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analisi della comunicazione

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Camminiamo nella vita su un sottile filo che ci connette agli altri.

Siamo gli  equilibristi della vita, che la attraversano con coraggio, oscillando tra l’incomprensione e la difficoltà nel farsi capire, da un lato, e rapporti piacevoli e arricchenti, dall’altro.

Inutile dire che una scivolata verso l’incomprensione e subito arrivano a bussare fenomeni come il litigare, il disaccordo, la mancanza di stima, il fastidio, e chi più ne ha più ne metta. Ma se solo riusciamo a spingerci un poco nel territorio della buona comunicazione, della comprensione reciproca, del “parlarsi chiaro” in modo libero, pulito e sano, allora arrivano progetti che funzionano, famiglie e matrimoni che funzionano, aziende che funzionano, squadre e team che funzionano. Insomma, funziona tutto!

La questione può essere esaminata in due modi: o da un punto di vista “casareccio”, il mondo dei suggerimenti da bar, e delle regole preconfezionate dai venditori di facilità “fai così e vedrai che sarà un successo e sarai un vincente etc. etc. etc… .”, approcci che del resto abbondano nella letteratura, oppure possiamo esaminarla attraverso qualche modello che abbia basi scientifiche e aiuti a comprendere, davvero, cosa accade nella comunicazione e nelle relazioni tra persone. Questo modello, che identifica le quattro grandi “distanze relazionali” della comunicazione umana, va su questa direzione.

E in genere, capito cosa accade, è molto più difficile scivolare nell’incomprensione e nella comunicazione caotica. Se succede, ce ne rendiamo conto rapidamente e possiamo prendere contromisure. Allo stesso tempo, quando diventiamo più consapevoli del “cosa accade qui” in una relazione umana o professionale, possiamo predisporre tutte le nostre leve nella direzione di un rapporto che funzioni, o almeno far sì che vi siano le basi giuste per avere una buona comunicazione, sana, rispettosa, aperta, onesta.

Allora torniamo su quella fune, guardiamoci dentro, vediamo la vita, là davanti, e capiamo che la nostra unica possibilità di condividere qualcosa con qualcuno è comunicare… e allora… con un forte sospiro, attraversiamola, perché ogni giornata della vita sia un laboratorio su noi stessi, sulla nostra comunicazione e relazione con gli altri, e un continuo studio di crescita personale.

Così, le cose avranno decisamente più senso, e faremo anche amicizia con quella sottile fune, che si parli di comunicazione privata o professionale.

Arriveremo, dopo qualche tempo, a non vedere l’ora di starci sopra, e a considerare ogni traversata e ogni passo, un istante di “avvicinamento”, un momento sacro, magico, un atto di pura vita.

Daniele Trevisani

Comunicazione olistica: il comunicatore viene prima della comunicazione.

Copyright dott. Daniele Trevisani https//studiotrevisani.it

Esercizio in 3 fasi. Localizzare aspetti che caratterizzano

1) la mia identità personale, il “chi sono io”

2) Tag descrittivi della mia identità, le parole o aggettivi o frasi che caratterizzano la mia identità,

3) gli “altri significativi” o ” significant others”, le persone che contano per me e alle quali voglio comunicare la mia identità

  1. Chi sono io?
  2. Quali keywords mi caratterizzano, connesse all’identità? Che keyword metterei per descrivere me stesso?
  3. Gli altri significativi percepiscono questi tag o stati della mia identità o no?
  4. Quale è il mio Target Audience? Singolo o multiplo?
  5. Verso chi voglio produrre degli effetti comunicativi, effetti derivanti dal mio mix di comunicazione olistica, di messaggi che emano?
  6. Riusciamo a creare percezione di verità, e quindi affidabilità?

Esaminiamo la questione dei “tag” o etichette. Cosa vede di noi un robot? Questo è un’esempio dei tag rilevati da un motore di ricerca rispetto a tutti i miei video youtube

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E’ una visione – parziale, riduttiva, sintetica – nella quale io tuttavia mi ritrovo. Parla di me.

Questa mappa di significati raccoglie elementi persino dell’ultimo video appena caricato, nel quale compare il tag “significato dei tatuaggi”, e che mi piaccia o meno, così mi vede il software, così mi caratterizza, e molto probabilmente, queste sono le “cose” che pensano di me le persone che non mi conoscono altro che tramite YouTube.

Che io sia percepito come una fonte autorevole (alta source credibility) o scarsamente autorevole (bassa source credibility) influenza in modo determinante il “processing” del messaggio, la sua elaborazione, la sua ricezione, e l’effetto di persuasione alto o invece basso o nullo. L’elaborazione del messaggio avviene non tanto in base al messaggio che io “penso” di avere dato ma in base alla ricezione olistica di tutti i messaggi che trasudano da me, dal mio essere, dalla mia identità, dai miei “segni distintivi”.

La “percezione di verità” è uno degli effetti che i comunicatori cercano, al di la del messaggio, il fatto di essere percepiti come persone che comunicano in modo “vero”. Queste percezioni caratterizzano il mio modo di comunicare e lo alterano

Non potendo avere una macchina del tempo per sapere chi ero veramente prima e la mia storia vera, i riceventi del messaggio vanno avidamente a caccia di dissonanze comunicative, incongruenze, segnali di stress vocale, di imbarazzo, di segni e simboli concordanti o discordanti che io come comunicatore “emano”.

La comunicazione olistica risponde a molte più domande rispetto al “cosa dico con la voce”.

Le persone con cui sono in contatto estraggono significati dagli elementi più disparati, come:

  • che musica ascolti
  • quanto è congruente il tuo genere musicale preferito con le identità che gli altri percepiscono
  • l’aspetto esteriore generale
  • il taglio dei capelli e la loro cura (sfumature, gel, accessori di capigliatura)
  • tatuaggi, loro dimensione, tipologia, simbolismi
  • tono della voce
  • stress vocale
  • abbigliamento, esempio il grado di “casual” vs “professionale”
  • l’adesione o meno al “dress code” che la situazione sociale impone (esempio, non mettere la cravatta in un colloquio formale è una forma di messaggio di “indipendenza”)
  • il corpo, muscolarità, toni muscolari, forme corporee, posture
  • cosa comunicano i “tuoi ambienti”, cosa c’è alla parete, come è l’arredamento della tua casa. La comunicazione degli ambienti, come ogni altra forma di comunicazione olistica, diventa una “emanazione del Sè”
  • l’orologio che hai, la sua tipologia (orologio da “avventura” ripieno di funzionalità, barometro, altimetro, profondimetro, bussola etc) vs orologio classico a lancette d’oro o d’acciaio
  • gli occhiali, la loro forma e marca, il fatto che siano occhiali – per forma e montatura – “tattici” o “poco vistosi” indici di “understatement
  • che film guardi, che programmi preferisci, quali social usi, come appari sui tuoi profili social se ti osserva qualcuno che non ti conosce o qualcuno che invece ti conosce
  • le “infiltrazioni mentali informative” o “infiltrazioni memetiche” che possediamo, esempio sapere una notizia che occupa la nostra ram mentale senza volerlo avere intenzionalmente appreso, sapere che “George Clooney è scivolato in modo in Sardegna ma non si è fatto male” senza mai essere andati a cercare quella notizia (ci dice che hai frequentato ambienti pubblici, come un bar)
  • la forza e convinzione con cui esprimi un messaggio
  • la tua pelle, il suo stato, i segni che ha e non ha, il grado di cura, la “parola del corpo”.
  • I “nomi” che dai alle cose o animali o oggetti, densi di significati connotativi che riverberano il tuo modo di essere e la tua personalità e la applicano agli oggetti, animali e cose che ti circondano.

La comunicazione olistica ci porta ad una consapevolezza aumentata della enorme varietà di mezzi, canali e strumenti che emettono messaggi, per essere più consapevoli di tutti gli strumenti che abbiamo e a volte non usiamo, o delle fonti da cui arriva la percezione, e dicono qualcosa di chi siamo noi.

Copyright dott. Daniele Trevisani http;//www.studiotrevisani.it

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Articoli di comunicazione d’impresa, psicologia del marketing, strategic selling

Articoli di Crescita Personale e Coaching del Potenziale Personale

la diseducazione finanziaria quotidiana

E mi chiedo se tutti i Dipartimenti di Scienze della Comunicazione, invece di analizzare il violoncello del 500, iniziassero ad accusare sul serio, a lavorare sul reale, analizzare i messaggi quotidiani che arrivano ai ragazzi nei banner, sul web, nei videogiochi, e i loro effetti sociali?

La televisione era una cattiva maestra (Pasolini e Popper) – adesso lo è diventato il web?

(fonte wikipedia, in corsivo, per la prima parte)

Pier Paolo Pasolini aveva già intuito i cambiamenti sociali e culturali prodotti dalla massificazione televisiva. Iniziò ad accorgersi che tutti i giovani di borgata avevano iniziato a vestire, comportarsi, pensare in modo analogo. Se prima di allora per Pasolini si poteva distinguere un proletario da un borghese, oppure un comunista da un fascista, già agli inizi degli anni settanta non era più possibile: la società italiana si stava già omologando a macchia d’olio.

Pasolini chiamò questi fenomeni mutazione antropologica, prendendo a prestito il termine dalla biologia. In biologia la mutazione genetica è determinata prima dalla variazione e poi dalla fissazione. Nel caso della “mutazione antropologica” la variazione delle mode e dei desideri della collettività è decisa prima nei consigli d’amministrazione delle reti televisive nazionali e poi viene fissata nelle menti dei telespettatori tramite messaggi manipolatori subliminali e pubblicità.

Alcuni pensano che il più grave problema causato dalla televisione moderna sia la violenza che essa propina ai bambini. Karl Popper in “cattiva maestra televisione”, analizzando i contenuti dei programmi e gli effetti sugli spettatori televisivi, giunge alla conclusione che il piccolo schermo sia diventato ormai un potere incontrollato, capace di immettere nella società ingenti dosi di violenza. La televisione cambia radicalmente l’ambiente e dall’ambiente così brutalmente modificato i bambini traggono i modelli da imitare. Risultato: stiamo facendo crescere tanti piccoli criminali.

Dobbiamo fermare questo meccanismo prima che sia troppo tardi perché la televisione è peggiorata. Se non si agisce essa tende inesorabilmente a peggiorare per una sua legge interna, quella degli ascolti, che Popper formulava più famigliarmente come legge dell’« aggiunta di spezie » che servono a far mangiare cibi senza sapore che altrimenti nessuno vorrebbe. La televisione raggiunge una grande quantità di bambini, più di quelli che neppure la più affascinante maestra d’asilo riesce a vedere nell’arco di una vita. Conta più dell’asilo e della scuola materna;si trova a fare il mestiere della maestra, ma non lo sa e per questo è una cattiva maestra. I produttori di tv, fanno affari, cercano gli ascolti, lavorano per primeggiare nello spettacolo, vogliono più pubblicità, hanno come fine l’intrattenimento delle masse, e invece hanno messo su un gigantesco asilo d’infanzia, più importante, influente, seducente di tutti gli asili e le scuole del mondo

Questo per quanto riguarda la storia dei media

E adesso cosa sta facendo crescere il web? Attraverso piccole strisciette di pixel camuffate da banner, che messaggi emettono? Che effetto hanno i videogiochi dove impari ad uccidere e squartare e il sangue digitale che macchia gli schermi, è tutto bene così? E chi li fa ha una minima coscienza umana o i soldi non hanno odore?

potere della comunicazionecomunicazione, impression management

Articolo Copyright. Estratto dal volume Self Power, di Daniele Trevisani.

Sul Potere della comunicazione che tu eserciti verso gli altri servirebbe un intero libro. Tu sei un “agente di vita” in ogni contatto con il prossimo. Puoi darla o distruggerla, nutrire o intossicare gli altri, semplicemente con il tuo modo di fare.

E se qualcuno non lo merita, non fargli del male. Rifletti su questo. A volte lo si fa inavvertitamente, e non lo vorremmo. A volte vorremmo rispondere a tono ad un attacco ingiusto, e non lo facciamo. Perchè?

Questo dipende dalla consapevolezza che abbiamo su come stiamo comunicando, e di quali sono le nostre modalità nel comunicare (aggressiva, analitica, empatica, ottimista, pessimista, e tante altre opzioni).

Per prendere coscienza e lavorare sulla nostra comunicazione, si può lavorare su diversi temi, di cui faccio un elenco solo parziale:

  1. scegliere le parole (power words) e i verbi appropriati (action verbs);
  2. quando vogliamo essere chiari e persuasivi, usare metafore ed esempi;
  3. fare frasi corte, parlare con un linguaggio adatto al tuo pubblico: la tua capacità di gestione del sistema linguistico;
  4. gestire il paralinguistico: toni, ritmi della comunicazione, dare enfasi alle parti del messaggio che vuoi sottolineare:
  5. conoscere e gestire il non-verbale: posture, mimica facciale, microespressioni, movimento del corpo;
  6. dare valore e gestire le tue “produzioni e prodotti comunicativi“, es., le tue presentazioni (cartacee o su pc), ma anche le email o anche solo un post-it, e ancora,
  7. riconoscere il valore e il peso dei tuoi accessori di scena e scenografia ambientale: acconciatura, capelli, pelle, trucco, collane, orologi, abbigliamento, scarpe, persino il luogo dove avviene l’incontro; tutto comunica un’identità e contribuisce al cosiddetto Impressions Management (gestione delle impressioni che generiamo negli altri);
  8. percepire ed esaminare il tuo interlocutore. Con chi sto parlando? (Target Audience Analysis). Quali temi lo possono toccare? Quali vulnerabilità possono esserci? Su quali aspetti il messaggio può “rimbalzare contro” (Reattanza – Reactance). Perchè il tuo messaggio possa essere compreso quali corde emotive deve toccare?
  9. la capacità di percepire “il non detto” della comunicazione, andare oltre le parole, applicare la Percezione Aumentata, capire le interrelazioni tra le parti, afferrare che tutto converge in una unica “sensazione” che produciamo. Tecnicamente, la comunicazione olistica, e la Gestalt della comunicazione;
  10. Il contenuto e la struttura del messaggio: aspetti da esaminare riguardano se un messaggio ha una buona struttura (buona apertura, corpo, buona conclusione), se è credibile, se tocca le emozioni e il futuro della persona, ha probabilità di riuscita. Se suscita paura, in certi casi può averne. Se suscita speranza ne ha. Se lascia indifferenti, non ne ha.

E’ un campo talmente sterminato che non lo esaurirò qui, ma vale la pena comunque avviare la riflessione.

E’ sufficiente per ora considerare che “tutto è messaggio”, anche la scelta di un tipo braccialetto o di un altro, e che la comunicazione è “olistica”, i vari messaggi che lanci si intrecciano uno con l’altro.

Vi sono persone che si lasciano impressionare dalle tue apparenze esterne (abiti firmati e costosi, o poveri) altri che esaminano i tuoi valori profondi, e non vi sono “regolette facili”.

Per cui come regola di base, cerca di credere prima di tutto in quanto dici, cerca i motivi dentro di te per cui quanto dici sia importante. E secondo, usa tutti i canali comunicativi in modo diretto, dallo sguardo, ai messaggi, alle metafore, tutto deve convergere in un messaggio che non dia dissonanze.

Rispetto al “come comunicare”… ricorda che spesso chi ha più soldi diventa arrogante, dimenticando che i soldi non danno diritto all’arroganza. Il filo che ci unisce alla vita è sottile, ogni giorno ne trovo prova, e la sacralità di ogni attimo ci deve impedire di trattare le persone in base al loro denaro ma di usare invece il criterio dei valori umani che quella persona esprime.

Articolo Copyright. Estratto dal volume Self Power, di Daniele Trevisani.

Ethos, Logos, Pathos: le prime tre variabili fondamentali per analizzare un messaggio e la comunicazione

Se una persona ama definirsi scienziato deve procedere nel “variables reasoning“, il ragionamento per variabili. Deve quindi prendere un risultato, chiedersi quali fattori lo possono determinare, e testarli.

il Greco Aristotele (Stagira, 384 a.C. o 383 a.C.[2]Calcide, 322 a.C.) può essere considerato il primo Scienziato nelle Scienze della Comunicazione, grazie all’individuazione delle tre grandi categorie di variabili che rendono un messaggio persuasivo ed efficace.

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Approfondimenti sulle variabili, da fonte Wikipedia

Diversamente da Platone che le rifiutava il titolo di techne, Aristotele definì la retorica «la facoltà di scoprire il possibile mezzo di persuasione riguardo a ciascun soggetto».[35] Egli distolse l’attenzione dal considerare la retorica una mera arte della persuasione, incentrando invece l’analisi sullo studio dei mezzi di persuasione, strumenti indipendenti dall’oggetto dell’argomentare.[36] La retorica riacquista così una funzione propria, autonoma dalla filosofia e in stretta relazione con la dialettica, della quale è da considerare la controparte. Il merito di Aristotele è quello di aver raccolto in un sistema organico tutte le scoperte fatte fino ad allora dai retori, sottolineando come la retorica debba essere una tecnica rigorosa

Ethos

Ethos (ἦθος) è un termine greco originariamente significante “il posto da vivere” che può essere tradotto in diversi modi. Può significare “inizio”, “apparire”, “disposizione” e da qui “carattere” o “temperamento”. Dalla stessa radice greca deriva il termine ethikos (ἠθικός) che significa “teoria del vivere”, da cui il termine moderno etica.

In retorica ethos è uno dei tre modi di persuasione; gli altri sono logos e pathos e sono indicati nella Retorica di Aristotele come componenti del ragionamento. Per prima cosa l’oratore deve instaurare ethos. Da un canto questo può voler dire capacità morale, ma Aristotele amplia il significato sino a includere competenza e conoscenza. Egli rimarca espressamente che l’ ethos sarà raggiunto soltanto da quello che l’oratore dice e non da ciò che la gente pensava del suo carattere prima che egli cominciasse a parlare. Questa asserzione è spesso confutata e altri scrittori di retorica sostengono che l’ ethos è connesso alla morale e alla storia dell’oratore (cfr. Isocrate).

Quando dobbiamo decidere se un argomento è utile, bisogna chiedersi che ethos l’oratore sia riuscito a stabilire. Violazioni dell’ethos possono implicare le seguenti situazioni:

  • L’oratore ha un diretto interesse nell’uscire da una discussione (per esempio una persona si dichiara innocente di un crimine del quale è stato accusato);
  • L’oratore ha un interesse particolare per uscire dalla discussione;
  • L’oratore non ha competenza (per esempio un avvocato nel parlare della diminuzione della forza di gravità in un’astronave sarà meno convincente di un astronauta).

Si sarà notato che respingere un argomento basato sulle suddette violazioni dell’ethos è un errore formale che invalida il respingimento dell’argomento.

Pathos

Pathos [πάθος, pathos] (dal greco πάσχειν “paschein“, letteralmente “soffrire” o “emozionarsi”; aggettivo: “patetico” da παθητικός) è una delle due forze che regolano l’animo umano secondo il pensiero greco. Esso si oppone al Logos, che è la parte razionale. Il Pathos infatti corrisponde alla parte irrazionale dell’animo. Esso può avere sia connotazione positiva, sia negativa a seconda del contesto (il verbo πάσχειν è, infatti, una vox media). Può indicare, quindi, sia il sentimento come affezione dell’animo, sia un effetto-mezzo utilizzato per creare la partecipazione empatica del pubblico (συμπάθεια “sumpatheia”, letteralmente “conformità di sentire” o “simpatia”).

Per gli antichi greci questa “forza emotiva” era strettamente collegata alle realtà dionisiache o comunque dei riti misterici. Per questo il Pathos indicava tutti gli istinti irrazionali che legano l’uomo alla sua natura animale e gli impediscono di innalzarsi al livello divino.

Nell’Italiano moderno può assumere il significato di carica emotiva e di commozione derivati dalle rappresentazioni teatrali e delle arti figurative in genere, il sentimento insito in un’opera. In epica, quando si parla di pathos, si intendono quelle sequenze della vicenda più cariche di emozioni, come quando si descrive qualcosa di triste, una sofferenza.

Retorica

Nella “Retorica”, Aristotele identifica tre modalità artistiche di persuasione il pathos, l’ethos e il logos. Il pathos si rivela nell’emozione suscitata nell’ascoltatore.

Le reazioni emozionali possono avvenire in due diversi modi:

  • con una metafora o con il racconto di un aneddoto;
  • con l’uso di un intercalare pregno di passione nell’avanzare di un discorso.

Aristotele identifica l’introduzione e la conclusione come due delle parti più importanti per suscitare emozioni in ogni discorso persuasivo.

Nel primo capitolo de’ “La Retorica”, affronta il modo in cui “gli uomini cambiano la propria opinione in base ai loro giudizi. Come tali, le emozioni hanno specifiche cause ed effetti” (Libro 2.1.2-3). Aristotele identifica il pathos come uno dei tre essenziali modi di persuasione affermando che “capire le emozioni vuol dire dare loro un nome e descriverle, conoscere le loro cause e il modo in cui sono espresse”. Aristotele postula che, oltre al pathos, l’oratore deve anche disporre di un buon ethos, affinché abbia credibilità (Libro 2.1.9).

Aristotele specifica quali sono le emozioni utili all’oratore (Libro 2.2.27). Così facendo, egli si focalizza su chi, a chi e perché, affermando che “non basta conoscere uno o anche due di questi punti; finché non li conosciamo tutti e tre, non saremo in grado di suscitare la rabbia in qualcuno. La stessa cosa vale per le altre emozioni”. Aristotele, inoltre, combina un’emozione con un’altra affinché possano neutralizzarsi a vicenda. Per esempio, si potrebbero accostare tristezza e felicità (Libro 2.1.9).

Con queste premesse, Aristotele sostiene che il retore debba conoscere l’intera situazione e il pubblico che gli si presenta per capire come impostare il suo discorso e suscitare determinate emozioni affinché possa raggiungere i suoi obiettivi. Le teoria del pathos di Aristotele ha tre punti principali: il modo di pensare del pubblico, la diversa concezione delle emozioni in ogni persona e l’influenza che ha l’oratore sulle emozioni del pubblico. Aristotele considera l’ultimo di questi come obiettivo finale del pathos. Allo stesso modo, delinea l’importanza individuale delle emozioni persuasive, così come l’efficacia combinata di queste nel pubblico. Inoltre, egli discute sul piacere e sul dolore in relazione alle reazioni che queste due emozioni causano in un ascoltatore. Secondo Aristotele, le emozioni variano da persona a persona. Perciò, sottolinea l’importanza di capire gli specifici contesti sociali in modo da utilizzare con successo il pathos come metodo di persuasione.

Aristotele, inoltre, conia il termine παθημάτων κάθαρσιν (“pathemáton kátharsin”, letteralmente “la purificazione che è propria di quei patimenti”) in merito alle tragedie nella sua opera “Dell’arte poetica“. Si tratta di quei patimenti che vengono espressi attraverso gli attori e sono recepiti dal pubblico, portando quest’ultimo alla catarsi, ovvero la purificazione, delle emozioni suscitate.

Apollineo e Dionisiaco

Nella cultura greca, accanto alla visione del mondo caratterizzata dal buon senso, esiste la visione orfica – dionisiaca che rappresenta l’aspetto interiore e spesso inquietante della grecità e che costituisce l’argomento di alcuni miti e rituali orgiastici. Questi due elementi dello spirito greco, a cui fa riferimento Nietzsche all’interno della sua opera “La nascita della tragedia dallo spirito della musica” (1872), distinti e contrapposti, ma in rapporto costante e interconnesso tra loro vengono definiti rispettivamente “apollineo” e “dionisiaco”. Il termine apollineo deriva dal Dio Apollo, importante divinità collegata al sole e alla bellezza. Egli è il Dio di tutte le facoltà figurative, patrono del bello e splendore dell’intimo mondo della fantasia. Questo termine fa subito riferimento ad una bellezza statuaria ma può anche collegarsi alla delicata poesia. Lo spirito Apollineo è basato sulla ragione e sulla repressione degli istinti naturali. Nell’arte viene rappresentato nella scultura e nell’architettura. Il termine dionisiaco, al contrario, è basato su un forte entusiasmo per la vita, l’uomo gode completamente degli aspetti naturali e del proprio corpo. Questi due aspetti si sono concretizzati nella tragedia greca. Sulle due divinità, Apollo e Dioniso, è fondata la nostra teoria, tra l’arte plastica di Apollo e l’arte non figurativa della musica di Dioniso. I due istinti, diversi e contrapposti, sono interconnessi al fine di trasmettere quel contrasto che l’arte riesce a risolvere solo apparentemente.

Teatro

Il dramma è azione. La recitazione è movimento. L’attore parla, questa è la sua passione. Passione e teatro danno vita al meraviglioso teatro passionale.

Significative sono le tragedie di William Shakespeare; in Amleto il “pathos” è dato sia dalla drammaticità del testo, sia dal dibattersi del protagonista tra istinti passionali e scelte razionali. Il soliloquio “to be or not to be” ne è esempio emblematico. Il drammaturgo esprime le passioni attraverso la forza della parola, l’attore interpreta il testo immedesimandosi nel ruolo, ricorrendo alla espressività del tono della voce e della gestualità. L’Amleto è una tragedia mancata poiché, essa presenta un personaggio dominato da un “pathos” incomprensibile.

Un esponente del teatro moderno è Eduardo De Filippo; nelle sue commedie vi è sia l’elemento comico, che produce la risata nello spettatore, sia l’elemento drammatico che porta lo spettatore a riflettere.

Eduardo mostra il pathos sottolineando le diversità culturali, sociali, umane; mentre la comicità è rappresentata da contrasti e giochi di parole.

Arte

Arte romana, ercole, II-III secolo da un originale greco di skopas del 370-350 ac

Giotto, Compianto sul Cristo morto, Cappella degli Scrovegni, Padova

Il Πάθος (gr. sofferenza), quando è presente in un’opera d’arte, indica una complicata reazione che suscita emozione e al contempo commozione con un’immedesimazione nel personaggio o nella situazione espressa.

Per la prima volta si parla di Πάθος con lo scultore ed architetto greco skopas che ebbe il merito di introdurre l’emozione umana, fino a quel momento poco esplorata.

Il vero Πάθος però arriverà solo con lo spettacolo di dolore ed afflizione del suggestivo gruppo ellenistico di Laocoonte ed i suoi figli dilaniati dai serpenti marini inviati da atena, per portare a termine il volere degli dei. Questo però fu un caso isolato poiché bisognerà aspettare oltre milletrecento anni per il rimanifestarsi di una sofferenza con l’enfasi precedente. Ed è proprio con il pittore giotto che si riaffermano le emozioni e le afflizioni, rappresentate nell’affresco Compianto sul Cristo morto (Giotto), appartenente al ciclo della cappella degli Scrovegni.

Un esempio significativo di fine ‘500 inizio ‘600 sono le opere di Caravaggio, in cui l’artista esprime un forte sentimento interiore; infatti nelle sue opere è possibile percepire ogni sfumatura delle emozioni umane.

Laocoonte e i suoi figli

Letteratura italiana

Non esiste nella letteratura italiana un autore o una corrente letteraria che parli propriamente di pathos, ma si può trovare nella drammaticità che ricorre frequentemente nel Movimento crepuscolare, di cui il massimo esponente è Sergio Corazzini, a causa delle drammatiche vicende autobiografiche: un’infanzia difficile per il tracollo economico della famiglia piccolo-borghese, l’impegno monotono in una compagnia di assicurazioni e la malattia. Il suo pensiero poetico è incentrato sulle “piccole cose”, dietro le quali si nasconde il vuoto tipico dei poeti crepuscolari. Da un lato i suoi versi esprimono un malinconico desiderio per la vita negatagli dalla malattia, dall’altro un triste ritrarsi dall’esistenza presente, perché priva prospettive future. In “Desolazione del povero poeta sentimentale” esprime tutta la sua sofferenza dietro la figura del piccolo fanciullo che piange, nascondendo l’impossibilità di essere chiamato poeta. Un altro esempio di alta drammaticità è la vicenda di Clorinda, la bella e valorosa guerriera saracena, personaggio del capolavoro tassiano La Gerusalemme liberata, uno degli episodi più tragici dell’opera. Clorinda, morente, pronuncia parole di fede nei confronti dell’amato eroe cristiano Tancredi di Galilea. L’intero episodio è caratterizzato da un intenso pathos che raggiunge il suo culmine nella solitudine finale dell’eroe cristiano sconsolata e miserabile.

Letteratura latina

La lirica latina produce una poesia riflessiva e difficile, in cui il racconto avventuroso assume tratti tipicamente eroici, con accentuazione del πάθος, ma anche con una spiccata tendenza all’approfondimento psicologico dei personaggi tale da farli apparire grandiosi e allo stesso tempo cupi. I poeti latini prendono spunto dai lirici greci e dagli Alessandrini nella molteplicità di ritmi metrici e nei contenuti che spaziano dall’epopea amorosa a quella mitologica. Troveremo infatti, da un lato, le Satire e le Epistole di Orazio, componimenti in esametri di ispirazione moralizzante, dall’altro le Odi, canti lirici dedicati alla virtù romana e all’amore. Tipica della poesia lirica è pure la ricerca del “pathos” cioè della tensione drammatica e della solennità. Al centro di tutte le tragedie di Seneca, ad esempio, vi è la rappresentazione dello scatenarsi rovinoso di sfrenate passioni non dominate dalla ragione; infatti da un lato agisce la ragione di cui si fanno portavoce personaggi che cercano di dissuadere i protagonisti dai loro insani propositi e, dall’altra, il furor cioè l’impulso irrazionale, la passione ( amore, odio, gelosia, ira e rancore), la morte della ragione e disintegrazione della personalità interiore. L’accentuazione degli elementi cupi serve per raggiungere il significato pedagogico e morale. Questa accezione di pathos è presente nei frammenti rimanenti di Livio Andronico. Il pathos può assumere varie forme e in Gaio Valerio Catullo esso si manifesta attraverso la fusione linguistica di vocaboli attinti dal linguaggio plebeo e dalla cultura più raffinata. Il pathos catulliano è presente sia nei carmi dedicati all’amata nei quali vi è lo scontro tra amore e passione e odio e razionalità, come nel testo “Odi et amo“.

“Odi et amo. quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

Trad: “Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; non so, ma è proprio così e mi tormento.” S. Quasimodo.

Il carme101, ad esempio, mette in evidenza il compianto per la morte del fratello, ma anche una contrapposizione tra dolcezza e rimpianto per la sua perdita, oltre che una stanca rassegnazione e dolore derivante dall’amara consapevolezza della morte. In poeti elegiaci di età augustea, come Albio Tibullo e Sesto Properzio, l’amore è un morbus, malum, servitium e rende l’uomo addolorato come cantato anche da Catullo. Il pathos è scaturito dal turbamento del tradimento della donna amata e dalla gelosia. In Ovidio invece prevale il carattere erotico-mondano; in egli il pathos amoroso diventa lusus o ludus, un gioco incostante che fa parte dell’Ars Amatoria.

Pathos in Cartesio

Le passioni sono definite da Cartesio «percezioni, o sentimenti o emozioni dell’anima che si riferiscono particolarmente all’anima stessa e sono causate, mantenute o rafforzate da qualche movimento degli spiriti».

La fisica cartesiana giunge a considerare macchine ogni organismo animale. Tra questi solo l’uomo risulta fornito di un’anima spirituale, che viene definita sostanza pensante. Si apre dunque il problema dell’interazione tra anima e corpo, due elementi concepiti da Cartesio nettamente distinte.

L’anima dell’uomo viene pensata come messa in relazione al corpo, ma la difficoltà sta nell’immaginare un movimento che si traduce in impulsi che a loro volta si traducono in sensazioni.

Intraprendendo un’approfondita ricerca sui due principali organi umani, il cuore e il cervello, Cartesio individua il punto di contatto tra queste due dimensioni nella ghiandola pineale, sede dell’anima e delle passioni, realtà assolutamente incorporea che “spinge” la ghiandola o ne subisce il movimento e sollecitazioni tradotte in sensazioni.

Contrariamente alle sensazioni, le passioni, pur scaturendo anch’esse dal corpo, sono poste in riferimento all’anima, che non avendole causate non può interagire con esse se non contrastandole riguardo ciò che è bene e ciò che è male e, partendo da questo punto, orientare l’azione morale.

Per Cartesio esistono sei passioni primitive: meraviglia, amore, odio, desiderio, gioia e tristezza.

«La meraviglia è una sorpresa improvvisa dell’anima», scrive Cartesio. Poiché la meraviglia deriva dall’impressione che il cervello ha e a cui attribuisce un determinato peso. La particolarità della meraviglia non ha nulla a che vedere con la modificazione del cuore e del sangue, poiché per oggetto non vi è né bene né male ma solo conoscenza: tutto dipende dalla conoscenza acquisita attraverso i nostri organi.

Quando prova amore l’anima è agitata da passioni diverse, definite passioni complementari o alternative. Cartesio descrive l’amore come una cura per il corpo e per l’anima in quanto favorisce la digestione e il battito cardiaco, durane la fase dell’innamoramento, è ampio e regolare. In contrapposizione all’amore, si pone l’odio che provoca una pungente sensazione nel petto ed è negativo per la salute sia dell’anima sia del corpo in quanto induce a eliminare i cibi ingeriti e lo stomaco viene meno alla propria funzione.

Il desiderio non è altro che la volontà di ottenere qualche bene o di sfuggire a qualche male e fornisce al cervello impulsi più violenti, aumentando il battito cardiaco.

La gioia è provocata dalla dilatazione delle arterie principali che inducono il sangue a scorrere più velocemente producendo pensieri e immagini gai e tranquilli. In opposizione alla gioia vi è la tristezza che fa diminuire la quantità di sangue che scorre nelle vene limitando l’arrivo di pensieri idilliaci al cervello che, di conseguenza, produce pensieri spiacevoli.

Cartesio conclude i suoi ragionamenti filosofici postulando il dominio della ragione sui sensi e sulle passioni.

Pathos in Pascal

Per Pascal la questione più importante dell’uomo è l’interrogazione filosofica sul senso dell’esistenza e al suo relativo destino. Pur riconoscendo la validità del metodo razionalistico in campo scientifico, ritiene che lo stesso non dia risposte esaustive riguardo l’esistenza. Pertanto, Pascal crede che cuore e fede (che assumono una valenza intellettiva e non sentimentale) siano superiori alla ragione: sono infatti questi che “sentono” le ragioni dell’esistenza.

“Gli stoici dicono: “Rientrate in voi stessi; è lì che troverete la vostra quiete”. E ciò non è vero. Gli altri dicono: “Uscite al di fuori; cercate la felicità, divertendovi”. E ciò non è vero. La felicità non è né fuori di noi, né dentro di noi; è in Dio, e fuori e dentro di noi.” (Pensieri, 391)

La passione in Pascal è quindi la fiducia cieca nel divino, che però non va contro la ragione, semplicemente la sorpassa; nell’uomo ragione e cuore convivono. Conoscere attraverso la fede è il primo passo verso la conoscenza effettiva e solo successivamente interviene la ragione. Pascal sa che gli uomini, basandosi sulla ragione, potranno solamente arrivare alla consapevolezza dei propri limiti, ma non a trovare il senso vero e ultimo dell’esistenza umana. L’uomo è quindi consapevole del suo stato e si riconosce infelice, soffre costantemente proprio per la presenza dei suoi limiti.

“L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo spazio e il tempo che potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensare bene: questo è il principio della morale.” (Pensieri, 347)

Questo è quello che distingue dagli animali dagli uomini. Le altre creature non sanno di esistere:

“La grandezza dell’uomo è così evidente che si deduce anche dalla sua miseria. Infatti ciò che è natura negli animali lo chiamiamo miseria nell’uomo. Dal che deduciamo che essendo oggi la sua natura simile a quella degli animali, egli è decaduto da una migliore natura che un tempo gli era propria.” (Pensieri, 409)

Il pensiero che distingue l’essere umano è dunque la drammatica autocoscienza della sua miseria, che alla fine però ne nobilita l’infelicità.

“Nulla è così insopportabile all’uomo come essere in pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupazione. Egli sente allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza la sua impotenza, il suo vuoto. E subito sorgeranno dal fondo della sua anima il tedio, l’umor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione.” (Pensieri,352)

Per non sentire il peso dei suoi limiti, della “sua insufficienza”, l’uomo si dedica a delle passioni. Le passioni, definite divertissement, sono degli stratagemmi dell’uomo per tutelarsi dalla sofferenza, per sottrarsi alla consapevolezza della propria miseria e agli interrogativi circa la vita e la morte.

“Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci.” (Pensieri, 168)

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Il pathos in Hobbes

Da un’accurata analisi della realtà, Hobbes, giunge alla constatazione della natura umana, caratterizzata da una bramosia naturale, dove ogni individuo è mosso dall’istinto di sopravvivenza e sopraffazione e tende a conservare se stesso.”Homo homini lupus” l’uomo è lupo per l’altro uomo. Questa condizione che si verificherebbe nello stato di natura, si esplica nel “bellum omnium contra omnes” all’interno del quale, tutti gli uomini animati dalle loro passioni finirebbero, inesorabilmente, per eliminarsi a vicenda. Per assicurare la propria conservazione, ogni individuo sopprime la parte dell’animo irrazionale che lo porterebbe ad agire secondo la propria reale natura. Servendosi della ragione, gli uomini stipulando un patto cedono parte della propria libertà e dei propri dirriti ad una sovranità che diventa galante della sicurezza e della conservazione di ogni individuo. Il pathos in Hobbes quindi, scaturisce dall’eterno conflitto tra l’istinto che porterebbe gli uomini a soddisfare i propri bisogni entrando in conflitto gli uni con gli altri; e la ragione che ha il compito di garantire la conversazione dell’umanità.

Scienze

Con il termine “Pathos” (Πάθος) è possibile riferirsi ad altre sensazioni dell’animo che coinvolgono anche altri ambiti, come quello biologico, medico e psicologico.

  • In ambito biologico tutte le manifestazioni emotive del Sistema nervoso autonomo appartengono alla sfera dell’inconscio e quando il nostro corpo manifesta movimenti del sistema nervoso autonomo, mostra la nostra parte inconscia. Il sistema nervoso autonomo è composto dal Sistema ortosimpatico (o simpatico) e del Sistema parasimpatico. Il significato attuale del termine simpatico corrisponde alla sua etimologia: dal gr. συν -> con, insieme più Πάθος -> passione cioè “in relazione con gli stati affettivi”.
  • In ambito medico il termine Pathos è riconducibile alla Scienza che tratta dei disordini relativi alla disposizione materiale degli organi del corpo umano e alle loro funzioni denominata Patologia, dal gr. Παθολογία composta da Πάθος-> malattia, sofferenza e Λόγος-> discorso.
  • Riconducibile alla radice Παθ derivante dal verbo πάσχω= soffrire, è il termine Patema che indica delle particolari sofferenze dell’animo. “Patema d’animo” è la classica espressione per indicare lo stato di angoscia, di preoccupazione e di afflizione del singolo individuo che porta allo scaturire di stabilità psicologica.

Logos

Logos (in greco: λόγος) deriva dal greco λέγω (légο) che significa scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare[1]. I termini latini corrispondenti (ratio, oratio) si rifanno con il loro significato di calcolo, discorso al senso originario della parola che successivamente ha assunto nella lingua greca molteplici significati: «stima, studio (come suffisso), apprezzamento, relazione, legame, proporzione, misura, ragion d’essere, causa, spiegazione, frase, enunciato, definizione, argomento, ragionamento, ragione, disegno».[2]

Parlare e udire

Secondo Martin Heidegger nella lingua greca antica i verbi parlare, dire, raccontare si riferivano non solo al sostantivo corrispondente logos ma anche al verbo leghein che significava anche conservare, raccogliere, accogliere ciò che viene detto e quindi ascoltare.

Nello sviluppo della cultura occidentale, a suo parere, il valore del pensare e del dire ha prevalso su quello dell’ascoltare mentre l’udire e il dire, come si riproponeva nel dialogo socratico, sono entrambi essenziali «L’udire autentico appartiene al logos. Perciò questo udire stesso è un leghein. In quanto tale, l’udire autentico dei mortali è in un certo senso lo stesso logos»[3][4]

Lo stesso Heidegger ha individuato il significato di raccolta, nel termine derivato da logos: silloge riportandolo all’interpretazione del logos eracliteo.

Filosofia greca antica

Eraclito

Da un frammento di Leucippo sembra possa attribuirsi ad Eraclito un significato del Logos come “legge universale”[5] che regola secondo ragione e necessità tutte le cose:

« Nessuna cosa avviene per caso ma tutto secondo logos e necessità. »
(Leucippo, fr.2)

Agli uomini è stata rivelata questa legge ma essi continuano ad ignorarla anche dopo averla ascoltata.[6] Il Logos appartiene a tutti gli uomini ma in effetti ognuno di loro si comporta secondo una sua personale phronesis, una propria saggezza.[7] I veri saggi invece sono quelli che riconoscono in loro il Logos e ad esso s’ispirano come fanno coloro che governano la città adeguando le leggi alla razionalità universale della legge divina.[8]

Un ulteriore significato del logos inteso come “ascolto”[9] è nella affermazione di Eraclito che sostiene che molti non capiscono la sua “oscura” dottrina poiché si sforzano di ascoltare lui invece che il logos.

Secondo altri interpreti del pensiero eracliteo una dottrina del logos sembra non essere nella sua filosofia. Sia Platone che Aristotele non si riferiscono mai a lui riguardo al logos: per il primo Eraclito è colui che ha sostenuto l’incessante fluire dell’essere e di come ogni cosa sia nello stesso tempo uno e molti, mentre per Aristotele e per Teofrasto il pensiero eracliteo si fonda sul principio incorruttibile del fuoco causa di ogni cosa.

Platone

Platone riferendosi a un sapere definito come «credenza vera associata a un logos»[10] identifica in quest’ultimo tre diversi significati:

  • è l’espressione tramite suoni linguistici del pensiero
  • è l’enumerazione delle caratteristiche di una cosa
  • è l’individuazione della “differenza” (diaphorotes) di una cosa, vale a dire di quel particolare segno che la differenzia da tutte le altre cose e la definisce nella sua realtà specifica[11]

Da questi significati ne deriva che per Platone il logos filosofico va riportato nell’ambito del discorso definitorio (il logos apophantikòs o dichiarativo, che serve a stabilire la verità o falsità di una proposizione, di cui Aristotele si occuperà nella sua Logica).

Lo Stoicismo

Una vera e propria “filosofia del logos” la si ritrova invece nello Stoicismo. Cleante, richiamandosi ad Eraclito, afferma la dottrina del logos spermatikòs, la “ragione seminale”, un principio vivente ed attivo (poioun) che si diffonde nella materia inerte animandola e portando alla vita i diversi enti. Il logos è presente in tutte le cose, dalle più grandi alle più piccole, dalle cose terrene sino alle stelle garantendo così l’unità razionale dell’intero cosmo:
«[il logos] attraversa tutte le cose mescolandosi al grande come ai piccoli astri luminosi»[12]

Esiste dunque un comune sentire (una συμπάθεια (sympatheia), “simpatia”) universale, una legge naturale seguendo la quale lo stoicismo insegna a «vivere conformemente alla natura».

Dal punto di vista fisico il logos è identificato col fuoco, che contiene in sé le diverse “ragioni seminali” individuali. Alla fine dei tempi avverrà una conflagrazione che consumerà l’intero universo, in cui però si salveranno le “ragioni seminali”, per garantire la generazione del nuovo mondo che sarà nuovamente arso secondo un andamento ciclico.

Il logos inteso come “calcolo” (ratio) e “discorso” (oratio) è mantenuto dallo stoicismo che distingue tra il “discorso interiore” (logos endiathetos, oratio concepta) la riflessione razionale e il “discorso profferto”, il discorso parlato, (logos prophorikos, oratio prolata)[13]

Neoplatonismo

Plotino riprenderà questa teoria stoica delle ragioni seminali che sono presenti nell’anima del mondo, ne spiegano i movimenti e fanno in modo che gli individui siano diversi tra loro.[14]

Nel giudaismo alessandrino

Il Giudaismo alessandrino, con Filone Alessandrino come esponente, riprende il logos della tradizione stoica incorporandolo nella sua teologia e connettendolo al tema biblico della “parola di Dio”, acquisendo la fisionomia di un agente quasi personale, cosciente, della volontà creatrice e provvidente di Dio; la Parola a cui si unisce o sostituisce, con valore di sinonimo, la Sapienza. Per Filone, che si rifà anche al Timeo di Platone, Dio è trascendente rispetto al mondo, e a far da mediatore tra il primo e il secondo è proprio il Logos, fonte degli archetipi sulla cui base il mondo viene modellato, costituendo da cornice e, in un certo senso, da sintesi a tutte le realtà intermedie: le Idee, la Sapienza, gli angeli, lo Spirito e le potenze; il Logos, infatti è lo strumento con il quale Dio ha fatto tutte le cose ed è la Luce divina offerta agli uomini. Nella dottrina di Filone si riconoscono temi e concetti che poi torneranno nel Cristianesimo.

Nel Cristianesimo

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Verbo (Cristianesimo).
1 Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος,καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν,
καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.
2 οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν θεόν.
3 πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο,
καὶ χωρὶς αὐτοῦ ἐγένετο οὐδὲ ἕν. ὃ γέγονεν
4 ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων·
5 καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει,
καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν.
« In principio era il Logose il Logos era presso Dio
e Dio era il Logos
Questi era in principio presso Dio.Tutto è venuto ad essere
per mezzo di Lui,
e senza di Lui
nulla è venuto ad essere
di ciò che esiste.

In Lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini
e questa luce splende ancora nelle tenebre
poiché le tenebre non riuscirono ad offuscarla. »   (Giovanni 1:1-5 [1])

Il famoso “Prologo” giovanneo o “Inno al Logos” nei reperti risalenti all’anno 200 del Papiro 66 detto anche Papiro Bodmer II attualmente conservato a Ginevra

Il Logos fatto Persona

Nel Cristianesimo il Logos compare all’inizio del Vangelo di Giovanni, dov’è coincidente con Dio creatore e poi storicamente incarnato in Cristo e quindi negli uomini venendo ad «abitare in mezzo a noi». Gli spunti del Vangelo di Giovanni trovano in seguito una loro conclusione nella definizione dei due dogmi, quello della trinità e dell’incarnazione di Dio, formulati nel Concilio di Nicea.

Il termine “logos” in ambito cristiano è reso in italiano come “Verbo”, riprendendo con un calco il latino “verbum” o con “Parola”.

Alcuni studiosi della Bibbia ritengono che Giovanni abbia usato il termine “logos” in una doppia accezione: sia per rendere comprensibile agli ambienti ebraici, familiari, il concetto della divina sapienza, sia per rimanere connesso con gli ambienti della filosofia ellenistica, dove il “logos” era un concetto filosofico radicato da tempo.

Alcune traduzioni cinesi del Vangelo di Giovanni hanno definito il termine “logos” come “Tao[15] (letteralmente la Via o il Sentiero) spesso tradotto come il Principio, è uno dei principali concetti della filosofia cinese. È l’eterna, essenziale e fondamentale forza che scorre attraverso tutta la materia dell’Universo, vivente o meno.

Il filosofo e teologo calvinista statunitense Gordon Clark, nella sua traduzione della Bibbia, ha reso “logos” con “logica“: «In principio era la Logica, e la Logica era presso Dio, e la Logica era Dio». In tal modo Clark vuole affermare che le leggi della logica non sono un principio secolare imposto sulla visione cristiana del mondo, ma qualcosa già presente nella Bibbia.

Sant’Agostino insegnava che il Logos è prima di tutto relazione: «Come il Figlio dice relazione al Padre, così il Verbo dice relazione a colui di cui è il Verbo».[16] Il concetto di Logos come relazione è stato ripreso da altri, fra cui il teologo contemporaneo Vito Mancuso (1962)[17][18] o lo storico della filosofia Giangiorgio Pasqualotto.[19]

Altri usi

Nella filosofia contemporanea spesso il termine “logos” è adoperato in senso generico opponendolo al termine mythos. In questa opposizione il mythos corrisponde al pensiero mitico, basato sulle immagini, sull’autorità della tradizione arcaica, su princìpi accettati e condivisi acriticamente, mentre il logos corrisponde al pensiero critico, razionale e oggettivo, in grado di sottoporre al suo vaglio credenze e pregiudizi.

Uso come suffisso

Il termine logos compare come etimo di -logia, suffisso di moltissime parole le quali indicano generalmente discipline e campi specifici di studio, come ad es. teologia, biologia, epistemologia, virologia, ecc. In questo senso il termine può essere tradotto con “discorso razionale su…” o “ciò che si può dire di ragionevole su…” (per replicare i quattro esempi succitati, le discipline indicherebbero ciò che è riconosciuto come discorso ragionevole rispettivamente su Dio, il vivente, la conoscenza e i virus). Etimologicamente quindi, le discipline stanno per il totale delle affermazioni riconosciute come razionali (e quindi argomentabili secondo ragione) sul singolo campo studiato (specificato nel prefisso).

Concetti similari

Al di fuori del pensiero europeo è possibile rintracciare, con le dovute cautele, termini e concetti che è possibile accostare con diversi gradi di similarità, al logos: il Tao nel pensiero cinese, l’Aum in quello indiano, e il dharma in quello buddhista

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