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© Articolo estratto con il permesso dell’autore, Dott. Daniele Trevisani dal libro “Ascolto Attivo ed Empatia. I segreti di una comunicazione efficace. Milano, Franco Angeli

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L’articolo di oggi ruota attorno alle capacità e consapevolezze che tutti dovrebbero possedere per imparare ad ascoltare e vivere meglio. Per poter padroneggiare queste abilità è però necessario dedicarsi dei momenti di rigenerazione, che permettano di ricaricare le batterie e migliorare quindi il livello di attenzione.

Chi vuole praticare un ascolto attivo deve assolutamente imparare a padroneggiare le proprie energie e le proprie risorse, in particolare la propria risorsa più limitata: l’attenzione. 

L’attenzione è un bene rarissimo.  

In un’ora di ascolto, solo pochi minuti sono veramente dedicati ad una profonda connessione neurale. Larga parte del tempo dell’ascolto, infatti, è purtroppo in balia di forze superiori, come i processi interni all’individuo stesso (pensiero, digestione, respirazione, caldo, freddo, fame, sete, bisogno di andare in bagno, bisogno di muoversi), che crescono con il crescere del tempo. Le conversazioni sono dense di emozioni, di espressioni degli stati del corpo (es. stare bene o stare male) e di tutto ciò che frulla per la testa, sia di chi parla, che di chi ascolta. 

L’economia cognitiva si occupa di portare un po’ di ordine nelle conversazioni, e di sfruttare in modo efficiente le risorse mentali. Una riunione pone problemi elevati di utilizzo delle risorse, poiché esse vanno divise ed “assorbite” sia dal dibattito sui contenuti, che dalla difficoltà comunicativa generata dalla differenza di valori e posizioni. 

I problemi di economia cognitiva diventano quindi ancora più pressanti rispetto alle riunioni aziendali comuni, in cui si fa finta che le persone non abbiano un corpo, e la loro attenzione abbia durata infinita. Per questo, si arriva ad abusare delle capacità attentive, e le conversazioni si fanno sempre più improduttive. 

Possiamo quindi indicare che l’utilizzo del tempo comunicativo e delle risorse mentali diventa una meta-competenza dell’ascoltatore e del professionista. Tra le sue doti si collocano quindi le prioritization skills, le capacità di fissare le priorità.

La sfida dell’ascolto è saperlo usare come risorsa scarsa. Saper rispondere alla domanda fondamentale: di cosa è bene parlareCome gestire il tempo scarso e limitato? Come sollevare le curve di attenzione quando tendono a cadere? 

Ogni conversazione ha un costo elevato.  Proviamo semplicemente a calcolare il costo, all’interno di un’azienda, dell’orario di molti dirigenti che impiegano una mattinata, arrivando in aereo da paesi diversi, oppure pensiamo al costo delle sale e dei materiali, o a quello di preparazione, ecc… 

In famiglia, immaginiamo quanto siano rari e quindi preziosi quei minuti in cui si può parlare dopo aver dedicato tempo al lavoro e agli impegni. 

Le conversazioni quotidiane non sembrano costare, per il semplice fatto che nel nostro tempo libero non veniamo pagati. Ma se consideriamo il fatto che il nostro tempo sulla Terra è limitato, allora faremmo bene a spenderlo il più possibile per renderlo piacevole.

L’attenzione è portare il nostro focus sulle parole, sui significati, sui gesti, sugli sguardi, sulle posture, sul rapporto delle persone con gli oggetti circostanti (es. come li usano), ecc… . L’attenzione è un’arte, e forse è per questo che è così rara e preziosa. 

Ogni gruppo che si riunisce per raggiungere uno scopo può o meno darsi una strategia per ottimizzare le risorse messe in campo durante l’incontro

Le prioritization skills prevedono che il comunicatore si impegni attivamente per definire quali priorità trattare, agendo quindi anche sul formato di un incontro, impostando i termini di base da trattare. Questo significa anche fare scelte molto concrete: di cosa parlare e come parlarne.

Altre priorità riguardano la fissazione di un clima conversazionale positivo: senza il clima adeguato ogni discussione sui contenuti diviene più difficile. Per questo è necessario capire che esiste una precisa relazione tra climi emotivi e stili comunicativi.  

Alcuni stili comunicativi, come il darsi delle arie, o lo svilimento altrui, sono deleteri al raggiungimento di un risultato. Essi risultano diseconomici e disfunzionali, e vanno colti negli altri ed evitati per se stessi. 

Il tema dell’economia della comunicazione richiede quindi: 

  1. capacità di riconoscere le risorse attentive (limitate) disponibili per la conversazione (consapevolezza delle risorse); 
  2. capacità di capire i confini di tempo disponibili (consapevolezza dei tempi); 
  3. capacità di muoversi entro tali confini decidendo i contenuti più appropriati e riconoscendo quelli dispersivi (consapevolezza dei contenuti strategici); 
  4. capacità di gestire le fasi e tempi degli incontri (consapevolezza delle sequenze di interazione) 
  5. capacità di agire sugli stili comunicativi adeguati alle diverse fasi, e sugli atteggiamenti sottostanti gli stili di relazione (consapevolezza contestuale degli stili comunicativi). 

Per concludere, la qualità dell’ascolto dipende: 

  • dalla capacità di centrare i contenuti della conversazione; 
  • dalla capacità di gestire le proprie risorse attentive (ricarica e gestione delle energie personali) e cogliere gli stati altrui; 
  • dalla consapevolezza dei limiti di tempo per la conversazione; 
  • dalla capacità di segmentare i tempi conversazionali, distinguendo le fasi e i relativi obiettivi specifici, in particolare separando il tempo dell’ascolto (empatia) e il tempo propositivo dell’affermare; 
  • dalla capacità di modulare i propri stili di comunicazione, rompendo la rigidità comunicativa, sapendo adattare gli stili alle diverse fasi, ad esempio: amicale nelle fasi di warming up e small talk (chiacchiere introduttive), psicanalitico nelle fasi empatiche, assertivo nelle fasi propositive, ecc.
"Ascolto Attivo ed Empatia" di Daniele Trevisani

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Come si può dedurre in maniera limpida dal titolo, l’articolo di oggi sarà un’introduzione agli stati conversazionali, la cui attenta gestione mostra il grado di leadership conversazionale all’interno di uno scambio comunicativo tra due o più interlocutori.

L’Analisi della Conversazione è una vera e propria disciplina scientifica. Nota nel mondo anglosassone delle scienze della Comunicazione come Conversation Analysis (CA), si occupa proprio di esaminare questo fenomeno così quotidiano eppure così complicato.  

Ne abbiamo già parlato, tuttavia servono approfondimenti perché l’ascolto, senza un’analisi del meccanismo in cui è inserito (la conversazione) sarebbe ben poco affrontabile. 

Noteremo subito che l’ascolto è un momento speciale della conversazione, è l’interruzione di un noioso ping-pong dove uno cerca di parlare sull’altro o avere sempre l’ultima parola. È in altre parole, un disintossicante delle conversazioni

L’analisi della Conversazione ci invita innanzitutto a riconoscere il formato di conversazione in corso, il tipo di conversazione che sta accadendo all’interno di un gruppo o tra due persone, attraverso un’attenta lettura dei segnali verbali, paralinguistici e non verbali che scorrono tra le persone. 

Con un adeguato addestramento ed elevata sensibilità naturale, è possibile cogliere in poche battute quali siano gli “stati conversazionali” che predominano in una comunicazione. 

Per “stati conversazionali” intendiamo qui una sequenza di mosse comunicative riconducibile a dei prototipi, ad esempio: 

  1. la confessione, 
  2. la seduzione, 
  3. le stilettate reciproche (conflitto strisciante), 
  4. la “conversazione da spogliatoio”, 
  5. l’autocelebrazione, 
  6. la ricerca di aiuto, 
  7. l’auto vittimizzazione, 
  8. l’offerta di aiuto, 
  9. l’accusa, 
  10. l’analisi scientifica di un problema, 
  11. “proviamo a capire”, 
  12. lo “sparlare degli assenti”, 
  13. lo sfogo, 
  14. il “parlar di guai”, 
  15. il “sogno ad occhi aperti”, 
  16. il litigio, 
  17. l’interrogatorio, 
  18. il giocare assieme, 
  19. il “fare le fusa”, 
  20. il “parlare tra simili”. 

Le conversazioni si spostano continuamente da uno stato all’altro, e possiamo avere conversazioni che partono in termini di “confessione” per poi spostarsi in seduzione, scivolare in autocelebrazione, e poi ancora in accusa. 

Altri formati conversazionali, quali l’analisi scientifica di un problema, o il “parlare tra simili” (es.: confrontarsi tra “padri di famiglia”) possono far emergere differenze culturali, ma con meno margini di errore. 

Ogni conversazione (negoziale e non) procede comunque lungo un format finché un altro e diverso format non prende piede.  

Quando il format cambia, abbiamo un “Cambio di Footing”, un cambio di passo nella conversazione. Può andare verso un’accelerazione, dove i climi e gli scambi si fanno più serrati e rapidi, o verso un rilassamento dove si nota più spaziosità tra i turni di conversazione, più ascolto empatico, più disponibilità e meno fretta. 

Il ruolo della leadership conversazionale è esattamente quello di spostare i format e dirigerli ove sia più produttivo. 

Ciò che risulta utile, per l’ascolto, è la capacità di capire come la conversazione sta evolvendo lungo il tracciato, e l’abilità di spostare le linee entro spazi comunicativi il più possibile produttivi. 

Per concludere, possiamo dire che questi formati conversazionali possono essere considerati come il sale e il sapore della conversazione stessa. 

"Ascolto Attivo ed Empatia" di Daniele Trevisani

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Restando sempre all’interno dell’area tematica dell’ascolto attivo, introduciamo le domande potenti, che possono essere utilizzate per analizzare interiormente l’interlocutore, oltre che noi stessi, e per capire la sua rete relazionale.

Mentre ascoltiamo sappiamo che ogni parola o frase non esiste da sola, ma si inserisce in reti e nodi mentali preesistenti, che vengono toccati (sollecitati) dalla comunicazione. 

  1. Ogni messaggio che tocca un nodo di una rete di significati stimola i significati vicini ad essa
  2. I messaggi che attraversano le reti cognitive e i sistemi di credenze dell’individuo possono modificare la struttura della rete stessa

Le domande potenti, quelle che scavano nel profondo, possono cambiare la mente. Non solo possono dare luce ai mondi interiori delle persone, ma possono cambiarle agendo sull’incremento della consapevolezza del cliente. È sufficiente avere il permesso di farle, o la richiesta, come avviene nelle sessioni di psicoterapia. 

Alcune domande potenti sono qui portate ad esempio, ma vanno usate con intelligenza, con il permesso di farlo e con pratica professionale: 

  1. Da quanto tempo non ti senti felice? 
  2. Che atmosfera si vive a casa tua? 
  3. Cosa credi sia possibile e cosa credi che sia impossibile nella tua vita? 
  4. Che fase è questa, nella tua vita? 
  5. Con cosa non hai ancora fatto i conti nella tua vita? 
  6. Cosa dà senso alla vita per te? 
  7. Tra quanto tempo vorresti sentirti felice? 
  8. Qual è la cosa peggiore che nella tua vita non deve capitare? 
  9. Quali sono stati i momenti peggiori della tua vita?  
  10. Perché siamo arrivati li? 
  11. Da quanto tempo non ti senti spensierato? 
  12. Con chi ti senti bene? 
  13. Quando ti senti bene? 
  14. Quali sono le persone che ti danno energia e quelle che te ne tolgono? 
  15. Ti senti capace nel programmare il tuo futuro?  
  16. In genere programmi qualcosa nella giornata, settimana, mese, anno, più anni, mai? 
  17. Qual è l’offesa più mortale che potrebbero farti? 
  18. Cosa rappresenta per te un rifugio esistenziale, quel posto dove vai a curare te stesso? 
  19. Cosa vorresti fare nella vita prima di morire, cosa non vuoi dire di non aver provato, o fatto? 
  20. Come ti senti in presenza di X? (dove X è una persona significativa) 

Alcune di queste domande possono essere compiute con tecniche speciali di training mentale, ad occhi chiusi, da distesi, ma questo richiede un tipo di formazione speciale, in quanto la profondità nella lettura di sé stessi, in quella condizione, aumenta, e aumentano anche le risposte emotive, incluse emozioni che portano al pianto, alla rabbia, alla sofferenza, alla gioia. 

Per saper gestire queste reazioni occorre un training speciale, come minimo una scuola di counseling o di coaching avanzato. 

Far uscire queste risposte e le emozioni che le accompagnano fa bene, poiché rompe la “Spirale del Silenzio”, che come un morbo attanaglia persone, aziende e organizzazioni, sino ad intere società. 

Il network cognitivo è l’insieme dei concetti, idee e pensieri che portiamo con noi. 

Dietro ad ogni decisione ci sono “suggeritori occulti”, persone la cui reazione viene immaginata e anticipata, per capire se un sì o un no possono urtare gli equilibri relazionali e mentali esistenti. Es. Cosa avrebbe detto mio padre di fronte a questa scelta? (o qualsiasi altro referente mentale attivo nella mente della persona). 

Un ascolto attivo e avanzato cerca quindi di capire quale sia il network umano che sta dietro alla persona, le persone che la influenzano, il quale può emergere sempre attraverso l’uso di domande potenti come:

  • Secondo lei chi dovremmo coinvolgere in questa decisione?
  • Chi può essere dispiaciuto o rallegrarsi di questa decisione o scelta?
  • Di chi ti piacerebbe avere l’approvazione se fosse possibile averla?
  • In caso di bisogno economico, su chi pensi potresti contare per un aiuto? 
  • In una situazione di bisogno materiale, ad esempio rimanere a piedi con l’auto, chi chiameresti per avere un primo aiuto? 
  • Chi sono le persone che vedi di più
  • Di chi ti fidi in questa fase della tua vita? 
  • Chi ha deluso le tue aspettative? 
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Nell’articolo di oggi parleremo delle “Means-End Chains“, o “catene mezzi-fini“, strategia che ha l’intento di scavare a fondo nel sistema di credenze dell’interlocutore per poter comprendere le motivazioni che si nascondono dietro alle parole, ai comportamenti e agli atteggiamenti.

Le convinzioni sono il motore del comportamento. Le convinzioni, o credenze, possono essere utili (es, se mangio frutta e verdura mi farà bene) o letali (es, vado forte in auto tanto a me non succederà niente). 

Ascoltare le credenze significa setacciare l’ascolto andando alla ricerca delle convinzioni (beliefs, credenze radicate o periferiche) di cui la persona è portatrice. Le credenze sono in parte consce, ma in larga parte inconsce e non espresse, non verbalizzate. 

Come un vento vorticoso, le credenze attorniano le persone e non gli offrono spazio per guardare oltre. Se guardo una persona sollevare un attrezzo (un peso), penso che non abbia altro da fare che farsi del male, o cerco di comprendere e capire perché lo fa. Molto probabilmente quel gesto meccanico, nella sua visione delle cose, ha il fine di stimolare il muscolo, bruciare grassi, ottenere migliore forma fisica e quindi piacere di più, fino ad auto-accettarsi di più. Benvenuti, siamo in una palestra. Adesso quel gesto fisico assume un senso, o almeno una parte del senso totale. Difficilmente, però, se chiediamo a questa persona cosa stia facendo, dirà: “voglio essere più seduttivo e auto-realizzato”. Molto più probabilmente risponderà: “sto facendo palestra, per stare in forma”. Possiamo quindi dire che dietro ad ogni parola (mezzo), o azione che osserviamo, esiste un fine che possiamo scoprire. La Means-End Chain (catena mezzi-finalità) è il meccanismo basilare attraverso il quale si crea un valore. 

Vediamo un’analisi svolta relativamente al prodotto “yoghurt magro”. 

La catena esposta nella figura vede presenti diverse “promesse” (sulla destra), che il cliente percepisce, associate ad altrettanti “stati” del prodotto (sulla sinistra), sino al punto in cui si trasformano in valori. 

Notiamo: 

  1. un attributo concreto (concrete attribute: bassa percentuale di grasso); 
  1. un attributo più intangibile e derivato, ad esso collegato (abstract attribute: meno calorie); 
  1. delle conseguenze funzionali (functional consequences: un dimagrimento); 
  1. conseguenze psicosociali (psychological consequences: superiore accettazione sociale); 
  1. valori strumentali (instrumental value: maggiore fiducia in se stessi – aumento della self confidence o fiducia in sè); 
  1. I valori terminali e più profondi dell’individuo (terminal values): l’incremento del grado di autostima (self-esteem). 

L’analisi delle Means-End Chains ci illumina su un punto critico: ascoltare le parole, di per sé non significa nulla, finché esse rimangono scollegate da sfere semantiche (aree di significato) ed emozioni che vi stanno dietro.  

Servono almeno 5 “Perché?” per arrivare ad un valore terminale. E spesso di più. 

Le catene mezzi-fini sono anche fondamentali per fare domande in profondità, in un approccio di ascolto attivo. 

Il basso contenuto di grasso di uno yoghurt non è positivo o negativo, può essere entrambe le cose: per un muratore cui servono le energie necessarie ad affrontare un lavoro faticoso, il basso potere calorico è assolutamente negativo, mentre per una modella farcita di immagini mentali di magrezza, ossessionata a mantenere la linea, rappresenta un elemento positivo. La catena sopra esposta può essere una delle diverse catene in azione che creano valore semantico del prodotto, ma soprattutto, è soggettiva. Possiamo anche sbagliare nel comprenderla, soprattutto quando cerchiamo di completarne i nodi con le nostre personali credenze. 

Saper ascoltare in profondità significa arrivare a capire il perché le persone fanno ciò che fanno, e quindi arrivare a capire le loro catene mezzi-fini. Finché non capiamo le catene mezzi-fini attive, non riusciremo mai a guidare una persona in un cambiamento, perché siamo come barche che cercano un’isola circondate da una coltre di nebbia. Ascoltare le catene mezzi-fini significa invece fare luce sui motivi dei comportamenti. Questa tecnica è anche fondamentale per “coltivare motivazione” all’interno di sessioni di coaching, e scatenare la motivazione verso obiettivi positivi. Perché le domande, quando sono attive e in profondità, non sono mai neutre verso il destino. Le domande cambiano le persone. 

"Ascolto Attivo ed Empatia" di Daniele Trevisani

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Oggi ci concentreremo sui 3 errori più comuni che di solito vengono fatti durante la fase di ascolto.

Vista la complessità e varietà di casi e situazioni, è normale aspettarsi che quando facciamo una domanda o ascoltiamo, la mente sia aperta a qualsiasi informazione entri. In realtà possono succedere i seguenti errori prevalenti.

Ascoltare solo per avere conferma di avere ragione. Questioni di dissonanza cognitiva in noi e nel cliente

Questo tipo di ascolto è denominato “ascolto confermativo”, poiché l’obiettivo è solo quello di cercare la conferma di avere ragione, di essere nel giusto. 

Questo ascolto fa scartare molte delle informazioni in ingresso, e soprattutto non fa cogliere quei segnali dubitativi che le persone lanciano tramite micro espressioni, gesti corporei e segnali dei muscoli facciali che possono comunicare disapprovazione, disgusto, o sorpresa. 

È confermato che le persone evitino accuratamente di esporsi a fonti informative che possano disturbare i propri equilibri cognitivi, e portare dissonanza cognitiva.  

La dissonanza cognitiva è un concetto introdotto da Leon Festinger e usato prevalentemente in psicologia sociale per descrivere la situazione di elaborazione mentale in cui credenze, nozioni e opinioni su un certo tema entrano in contrasto tra loro. 

Certe volte preferiamo letteralmente non venire a conoscenza di qualcosa che andrebbe ad alterare ciò che pensiamo sia vero e giusto. 

Ascoltare le persone e le loro dissonanze cognitive è un esercizio fondamentale. 

Naturalmente, lo stesso vale per noi. Quando scopriamo una dissonanza cognitiva in noi, faremo bene ad esaminarla con un supporto professionale di coaching, counseling o terapia, perché “tenersi dentro” delle dissonanze è “tenersi dentro” confusione mentale, e anche dolore. 

Ascoltare utilizzando solo il proprio filtro di opinioni e valori senza accettare che ve ne possano essere altri  

Ascoltare con pregiudizio è un passo di partenza sbagliato. Io chiamo questo tipo di ascolto “ascolto filtrato” ed è normale che accada: quando sentiamo una notizia, la valutiamo in base ai nostri filtri valoriali.  

Quello che è sbagliato, nell’ascolto attivo, è pensare che la persona che stiamo ascoltando abbia esattamente i nostri filtri valoriali, e le stesse nostre mappe mentali, dando per scontate le sue risposte, e adombrandoci quando non assomigliano per niente a quelle che avremmo dato noi. L’ascolto attivo deve essere neutro. 

Nel flusso di comunicazione che stiamo ascoltando, inevitabilmente qualcosa che la persona dirà va contro alcune delle nostre opinioni, persino contro alcuni dei nostri valori, o addirittura è contrario a qualcuno dei nostri principi più solidi.  

Appena questo “contrasto” emerge, rischiamo di irrigidirci e smettere di ascoltare. È fondamentale invece per un ascoltatore avanzato, saper “sospendere il giudizio”, ascoltando tutto il flusso comunicativo.

Ascolto in Cloud 

Partecipare all’ascolto significa sospendere la nostra ruminazione mentale e praticare la presenza mentale, portare la nostra mente “li”, nell’ascolto. Significa ascoltare e basta, spegnendo ogni altro pensiero. 

L’ascolto nella nuvola mentale o ascolto “in Cloud” è invece un ascolto che si pratica mentre la mente si perde in altri pensieri e si deconcentra.  

Consiste in sostanza nel lasciare che l’ascolto rimbombi nella propria testa. È normale che mentre ascoltiamo si aprano pensieri, ricordi, riflessioni. Altrettanto normale è che si creino riverberi interni su quanto ascoltiamo, e altri pensieri.  

Tutti questi pensieri possono formare una “nube” che arriva ad assorbire completamente la nostra attenzione. In questo modo la nostra attenzione diventa auto-centrata, cioè diretta solamente verso noi stessi, perciò, anche se l’altro “emette” parole, queste non entrano realmente nella nostra mente, diventando puro rumore di fondo.  

Questo “ascolto in cloud” o ascolto nella nuvola, può e deve essere spezzato: 

  • da momenti di breve riformulazione (quindi eri a Roma, giusto?);  
  • da domande (in che zona di Roma?);  
  • da momenti di ricapitolazione (Se ho capito bene la storia è andata così…);  
  • da gesti non verbali del capo (come, per esempio, cenni che facciano intendere all’interlocutore che abbiamo capito);
  • da brevi punteggiature para verbali (es, ah, uhm, ok).

Fondamentale è l’assenza di rumori di fondo, di distrattori come televisione, telefoni, chat, e altri elementi di disturbo. È anche possibile dire apertamente “mi sto perdendo, hai parlato di Davide, e poi?” 

Possiamo dire senza ombra di dubbio che la base di una comunicazione in stato di cloud sia il caos, il non capirsi, il disordine mentale, lo stato di entropia comunicativa.

Da questa base di partenza, l’ascolto attivo agisce per inserire maggiore ordine informativo, estrarre informazioni, dati, segnali, emozioni, e coordinarle per trarvi significato. Un lavoro non da poco.

"Ascolto Attivo ed Empatia" di Daniele Trevisani

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© Articolo estratto con il permesso dell’autore, Dott. Daniele Trevisani dal libro “Ascolto Attivo ed Empatia. I segreti di una comunicazione efficace. Milano, Franco Angeli

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L’articolo di oggi, così come quelli a seguire, si concentreranno sull’importanza dell’empatia e dell’ascolto attivo nella comunicazione e nelle negoziazioni. Ciò che leggerete qui di seguito è un’introduzione all’ascolto dei sistemi di credenze del nostro interlocutore. Comprendere le mappe mentali di chi ci circonda, infatti, ci permette di scegliere con cura le parole da utilizzare e apre le strade ad una comunicazione strategica ed efficace.

Le credenze o beliefs sono qualcosa che la persona possiede, e sente propria ben più di un bene materiale. 

Immaginiamo di chiedere ad una persona “cosa ne pensi dello yoghurt al naturale”? E di non sapere veramente niente di quella persona, non averla mai incontrata prima.  

Potrebbe rispondere “buono”, ma in realtà quello che evoca il concetto “yoghurt al naturale” è qualcosa di estremamente più complesso.

Quanta di questa complessità sapremo cogliere? Dipende dalla nostra abilità di ascolto. Questo esempio serve per capire che dietro alle parole si nascondono “mondi semantici”, “mondi di significati“. Lo yoghurt, è solo una scusa per capire come funziona il meccanismo.  

Le mappe mentali che si nascondono dietro alle parole sono il nostro interesse, la nostra ricerca. Le infinità di sfumature e interi universi di significato che si nascondono tra le pieghe delle parole. 

E ci interessa davvero coglierle? Dipende, a volte può non interessarci, a volte, soprattutto nel lavoro d’azienda, può essere ciò che fa la differenza tra il capire un cliente e vendere, e non capirlo e non vendere. La differenza tra fallimento e successo. 

Nell’esempio illustrato qui di seguito si evidenzia la rete semantica che si associa ad uno specifico prodotto: lo yoghurt intero, non scremato. 

Questo è letteralmente “ciò che ha in testa” quella persona, la sua “rete semantica”. Ed è questo il concetto che ci interessa, oltre lo yogurt. 

Una convinzione è un’idea su “come funzionano le cose” che viene accettata come se fosse vera o reale. 

Le reti semantiche toccate dal “prodotto tradizionale non scremato” sono ben lontane dalla valutazione puramente alimentare. Esse infatti vanno dal “ricordo dei vecchi tempi”, al senso di fiducia, dalla possibilità di avere più energia per lavorare sodo, sino al senso di felicità ed armonia interna. 

Se compariamo la mappa precedente con quella di un prodotto molto più “problematico” (yoghurt modificato geneticamente) capiamo come le mappe percettive consentano di far emergere le percezioni di prodotto e le barriere semantiche

Il prodotto geneticamente modificato si carica di paure, sfiducia, senso di immoralità. Vengono alla luce componenti valutative “organiche”, psicologiche (dissonanza tra innaturalità biologica e armonia interna) e valutazioni sociali e culturali, sino alle responsabilità per il benessere dell’umanità: a cosa contribuisco con questo acquisto? Che valori supporto?  

La scelta smette di aver a che fare unicamente con il prodotto come “cibo” ma assume una connotazione densa di valenze culturali, etiche e sociali (cosa faccio mentre acquisto, chi finanzio, che distanza di valori c’è tra me e loro). Il percorso valutativo agisce indipendentemente dal valore economico del bene, e si correla altamente al valore simbolico assunto dall’atto d’acquisto. La consapevolezza di quali siano le reti semantiche “attive” nel cliente è un tema centrale dell’ascolto delle credenze. Ascoltare le credenze e convinzioni è fondamentale anche per capire cosa motiva le persone. Sia gente comune che grandi campioni formulano credenze, che si ripetono come paradigmi di verità, e nel corso del tempo diventano la loro realtà. 

"Ascolto Attivo ed Empatia" di Daniele Trevisani

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Today’s article is about the importance – for negotiators – of having an analyst’s mind to observe, analyse and understand what happens around them, grasping all meanings behind words and gestures.

The world of sales and marketing is made up of choices. 

As Mick notes, “the macromarketing system is, to a large extent, the function of many micro marketing decisions made every day.” 

And, for every micro-decision, our mind must be prepared to carry out quick, sometimes even immediate, analyses. 

Complex selling can be considered as the function of many micro and macro behavioural and strategic skills (such as the ability to conduct a conversation, observe non-verbal details, doing scenario analysis, planning and creating projects and reports, etc.). 

The analyst’s mind does not stop at deskwork, but can be found in every contact, in every handshake, in every meeting and in every analysis. 

Nothing is overlooked. 

It also includes macro skills, such as the ability to carry out socio-economic analyses, to design complex plans, to process data, to carry out an entire scenario analysis and to set up a strategy. 

No one can expect to conclude deals or create complex projects without having, or developing, a deep analytical attitude or an “analyst’s mind“. 

An analyst always asks himself “why”. He notices signs and symptoms, develops hypotheses, looks for more information, researches, wants to understand. 

This attitude, called strategic empathy, includes different levels of understanding, a strategic attention to the client

  1. behavioural empathy (understanding all behaviours of the company/client, with whom we want to work and interact), 
  1. cognitive empathy (understanding how other people think), 
  1. emotional empathy (understanding other people’s emotional state),  
  1. relational empathy (understanding others’ relationships network). 

Let’s think about the opposite: 

  • we do not understand others’ behaviours and we cannot grasp their meaning, 
  • we do not understand the reasons of what is happening,  
  • we do not understand what role the other party is playing, 
  • we do not understand how other people think and we believe that they think exactly as we want them to think according to our logic. 

Let’s also imagine what it means to carry the burden of emotional insensitivity, the inability to grasp emotional nuances or to understand if the person we are dealing with is sad or happy.  

Let’s imagine what it means to be indifferent to how and why the person in front of us reacts to a choice – or to some aspects of the project we are developing – in a certain way, instead of another, without being able to understand what worries him/her, or what interests him/her. 

And again, let’s think about the problem of cultural gaffes that can offend a foreign executive, whose position is extremely important for the success of the deal. 

Another major issue concerns the insensitivity towards the decision-making framework, the power relationships, the power matrix, the risk of not understanding whether we are dealing with a real decision maker or with a simple emissary, an influencer, or with someone who has no power. Wasting time is not pleasant for anyone. 

the lack of an analyst’s mind can lead us to lose sight of people and corporate roles that we should involve in projects, even though we are completely neglecting them, and, even worse, to take inter-relationships for granted, for example we do not understand that there is a gravity centre (key concepts and people) in every purchase, in every decision. 

A large part of complex negotiations consists in “attracting” decision-making gravity centres, and in the ability to manage personal meetings and develop human relationships. 

In this difficult world, only knowledgeable people and people who have an “analyst’s mind” can penetrate hostile systems, identifying priorities and the “moves sequence” that can help them shift the decision-making balance in their favour. 

People who have an analyst’s mind ask the following questions:  “Why are you saying this?”, “Why are you saying this now?”, “What lies behind this question?”, “Why is Dr. X… not present at this meeting, while he was present at the other one? “,” For what reasons could they say no to us? “,” What unique products can we offer? “. Obviously, there are many other questions, but they are never stereotyped, never the same. 

For complex projects, an overview ability is needed to understand all relationship systems. 

grasping the meaning of a macro-project, understanding when it’s time to have a meeting, identifying what critical information are needed (Info-Gap) and examining negotiation’s micro-details are all part of the overview skills. 

Micro-analysis skills are equally essential (e.g. understanding how a phone call, a meeting, a handshake, a glance or a gesture is managed). After that, we can focus again on macro-details and, when needed, rethink an entire strategy. 

In other words, business successes depend not only on great strategies, but also on the ability to achieve results in every single sale and become proficient in every single conversation that is part of the sales line. 

The sales action line, as well as the action line of negotiations, require specific sensitivity: we must be sensitive to “holistic” communication, where every action, behaviour, or non-action has a meaning. 

We must develop and improve this sensitivity through daily practice, contact after contact, negotiations after negotiations, meeting after meeting, phone call after phone call, etc. 

This ability is useful in any situation and can help us understand the place where we must park near the client company, if we must open the door to someone or not, if we must offer a coffee or a gift, etc. 

Strategic sales and complex negotiation professionals have a way of working that is also a way of being. 

Corporate titans and small businesses must continuously face “moments of truth” in their Business-to-Business negotiations with distributors, suppliers, sales networks, corporate buyers, such as face-to-face meetings, discussions, emails, presentations, answers to questions, etc. 

For each of them taking care of their relationship skills and of their personal skills of analysis and communication is essential and can help them develop large projects and important sales. 

"Strategic Selling" by Daniele Trevisani

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Today, I would like to talk about the increasing importance of face-to face communication and the supremacy of the human factor in negotiations, that force us to analyse our interlocutor’s mental framework and to create helping and winning relationships with our clients.

The mental approach of professional communicators and negotiators is completely focused on the objectives that must be achieved through the evaluation of the interlocutors’ mental framework

Nobody can talk to a wall. Professional communicators, salespeople and negotiators talk “with” someone, they have to deal or negotiate “with” someone. They must understand how the other person thinks. 

As an expert in Senior Sales Coaching, Antonio Greci, argues: 

  1. Strategic Selling is a way of being. 
  2. Strategic Selling is not a procedure. 
  3. Strategic Selling professionals can be recognized by the fact that they listen deeply. 
  4. The main talent of those who practice Strategic Selling is to be naturally empathetic. 

The presence of “other people” therefore forces us to become analysts and to understand: 

  1. if we are dealing with a person or company who has a strong propensity to plan or not;
  2. if our interlocutor is looking for a quick and immediate remedy, moved by urgencies, or if he/she is in no hurry; 
  3. if we are dealing with materialistic or narrow-minded people or with deeply humane people; 
  4. if we are working with someone looking for a pure personal advantage or with someone who’s looking for his/her company advantage, or a mix of both;
  5. which benefits our counterpart seeks for himself/herself and which benefits he/she seeks for his/her company. 

It is equally essential to understand if there is only the possibility to sell a single product or if – on the contrary – we will be able to create the conditions to become a continuous and trusted supplier, the multi-year partner of a customer with whom we are going to create long-term projects. 

Some clients act instinctively, even irrationally, other clients think with cold logic. 

Concerning all these variables, we cannot take the buyer’s psychology for granted. Each buyer possesses a psychological profile to frame. 

In fact, we can deal with non-planning-oriented people, whose time perspective is limited to the day after, or with long-term oriented people, who work not only for themselves, but also for those who will follow them in the company and in life. 

The former do not ask themselves what the long-term consequences of their choices will be. The latter do. 

Negotiation can be considered as a meeting with human variety. 

We need to get into the right mindset to deal with any kind of mentality, to meet any kind of attitude, culture and values. Otherwise, we would be able to negotiate only with a certain type of customers and not with others. This concept of “communicational stretching” helps us being effective with different types of customers. Here lies the flexibility of professional communicators and negotiators. 

A gear manufacturer who wants to sell products to a machine manufacturer certainly cannot think of resorting to television advertising in prime time, “aiming” at 10 million viewers, hoping to find among them 3 or 4 important decision makers, like purchasing managers and executives of that company.  

Every business can take two main paths:   

  1. advertising communications, which is often expensive, conformed and based on enormous budgets. It is the result of a mirage made of useless senseless sparkles; and   
  1. – especially in Business to Business – the choice to train as professionals in the field of interpersonal negotiations and human meetings, made of real people.  

For most companies and organizations, it makes no sense to invest in a large-scale advertising. We need to learn how to get the attention of decision makers. A more focused approach is needed.  

Advertising is not useless, it is a tool used in very specific cases, but it should not be confused with communication in a broad sense. They are two legs with which companies run: the leg of advertising is often beautiful and massaged, while the leg of human communication and negotiation is usually amputated.  

We are surrounded and pestered by advertisements, by messaging technologies, to the point of nausea. We have been filled with lies and empty promises, and we do not trust anything and anyone anymore, but we have good reason to be tired.  

For this reason, the importance of the human factor and the human encounter started growing again: looking into each other’s eyes, wanting to understand who we are dealing with, has become essential to build projects that really matter. 

The business of the future is the result of projects that companies carry out together with other companies, through people in flesh and blood. This is the return of human supremacy. 

Working in partnership with customers is a challenge. It means building tailor-made projects for customers from the beginning, having the ability to offer uniqueness, specific advice, quality and, above all, “added relational value” that makes the difference between us and others. 

The world of face-to-face business human meetings is more “real” than advertising and much more frequent for small, medium and large companies. Since it is a daily occurrence, it is essential for companies to train on this topic. 

The fate of projects destined to change entire companies and the future of their staff and families is decided by the skills of a few people in a few hours of negotiation. 

There, on the “stage” of sales and negotiations, the fate of companies is at stake, but, whatever happens, we want to remain on this “stage”.  

"Strategic Selling" by Daniele Trevisani

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© Article translated from the book “Strategic Selling: Psicologia e Comunicazione per la Vendita Consulenziale e le Negoziazioni Complesse” (Strategic Selling: Psychology and Communication for Consulting Sales and Complex Negotiations) copyright Dr. Daniele Trevisani Intercultural Negotiation Training and Coaching, published with the author’s permission. The Book’s rights are on sale and are available. If you are interested in publishing the book in English, or any other language, or seek Intercultural Negotiation Training, Coaching, Mentoring and Consulting, please feel free to contact the Website on Intercultural Negotiation

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In the following article I would like to introduce the concept of the “Get-Ready Mindset”, explaining the importance of an adequate preparation both on self-analysis and on the analysis of other people’s way of thinking and behaviours.

It is not easy explaining in a few words what the Get-Ready Mindset is, but I will try to do so by using a metaphor: it is the preparation work that boxers, karateka, or kickboxers do before facing an important match. 

This preparation consists of studying the opponent’s moves, analysing the videos of his/her fights and any possible material concerning him/her, such as what fighting styles he/she may know, his/her masters, his/her preferences, his/her previous defeats , who defeated him/her and how, what are his/her winning strokes, with whom he/she trains, etc.. It includes studying his/her resume, his/her history and the way he/she moves, searching for his/her strengths and weaknesses. 

After having analysed the “other”, it’s time to analyse ourselves:  

  • what are my strengths?  
  • What can I do to improve myself?  
  • Is improving a certain aspect of myself useful or useless?  
  • On what specific development should I focus for that meeting? And how do I convert all this into a training plan? 

We then proceed with building specific combat strategies and techniques. We create a road map, test the progresses made and the state of preparation on the ring with sparring partners. 

This training is related both to fundamental skills (strength, endurance, speed) and to specific techniques. No detail must be overlooked. 

This preparation combines strategy with hard daily gym training, made up of sweat and fatigue, so as to automate the techniques that are going to be used in the match. The best schools do not disregard athletes’ mental training, but they work on focusing and relaxation techniques and on the search for the most profitable mental state, which keeps away the “background mental noises” allowing athletes to be at their best. 

In fact, in every meeting, as I have been able to highlight in the intercultural negotiation field, it is important to know how to keep the background mental noises out of the arena, the retro-thoughts that can weaken us, making us lose tactical clarity of mind and situational awareness (Mental Noise Theory). 

In companies, as well as in sports, one must not rely on destiny or on the hope of being lucky, but on preparation, because that is the only way to strengthen ourselves, to rise to the challenge and to be able to face it. 

And again, a lot of sparring, simulation and training activities must be combined with the indispensable courage that facing challenges that can be lost takes.  

Sales and negotiation in complex environments require specific trainable skills: strategic analysis and communication psychology. In other words, high-level skills. Nothing that can be stereotyped or memorized. 

Just as the fighter prepares himself/herself in the gym, the negotiator can prepare himself/herself through role-playing and simulations. Just as the fighter analyses his/her opponent, mapping his/her strengths and weaknesses, companies can do the same to be ready for strategic meetings. 

We will explore each of these topics in detail. Effective preparation for strategic sales and complex negotiations concerns some very important points: 

  1. The inner will to adopt a consultative approach, with all its consequences: consultancy behaviours, an analytic attitude and a strong psychological and communicational training that can support one’s methods and actions; 
  1. the self-knowledge:  the knowledge of one’s strengths and weaknesses, combined with the full awareness of the value mix that a person, or a company, can create for customers or stakeholders, with whom they must deal; 
  1. the knowledge of others”: their vulnerabilities, their decision-making mechanisms, their balances and imbalances, their dissonances, the problems that can create a state of need or necessity in them, the drives and tensions capable of triggering them to purchase, while bringing us to the positive closing of a negotiation; 
  1. the spaces, options and ways of relating that lead to success, the traps that can cause our failure, the pitfalls, the lines of action and the sense of the “journey”, that must be undertaken to reach the goal by building the right path, step by step. 

"Strategic Selling" by Daniele Trevisani

© Article translated from the book “Strategic Selling: Psicologia e Comunicazione per la Vendita Consulenziale e le Negoziazioni Complesse” (Strategic Selling: Psychology and Communication for Consulting Sales and Complex Negotiations) copyright Dr. Daniele Trevisani Intercultural Negotiation Training and Coaching, published with the author’s permission. The Book’s rights are on sale and are available. If you are interested in publishing the book in English, or any other language, or seek Intercultural Negotiation Training, Coaching, Mentoring and Consulting, please feel free to contact the Website on Intercultural Negotiation

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Article written by Ginevra Bighini, www.interculturalnegotiation.wordpress.com; mentoring by Dr. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.com

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Today’s article will focus on intercultural leadership. Starting from the definition of the term, we will then proceed with listing and describing the problems that may arise in an intercultural team and the skills that every leader must possess if he/she wants to work in a cross-cultural environment.

First of all, I would like to use the definition from the website 3blmedia.com to explain the differences between cross-cultural leadership, multicultural leadership and intercultural leadership:

“Cross-cultural, multicultural, intercultural…these terms are often used interchangeably yet have finely nuanced distinctions. For a leader, the cross-cultural context means literally crossing cultures to do business, provide service, or vacation in another culture. Multicultural refers to multiple cultures existing in a geographic place or organization, each separate and distinct. Intercultural refers to the act of understanding the values and beliefs of a culture and being able to communicate and collaborate with people across multiple cultures. Interculturalism has as its goal innovation, inclusion, and friendship. Intercultural ism implies interaction.”  (1)

 let’s now continue with Wikipedia’s explanation of intercultural leadership:

Intercultural leadership has been developed to understand leaders who work in the newly globalized market. Today’s international organizations require leaders who can adjust to different environments quickly and work with partners and employees of other cultures”. (2)

In other words, an intercultural leader must be able to:

  1. manage people from different cultures with cultural respect and an understanding attitude;
  2. achieve a common goal with his/her multicultural team.

Obviously, the problems that may arise in these cross-cultural contexts are numerous, for example:

  • intercultural differences in verbal and non-verbal communication;
  • communicative difficulties in the decision-making process, due to different cultural preferences for length of turns, pauses between turns, simultaneous talk, or discrete turns;
  • poor group cohesion;
  • etc.

Possible intercultural leadership challenges can be related to:

  • different cultural view of leaders’ behaviours: cultures accept different leadership behaviours and have different opinions about what can be considered appropriate and inappropriate.
  • Power paradox arousal: one part of the team questions the legitimacy and authority of the leader based on his leadership style.
  • Different culturally-based leadership expectations: members of multicultural team hold different culturally-based leadership expectations and prefer different leadership styles.
  • Team members’ culturally different reactions to leadership: team members from different cultures react differently towards the leader, based on the leader’s leadership style and on how a leader approaches them as team members. (3)

To overcome all this, intercultural communication skills are needed.

In fact, Intercultural management is more than just communicating, working and leading people across cultures. It is about interacting in a conscious and mindful way and it involves:

  • the readiness to recognize our own cultural conditionings and to discover how we came to believe and see things the way we do. This helps us to realize and accept that our own way to see and judge things is just one among many;
  • learning about the other person’s culture, including history, economy, political situation and all those aspects that help us understand the underlying reasons for someone’s behaviour, beyond our personal assumptions and values. This can provide a totally new perspective on a person or situation;
  • the ability to reflect on how our behaviour may be perceived, interpreted and judged by someone from a different culture, as well as the maturity to recognize how we may be unintentionally contributing to a problem (and how we can contribute to solving it);
  • the ability to adapt our behaviour in order to find a common ground with the people we work with, valuing cultural differences and co-creating new and better ways to do things. (4)

To conclude, in order to become global leaders, we cannot just learn how to manage a team or how to be charismatic, because that’s not sufficient. We are all living in a new globalized world, where everyone is forced to interact with many culturally different people, people with different opinions, values and beliefs, people that possess a different world view. All these people must work together to achieve greater results and only an intercultural leader, not a common manager, can help them do that.

Article written by Ginevra Bighini, www.interculturalnegotiation.wordpress.com; mentoring by Dr. Daniele Trevisani, www.studiotrevisani.com

__________

(1) https://www.3blmedia.com/News/Challenges-Intercultural-Leadership

(2) https://en.wikipedia.org/wiki/Cross-cultural_leadership

(3) https://edepot.wur.nl/496325

(4) https://www.cuoaspace.it/2018/02/why-developing-intercultural-management-skills-is-essential-in-todays-complex-world.html

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