Psicologia del Marketing

Psicologia del Marketing: aspetti strategici ed etici nel rapporto con il cliente e consumatore

L'intervista tratta alcuni temi caldi della psicologia del marketing, quali:

  • Psicologia del marketing e leve psicologiche

  • Psicologia del marketing ed etica della persuasione pubblicitaria

  • Psicologia del marketing e creazione dei bisogni

Report integrale dell'intervista a Daniele Trevisani sulla psicologia del marketing, rivista Quark, 2004

1) Quali sono le leve psicologiche più usate dai pubblicitari per spingere il pubblico all'acquisto di un prodotto?

Nel mio volume Psicologia di Marketing e Comunicazione ho identificato 15 leve persuasive specifiche, che agiscono sul futuro (come vorrei essere), sul presente (come mi sento) e sul passato (ciò che mi ha fatto soffrire e non ho ancora risolto). Queste leve temporali vengono applicate sia ai bisogni di base (sopravvivenza, sicurezza), ma sempre più a bisogni superiori (immagine sociale, potere, ambiente di vita favorevole, autorealizzazione). Le leve psicologiche non fanno altro che portare allo stato conscio le paure subconcie e inconscie dell’essere umano.

  2) Esistono sfere o aspetti della psicologia del consumatore che non sono ancora state esplorate a fondo e che potrebbero rappresentare la nuova frontiera del marketing o del messaggio pubblicitario?

 Sicuramente, distinguerei però il marketing dal messaggio pubblicitario. La frontiera indiscutibile del “marketing che verrà” passa attraverso il marketing esperienziale e marketing semantico (il marketing delle esperienze e dei significati), dove  viene posta grande attenzione verso l’aspetto relazionale del rapporto con il cliente. Risponde alla domanda: che esperienza voglio far vivere al cliente prima, durante e dopo l’acquisto? Come posso capirlo veramente? Cosa voglio significare per lui? Come posso diventare veramente utile per lui? Questo campo non è stato assolutamente esplorato a fondo, e vi sono ampissimi margini di miglioramento per le aziende, che sono veramente indietro rispetto ad un approccio che è soprattutto culturale. Un’altra strada poco esplorata è l’iperprofilazione, per identificare mercati sempre più di nicchia e dare risposte sempre più focalizzate. Per il messaggio pubblicitario, il modello prevalente attuale (mainstream) si basa sul bombardamento ripetuto di messaggi di scarsa qualità, su target ampi, speso dispersivi, e su base creativa discutibile. Chi insegue il miraggio del neuromarketing o della neuropsicologia cognitiva pubblicitaria dimentica che i messaggi interagiscono con la rete esperienziale e con l’immagine del self. I neuroni rispondono a meccanismi fisico biologici, mentre le risposte comportamentali del consumatore sono risposte del self, non dei neuroni. Le nuove strade possibili sono due: (1) l’info-comunicazione esperienziale, fatta di workshop per il cliente, informazione interpersonale, network informativi (people-ring e communities), edu-communication, informazione iper-profilata, dove il consumatore viene aiutato dalle aziende a percepire dove sia il valore, a capire come acquistare, cosa scegliere e perché scegliere in base alle proprie specifiche esigenze (facciamo un esempio: un training iperprofilato per donne incinta, realizzato da una azienda di settore o da una Grande Distribuzione, che le aiuti a capire che prodotti scegliere, cosa fa male al bambino, cosa fa bene, cosa acquistare, e crei un programma di acquisto personalizzato (fidelity program) e seguito da un community leader e counselor d’acquisto, che sia anche parte del target) o (2) sul fronte opposto, l’incremento grezzo della pressione pubblicitaria indifferenziata (Incoming Messages Per Day), il bombardamento aumentando gli spazi e occasioni di esposizione pubblicitaria in ogni angolo possibile. Questo creerà certamente una dis-ecologia della comunicazione e un’ondata di rifiuto, come del resto è già accaduto in passato. E’ un bivio che stanno fronteggiando molte aziende. Nel primo caso è vincente chi capisce il cliente e se ne interessa veramente, nel secondo chi dispone di enormi risorse finanziarie. Sarà una lotta dura, ma penso vincano i primi. Il mondo è pieno di aziende ricchissime fallite per aver perso di vista la missione e il cliente, e di micro-realtà di successo e in crescita, che hanno saputo costruire rapporti di fiducia e trasparenza su basi solide. Questo è il futuro che auspico.

3) E' possibile costruire un diagramma schematico della successione di eventi che porta una persona ad acquistare un prodotto, partendo da una situazione in cui questa persona non prova alcun bisogno di comprare quel prodotto?

Come ho potuto evidenziare nel volume Psicologia di Marketing e Comunicazione, da qualsiasi angolatura la si osservi, la problematica dell’acquisto deve, prima o poi, essere confrontata con quella della motivazione all’azione (i fattori che spingono l'individuo ad agire).

La teoria della motivazione vede come unità motivante di base la tensione. Gli impulsi si innestano su stati di disequilibrio percepito, che creano spinta alla risoluzione del problema. L'impulso diviene movente di acquisto nel momento in cui si crea un collegamento mentale: la percezione che un prodotto/servizio sia lo strumento risolutivo del problema. L'azione di acquisto ne è il risultato, premesso che l'individuo disponga delle risorse o decida di procurarsele.

 

 

 

 

 Tutto si basa quindi sul creare una tensione, ansia o disagio (sia essa positiva o negativa). Il problema etico è forte: quanto sia giusto o ingiusto creare la tensione o ansia che poi spinge verso l’acquisto? Se creiamo un’ansia prima inesistente, in una famiglia con figli piccoli, rispetto al non avere un impianto elettrico adeguatamente sicuro verso i bambini, questo rappresenta un risultato socialmente positivo, o se creiamo in un’azienda - ex-novo  - il bisogno di investire sulle risorse umane e la formazione, stiamo portando alla luce un problema reale forte ma ancora latente, e facciamo bene. Se invece portiamo un’adolescente al bisogno di fumare per sentirsi parte di un gruppo, o al bisogno di possedere un particolare paio di scarpe per non esserne escluso, non stiamo lavorando eticamente, stiamo creando un problema che non esiste e non deve assolutamente esistere.

 Daniele Trevisani, esperto in psicologia del marketing e scienze della comunicazione

Per ulteriori approfondimenti sulla psicologia del marketing, è possibile visitare la sezione dedicata e le schede dal volume Psicologia di Marketing e Comunicazione.

Dal volume: "Strategic Selling: Psicologia e Comunicazione per la Vendita"

Il libro di riferimento in Italia per lo sviluppo delle competenze di psicologia e comunicazione nella vendita, le strategie di vendita, i corsi di formazione nella vendita, la formazione per le vendite consulenziali e vendite complesse

 Strategic Selling: Psicologia e Comunicazione per la Vendita

Immergersi nella vendita significa prepararsi da professionisti

Lo strategic selling richiede un l'immersione in un sistema di equilibri delicato, così come l'apnea, richiede la massima concentrazione mentale e la liberazione da ogni rumore di fondo

 Prepararsi da professionisti

Modello ALM5 per le strategie di vendita, i corsi di formazione nella vendita, la formazione per le vendite consulenziali e vendite complesse

Prepararsi da professionisti della vendita significa:

  • applicare un approccio mentale da analista: volontà di esaminare, ricercare, prepararsi,capire e analizzare il sistema-cliente con il quale vogliamo interagire, e muoversi con strategia

  • conoscersi: essere assolutamente coscienti dei propri punti di forza e debolezza, caratteristiche del prodotto, dell'azienda, benefici erogabili, vantaggi per il cliente, e unicità

  • conoscere l'altro: esaminare le delicate mappe di potere e gli atteggiamenti che troviamo, strada facendo, nell'avvicinamento al cliente e durante il rapporto, e seguirne i mutamenti

  • costruire la relazione: creare una situazione nella quale la nostra presenza diventi indispensabile, e costituisca fattore di successo per il cliente stesso. Siamo un'arma da usare per le sue stesse strategie di sviluppo, non una semplice commodity, non semplici fornitori.

Esiste una grande confusione in campo aziendale su cosa sia la formazione. Alcuni pretendono di preparare negoziatori e venditori tramite un paio di ore di lezioni teoriche in cui vengono propinate teorie e concetti astratti, affidandosi a professori universitari che non hanno mai venduto niente in vita loro.

Altri si affidano a persone che li faranno camminare sul fuoco raccontandogli che questo li porterà a dominare l’universo, con l’effetto pratico di fargli bruciare i piedi (se va bene), o li trascinano in meeting di vendita in cui dovranno cantare e ballare come poveri deficienti deliranti.

Altri assegnano incarichi a società di consulenza blasonate (le tante Consulting), e sperano di risolvere il problema (avere negoziatori e venditori preparati) affidandosi a presunti Guru che mostrano diapositive sfavillanti, frasi ad effetto, autori dai nomi esotici e famosi. Utile, ma insufficiente.

Altri ancora puntano sul “fai da te”, facendo affiancare i giovani a venditori anziani, senza filtro, con l’effetto pratico di propagare e disseminare tutti i loro errori per generazioni e generazioni. Un disastro che si perpetua.

Più che una formazione classica, serve una forte “sensibilizzazione”, qualcosa che vada oltre le regole stereotipate. Ad esempio, imparare a vedere come noi reagiamo alle comunicazioni altrui, come funziona il nostro dialogo interno[1], capire come esaminare una conversazione e cogliere le sue mosse strategiche, preparasi ad essere analisti.

  • La formazione seria è una forma di apprendimento molto forte, parte da un’autoanalisi che nessun PowerPoint può sostituire, e ci chiede di fare i conti con chi siamo veramente.

  • Al contrario dei seminari tenuti dai “corsifici”, un buon coaching in profondità (coaching personale o team coaching) può aiutare la persona e il team a prestare attenzione a ciò che prima gli sfuggiva, e questo non ha niente a che fare con la formazione classica.

Bisogna aiutare le persone a muoversi da professionisti, a “pensare” come professionisti. La ricerca del Potenziale Umano che si nasconde in ogni persona non è né facile né immediata, lo sappiamo tutti benissimo. Ma, a volte, cerchiamo scorciatoie che non esistono.

Le situazioni in cui la comunicazione cambia le cose sono tante.

  • Possiamo avere un colloquio di lavoro nel quale si decide una svolta nella vita, nel quale far emergere chi siamo e cosa valiamo.

  • Gli effetti di ogni parola e di ogni gesto saranno sommatori e decisivi.

  • Lo stesso bisogno di essere comunicatori efficaci tocca il problema di trovare un finanziatore per progetto, o un sogno da concretizzare.

Tante situazioni, un denominatore comune: il risultato delle attività di comunicazione e negoziazione cambia la vita. Affrontare questo mondo intrigante richiede l’esame di molte variabili. Ma cerchiamo prima un tratto comune e valutiamo quali sono le poche certezze di cui disponiamo.

Una prima consapevolezza di fondo è il bisogno di una grande serietà in chi opera nel mondo della comunicazione e della negoziazione complessa: essere coscienti del fatto che dagli esiti di una trattativa strategica dipendono svolte di tipo professionale, effetti che cambiano la vita, propria o altrui.

Se condotte bene, gettano le basi per un futuro migliore. Se condotte male, producono danni enormi.

Una seconda certezza: per comunicare bene serve formazione specifica, l’abito mentale di chi si prepara alla negoziazione, dedica ad essa risorse mentali, la gestisce come un’attività professionale e strategica (approccio mentale del Get-Ready Mind Set), e non trascura i dettagli[2].

Una terza certezza è il bisogno di curare la “macchina” del venditore, negoziatore o comunicatore, ancora prima di preoccuparci delle sue prestazioni esterne. Una persona che sta bene, piena di energie fisiche e mentali, avrà ottime chance di esprimere anche il suo potenziale comunicativo. Al contrario, una persona fisicamente debilitata o esaurita, e psicologicamente stanca o che si sente fuori ruolo, non farà altro che errori continui.

Come sottolinea un collega e amico, importante psicologo e counselor italiano, allenatore della nazionale italiana di Apnea e di campioni del mondo di apnea, quando ci si “immerge” nelle relazioni e nelle negoziazioni si va incontro, come fa un apneista, anche a se stessi e al proprio inconscio.

Possono emergere paure o incongruenze, ansie e timori ragionevoli o irragionevoli, coscienti o subcoscienti.

  • Se questi ci bloccano, ci rallentano, ne subiremo gli effetti negativi.

  • Al contrario una persona che abbia fatto un lavoro profondo su di sé può “immergersi” tranquillamente sia in acqua che nella più difficile trattativa, senza perdere in consapevolezza emotiva e rimanendo sostanzialmente sereno nonostante l’ambiente difficile che lo circonda[3].
 


 


[1] Per il dialogo interiore nelle situazioni di consumo e scelta di acquisto, vedi Bahl, S. e Milne G. R. (2010), Talking to Ourselves: A Dialogical Exploration of Consumption Experiences, in Journal of Consumer Research, Vol. 37, June 2010.

[2] La preparazione mentale a compiti successivi, e l’utilizzo delle risorse mentali, nella Consumer Research, è stata affrontata in un articolo specifico. Vedi Bosmans Anick, Pieters Rik e Baumgartner Hans (2010), The Get Ready Mind-Set: How Gearing Up for Later Impacts Effort Allocation Now, in Journal of Consumer Research, Vol. 37, June 2010.

[3] Manfredini, Lorenzo (2010), Appunti di counseling, materiale didattico riservato, Associazione Olos e Istituto di Dinamica Mentale, Ferrara.

(vedi altre schede sul volume per ulteriori contenuti)
 

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