unico, l’azione integrata piuttosto che insieme di azioni.

Sport

Nel linguaggio sportivo spesso si parla di trance agonistica, concetto che nei paesi anglosassoni è definito come la “zona”, “stare nella zona”, indicando durante una prova atletica uno stato mentale che combacia perfettamente con la descrizione fatta da Csikszentmihalyi dell’esperienza ottimale. Le teorie e le applicazioni di tale stato e la sua relazione con la prestazione atletica sono argomenti di studio nella psicologia applicata allo sport.

Il famoso calciatore Pelé ha descritto la sua esperienza di stare nella zona come “se provassi una strana calma… una specie di euforia. Sentivo che potevo correre per tutto il giorno senza stancarmi e che potevo dribblare qualunque giocatore della squadra avversaria e quasi passare fisicamente attraverso loro”.[11]

Il pilota di Formula 1 Ayrton Senna raccontò la sua esperienza durante il Gran Premio di Monaco del 1988: “Ero già in pole e continuavo ad andare sempre più forte… Improvvisamente ero quasi due secondi più veloce di chiunque altro, compreso il mio compagno di squadra con la stessa macchina. E improvvisamente ho realizzato che non stavo più guidando la macchina coscientemente. La stavo guidando attraverso una specie di istinto, solo che ero in una dimensione differente. Era come se fossi in un tunnel”.[12]

Videogame

Uno studio condotto presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale (Diotaiuti P., Zona A.M. & Rea L.; 2013), ha messo in evidenza la possibilità di sperimentare l’esperienza del “flusso” anche impegnandosi in attività video-ludiche. In questo studio, gli autori hanno anche dimostrato che l’esperienza del “flusso”può essere condizionata da un antecedente emotivo. Difatti, nell’esperimento condotto dal gruppo di psicologi, a metà dei partecipanti veniva mostrato un video capace di indurre uno stato emotivo negativo prima di ogni sessione di gioco. I risultati dello studio mostrano che il gruppo di soggetti sottoposti alla condizione con stimolo emotigeno negativo sperimentava sensibilmente una minore esperienza di “flusso” rispetto ai soggetti del gruppo di controllo non sottoposti a tale condizione. Gli autori suggeriscono quindi di considerare il “flusso” non solo in funzione del compito da eseguire, ma anche in funzione della predisposizione emotiva del soggetto, che può giocare un ruolo determinante nell’ostacolare o facilitare tale esperienza.

Note

  1. ^ Mihaly Csikszentmihalyi, Flow: The Psychology of Optimal Experience, Harper & Row, 1990, ISBN 978-0-06-016253-5. URL consultato il 10 novembre 2013.
  2. ^ Csikszentmihalyi, M. & K. Rathunde. (1993). The measurement of flow in everyday life: Towards a theory of emergent motivation. In J. E. Jacobs (Ed.) Nebraska symposium on motivation, Vol. 40: Developmental perspectives on motivation. Lincoln: University of Nebraska Press. p. 60. ISBN 0-8032-9210-4
  3. ^ a b Mihály Csíkszentmihályi, Beyond Boredom and Anxiety, San Francisco, CA, Jossey-Bass, 1975, ISBN 0-87589-261-2.
  4. ^ Mihály Csíkszentmihályi, Beyond Boredom and Anxiety, San Francisco, CA, Jossey-Bass, 1975, p. 72, ISBN 0-87589-261-2.
  5. ^ Csikszentmihalyi, Mihaly (1988) Optimal Experience: Psychological Studies of Flow in Consciousness. Cambridge, NY: Cambridge University Press. 323.
  6. ^ a b Mihály Csíkszentmihályi, Flow: The Psychology of Optimal Experience, New York, Harper & Row, 1990, ISBN 0-06-092043-2.
  7. ^ www.flowtheory.com
  8. ^ basilwhite.com – comedyworkshop
  9. ^ Yoga Sutras 3.9-3.16: Witnessing Subtle Transitions with Samyama — http://www.swamij.com/yoga-sutras-30916.htm
  10. ^ Sansonese, J. Nigro (1994). The Body of Myth: Mythology, Shamanic Trance, and the Sacred Geography of the Body. Inner Traditions. ISBN 978-0-89281-409-1. Source: [1] (accessed: Friday March 6, 2009), p.26.
  11. ^ Lawrence Shainberg, Finding “The Zone”, in The New York Times, 9 aprile 1989. URL consultato il 9 giugno 2013.
  12. ^ Gerald Donaldson, Ayrton Senna at Monaco (1988), 23 maggio 2012. URL consultato il 29 marzo 2014.

Bibliografia

Voci correlate

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Collegamenti esterni

Vivere le passioni, vivere con passione, è sentire la vita pulsare.
Non farlo significa castrarsi da soli, amputarsi, darla vinta alla morte prima del tempo. O, cosa peggiore, perdere senza lottare.
Sicuramente, chi porta avanti ideali e progetti con convinzione, sicuro di credere in una causa giusta, ha una vita più densa di contenuti, di problemi ma anche di gioie. È inevitabile che una vita vissuta all’ombra e silenziando le proprie aspirazioni dia poco fastidio, faccia poco rumore, e altrettanto inevitabile è che distrugga il senso stesso di essere umani fino in fondo.
Daniele Trevisani, dal libro in costruzione.

Articolo elaborato dal volume “Il Potenziale Umano” – Autore: dott. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.it 

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Chi si impegna per produrre performance umane deve assumere un preciso abito mentale. È l’assetto del guerriero, del Samurai, del combattente, del ricercatore concentrato, del missionario che crede in una causa.

È l’atteggiamento focalizzato di chi desidera ottenere qualcosa che reputa importante e – durante l’esecuzione – non si lascia distrarre da altro. Di chi ha un valore e lotta per esso. Di chi fa della causa una parte di sé.

Non riguarda solo  enormi imprese, ma anche e soprattutto la vita di ogni giorno. Il più grande Samurai di ogni tempo, Musashi, così descrive l’abito mentale di chi vuole intraprendere la vita del Samurai:

Chi voglia intraprendere la via dell’Hejò (strategia)

tenga a mente i seguenti precetti.

  • Primo: Non coltivare cattivi pensieri.
  • Secondo: Esercitati con dedizione.
  • Terzo: Studia tutte le arti.
  • Quarto: Conosci anche gli altri mestieri.
  • Quinto: Distingui l’utile dall’inutile.
  • Sesto: Riconosci il vero dal falso.
  • Settimo: Percepisci anche quello che non vedi con gli occhi.
  • Ottavo: Non essere trascurato neppure nelle minuzie.
  • Nono: Non abbandonarti in attività futili.

È eccezionale notare come anche oggi questo abito mentale sia dotato di enorme suggestività per chi intende sviluppare il proprio potenziale. Ci parla, infatti, di un atteggiamento di fondo.

È l’atteggiamento di serietà con cui un calciatore professionista rimane persona umile, cura alimentazione e riposo, rispetto al divo del calcio che assume atteggiamenti da star e si presenta tardi agli allenamenti.

È lo spirito di una ragazza che decide di sputare (esatto, sputare) sul modello proposto dai media di cosa sia una ragazza “arrivata” (fotomodella,  star televisiva, protagonista di reality show, anoressica, o bambola da chirurgo plastico) e piuttosto si impegna nello studio, in una professione utile, o in campo sociale, mandando a quel paese il modello che fa coincidere carriera con arcata dentale, natiche e scollatura.

È il coraggio di un ricercatore che intraprende vie di ricerca e sperimentazione inusuali ma dalle quali pensa di poter dare una aiuto al mondo, piccolo o grande, anche andando contro i baroni accademici e lo status quo.

È la saggezza del lottatore che cura attentamente il suo recupero prima di gettarsi in una nuova battaglia, consapevole del fatto che se non avrà riposato abbastanza non potrà sostenere molte battaglie e si brucerà.

È la passione di chi si impegna per una causa, fatica, fa rinunce ma non le rimpiange, e si sacrifica per qualcosa di cui forse non vedrà nemmeno i frutti in vita.

Ma non tutto è solo sacrificio. Le performance sono anche contribuzione, gioia, celebrazione, divertimento, piacere, il gusto di fare qualcosa di importante, essere parte di qualcosa, di lasciare un segno, di compiere imprese assieme a qualcuno e fare team. O la voglia di essere ciò che possiamo essere.

I veri performer sanno anche celebrare i propri risultati e vivere a pieno.

Ciascun precetto di Musashi si riferisce anche oggi ad una o più aree della psicologia delle performance e mantiene una validità assoluta:

Primo: Non coltivare cattivi pensieri. L’esercizio di un atteggiamento mentale positivo, il pensiero positivo, la concentrazione su ciò che di buono e utile vogliamo ottenere, allontanarsi da pensieri negativi o dal male; la ricerca di quello che oggi chiamiamo uno “stile cognitivo” efficace.

Secondo: Esercitati con dedizione. Oggi chiamato training, formazione, tecniche di allenamento e addestramento, e soprattutto, la necessità del performer di applicarsi in un active training, cioè in esercitazioni attive e non solo analisi teorica, e farlo con dedizione, nel tempo, e con continuità.

Terzo: Studia tutte le arti. L’approccio enciclopedico, la contaminazione positiva che deriva dall’andare fuori dai propri recinti e studiare le cose più disparate, interessarsi anche di ciò che altre discipline indagano, il contrario della chiusura in un recinto professionale o disciplinare, male odierno, il contrario delle sette, e della cultura dell’egoismo.

Quarto: Conosci anche gli altri mestieri. La capacità di muoversi ed agire anche in campi esterni, l’allargamento del proprio repertorio professionale, sapersi muovere anche fuori dal proprio campo di azione limitato, essere capaci anche in altre abilità e professioni, spaziare, non chiudersi.

Quinto: Distingui l’utile dall’inutile. Concetto similare a quello che nel sistema HPM chiamiamo Retargeting Mental Energy, o ricentraggio delle energie mentali, ciò che permette alle persone di capire veramente cosa merita il proprio impegno e cosa non lo merita, dove centrarsi o ricentrarsi nel proprio focus di attenzione, e quindi verso cosa direzionare le energie personali.

Sesto: Riconosci il vero dal falso. Coltivare le capacità di analisi, la percezione pura e decontaminata da preconcetti e distorsioni, il bisogno di verità, il bisogno di pulizia psicologica, il bisogno di sviluppare le capacità di riconoscimento (detection) indispensabile ad esempio in chi svolge il mestiere di negoziatore o di comunicatore, o in chi guida le persone (leader) o in chi lavora in gruppo (team working). Ed ancora, il bisogno di distinguere fatti da opinioni, teorie accertate da ipotesi, affermazioni personali da idee condivise.

Settimo: Percepisci anche quello che non vedi con gli occhi. La percezione è il fenomeno oggi più centrale in molte forme di psicologia, e comprende sia la propriocezione (capacità di percepire se stessi), che la percezione ambientale. Il settimo precetto di Musashi indirizza verso abilità di percezione aumentata, disambiguamento dalle illusioni percettive, sviluppo della sensibilità umana e sensoriale, ricerca di significati e quadri di analisi (Gestalt), e il potenziamento delle facoltà di osservazione. Tratta quindi di una “percezione allargata”, opposta ad una chiusura percettiva.

Ottavo: Non essere trascurato neppure nelle minuzie. Il bisogno di entrare nelle micro-competenze, la ricerca dell’eccellenza, l’abbandono di un atteggiamento di pressapochismo e banalizzazione. Attenzione ai dettagli che contano, assunzione di un atteggiamento di amore per quello che si fa e per come lo si fa.

Nono: Non abbandonarti in attività futili. Capire che il tempo è prezioso, e dobbiamo veramente decidere se abbandonarci ad uno squallido clone del modo con cui le persone comuni usano il tempo (copiare il mainstream), lasciarsi andare come bastoni sul corso di un fiume di qualunquismo, assecondare la piattezza di ciò che tutti gli altri fanno, o assertivamente prendere in mano il nostro tempo e decidere di farne qualcosa, allenarci, studiare, intraprendere, esplorare, scrivere, condividere, sperimentare nuove conoscenze; ed ancora, capire che esistono diversi macro-tempi, quello della produttività, dello studio, dell’auto-organizzazione, delle relazioni sociali, e quello del recupero, della meditazione, del relax, ma non esistono i tempi delle relazioni obbligate, lo spreco di tempo con persone piatte o arroganti o prepotenti, e vanno riconosciute e rimosse le attività di pura abulia o distruzione di sé.

Le lezioni di Musashi vengono da un performer che ha passato la vita a sfidare la morte, e hanno un significato odierno assoluto.

È ancora più incredibile notare come già nel 1600 Musashi concentrasse tutta la sua analisi su aspetti di enorme attualità: sinergia tra corpo e mente, correlazione tra preparazione fisica e mentale, il fatto che la preparazione o una vittoria sia una conquista personale e non un diritto da pretendere, e che prima si debba cercare un approccio mentale e strategico valido, e solo dopo vengono i dettegli operativi. Una lezione che nel terzo millennio moltissimi sportivi e manager devono ancora imparare.

Quando si dedicano assiduamente tutte le proprie energie all’Hejò e si cerca con costanza la verità è possibile battere chiunque e ovviamente raggiungere la supremazia, sia perché si ha il pieno controllo del proprio corpo, grazie all’esercizio fisico, e sia perché si è padroni della mente, per merito della disciplina spirituale. Chi ha raggiunto questo livello di preparazione non può essere sconfitto.

Dobbiamo oggi riflettere sul significato profondo che queste parole assumono: dedizione, ricerca della verità, pulizia spirituale, sono il vero messaggio di fondo. La ricerca della supremazia e della vittoria appartengono ad una realtà medioevale, vengono dall’essere nati in un certo momento storico dove questo significava vivere o morire. Se, in una mattina del 1600, qualcuno si fosse presentato a noi con una spada per ucciderci, sarebbero state drammaticamente importanti anche per noi.

Oggi i nemici veri non portano spade ma, là fuori, si aggirano ringhiando.

Si chiamano miseria, ignoranza, ipocrisia, prepotenza, arroganza, dolore esistenziale, fame, violenza, bambini che soffrono, nepotismi, corruzione, sistemi clientelari – e soprattutto- fonte di ogni male, l’incomunicabilità.

I nemici possono essere anche dentro: presunzione, chiusura mentale, perdita di senso, perdita di stima in sè, perdita di valori, perdita di orizzonti, chiusura verso nuovi concetti, auto-castrazione, smettere di sognare o credere in qualcosa, chiusura della propria prospettiva temporale in orizzonti sempre più brevi e limitati, vivere solo per se stessi.

Contro questi nemici gli insegnamenti di Musashi, e lo spirito guerriero che li anima, hanno ancora enorme senso e validità.  Respirare ogni giorno a pieni polmoni uno spirito guerriero per fini positivi è un abito mentale. Alzarsi con questo spirito, andare a dormire con questo spirito, risvegliare gli archetipi guerrieri e direzionarli per costruire, è una sfida nuova, entusiasmante, che fa onore al dono di esistere.


Miyamoto Musashi, 1584-1645, giapponese, considerato nelle arti marziali come il più grande Samurai vissuto in ogni tempo. Ebbe il primo duello mortale a 13 anni, e vinse. Vagò per il Giappone come Ronin (guerriero errante) per anni, battendosi per sessanta volte ottenendo sempre la vittoria, lottando anche contro più avversari contemporaneamente o superando imboscate e duelli con decine di avversari. A 50 anni si ritirò per dedicarsi allo studio, alla letteratura e ad altre discipline artistiche risultando un maestro in molte di esse. Nel­la pittura, nella calligrafia, le sue opere oggi fanno parte del patrimonio artistico giap­po­nese. A 60 anni si ritirò in una grotta per scrivere il suo Manuale. In Giappone oggi è leggenda.

Musashi, Myamoto (1644), Il libro dei cinque anelli (Gorin No Sho), edizione italiana Mediterranee, Roma, 1985, ristampa 2005, p. 61.

Ivi, p. 62.

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Copyright, dal Volume:

“Il Potenziale Umano”

Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance